Pescherecci mazaresi riprendono il mare nel deserto della politica della pesca siciliana

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
14 Settembre 2014 10:03
Pescherecci mazaresi riprendono il mare nel deserto della politica della pesca siciliana

La politica della pesca siciliana è assente e sembra non preoccuparsi della crisi che attanaglia il comparto ormai da un decennio; troppo tempo è andato perso. Nel frattempo gli equipaggi dei circa 90 pescherecci d'altura (impegnati nella pesca a strascico oltre le 20 miglia) iscritti nel comparto marittimo di Mazara del Vallo, stanno ricominciando a tornare sui banchi di pesca del Mediterraneo, a seguito del fermo biologico

della dura di un mese che dovrà essere concluso, come stabilito dal decreto (n.69/2014) firmato dall'assessore regionale delle Risorse Agricole ed Alimentari, Ezechia Paolo Reale, non oltre il 14 ottobre.Ci chiediamo: con quale spirito capitani e pescatori hanno trascorso questo mese insieme alle loro famiglie? Con quale spirito ritorneranno nei difficili, ed ormai limitati, banchi di pesca? (vedi foto del porto peschereccio mazarese 10 anni fa quando presente il triplo dei pescherecci)

Nutriamo fortissimi dubbi circa la reale efficacia dello strumento del fermo biologico: a che serve togliere dalla pesca contemporaneamente circa una quarantina di pescherecci da un'areale di pesca quando poi nella stesa zona vanno a pescare tutti gli altri pescherecci dei Paesi extracomunitari mediterranei? Diciamo che il fermo biologico ad oggi rappresenta un sostegno sociale agli armatori che ricevono un contributo di circa 12-13mila euro. Il vero fermo biologico, che consentirà l'adeguata riproduzione ittica, avverrà quando le marinerie del Mediterraneo troveranno un accordo; per ripristinare le zone di pesca a strascico occorrerebbe assolutamente non pescarvi, a cosa serve se vi pescano tre pescherecci invece di quattro? Inoltre bisogna prevedere fermi ad hoc in base alle specificità ittiche.

Ma come si fa ad organizzare una gestione comune fra i paesi frontalieri delle attività di Pesca quando alla Regione Siciliana, ed in generale alla sua classe politica, manca una "visione mediterranea"; alcuni atti parlano chiaro circa la "miopia" del Governo regionale, ma anche nazionale e dell'Ue, sugli affari che riguardano la pesca siciliana.

Per il "fermo tecnico" ad ogni pescatore dovrebbe toccare, attraverso la cassa integrazione in deroga, circa 800 euro. Ma quella dei pescatori è certamente la categoria che più delle altre risente della grave crisi che sta attraversando la pesca. Tale questione rimanda all'attuale sistema di retribuzione cosiddetto "alla parte" che prevede che una metà del ricavo netto dalla vendita del pescato venga suddiviso fra i membri dell'equipaggio in base al ruolo dei suoi componenti, questo sistema non ha però mai permesso di far capire al pescatore il ricavato effettivo della vendita; molti pescatori negli ultimi anni sono emigrati, insieme a molti capitani e motoristi, nel settore mercantile.

In ultima analisi, il fermo biologico così come da sempre attuato, oltre alla "sostenibilità sociale" dei pescatori e degli armatori, garantisce anche la "sostenibilità commerciale" del prodotto pescato evitando intasamenti disastrosi con conseguente crollo dei prezzi. 

Il sistema pesca siciliano non è competitivo per tre ragioni fondamentali: eccessivi costi energetici (caro gasolio) che in molti casi supera il 60% dei costi di gestione; rarefazione delle aree di pesca tradizionali; forti limitazioni derivanti dalle regolamentazioni comunitarie; a tal proposito va ricordato che le flotte dei Paesi terzi, extraeuropei, lavorano negli stessi areali di pesca a costi (lavoro/carburante/gestione armamento) decisamente più bassi ed operano negli stessi mercati a prezzi decisamente più bassi. Il comparto pesca siciliano ha perso negli ultimi 4 anni oltre 5000 posti di lavoro a causa di un forte disallineamento fra politiche europee ed internazionali rispetto al lavoro e alla tradizione della pesca mediterranea. Il FEP doveva essere lo strumento di rilancio del sistema ittico europeo. La Sicilia ha avuto una dotazione finanziaria pari a 150 milioni di euro.

Gli investimenti della Regione, quelli che hanno avuto un'oggettiva efficacia, non superano il 20% della stessa dotazione. Sono andati bruciati oltre 100 milioni di euro con iniziative inutili, disallineate. Fra le tante scelte errate, una appare macroscopica: ad esempio la riduzione dello sforzo di pesca attraverso la leva di un unico strumento, cioè la demolizione dei natanti. Si è provveduto a rottamare mezzi ma la cosa più grave e odiosa è che sono stati "rottamati" gli uomini: i pescatori. Perché, per ogni peschereccio demolito non è solo l'intera filiera della pesca che perde posti di lavoro, per ogni demolizione chiudono conseguentemente 4 attività commerciali/artigianali/di servizi del territorio. Tutto ciò per venire incontro all'incombenza europea della riduzione delle catture. 

La verità è che il settore produttivo della pesca siciliana è molto complesso e sempre controllato dagli stessi uomini, chi impegnato a fare businnes in maniera individualistica e selvaggia, chi all'interno della "tortuosa" burocrazia regionale. Ma la "rivoluzione crocettiana" consisteva nel liberarsi dei fantasmi, pirati e dinosauri del sistema? 

Francesco Mezzapelle

14-09-2014 12,00

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