“Una punta di Sal”. Il progetto del polo siderurgico a Mazara del Vallo

Mazara del Vallo negli anni ’70 poteva diventare città industriale. Schivata la “cattedrale nel deserto”

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
01 Agosto 2021 09:39
“Una punta di Sal”.  Il progetto del polo siderurgico a Mazara del Vallo

Viviamo costantemente in un eterno presente, un indimenticabile passato e un futuro inesistente. A tutti è capitato di pensare alle occasioni perdute: quelle scelte non fatte, quel “no” o quel “sì” non detto, quel viaggio o quella dichiarazione tralasciata. Si rimane a volte anni a ripensare agli errori, ai possibili (?) amori lasciati a metà, nell'indecisione che non fa scattare la molla. Non è solo il tempo a decidere cosa deve succedere, dipende dal carattere, dalla costanza, dal sano attaccamento ai migliori progetti. Il tempo aiuta solo a dimenticare gli errori e riconoscere ciò che veramente si desiderava. Nessuna recriminazione o pentimento, il meglio, si pensa, deve ancora venire. C’è sicuramente un certo fascino del passato, quella nostalgia di cose mai accadute, per come poteva andare se avessimo scelto questa o quella strada.

Le occasioni perdute riguardano la nostra sfera individuale, ma anche quella generale. “Se il governo avesse difeso al suo tempo lo sviluppo di Olivetti, oggi l’Italia sarebbe un altro paese”, questa frase l’ho letta in molte occasioni. Come se da una singola decisione, da un singolo aspetto dell’economia poi si possa immaginare uno sviluppo a catena per tutti gli aspetti della vita. E’ il mantra politico anche dei giorni nostri, vendere una singola decisione come determinante per l’intero sviluppo o decadenza del paese. Ma sarà davvero così? Ci sono delle decisioni che nella vita vanno prese, non ci sono alternative. Bisogna scegliere chi si vuole essere, e non è retorica romanzesca.

Se non si decide, le occasioni perdute si moltiplicano nell’infinito presente…Per esempio chi deve decidere lo sviluppo di una città, quale linea seguire per il benessere dei cittadini? A Mazara le amministrazioni comunali che si sono succedute negli anni non hanno deciso il futuro di questa città che ora si dibatte tra mille problemi. Eppure le linee da seguire non sono molte. La città è piccola, 52 mila abitanti, geograficamente un paradiso con cielo e mare che quasi si toccano, tutta in pianura, storica e monumentale ma economicamente fragile, confusa. Come la si vuole? Marinara, agricola, turistica o industriale? O tutte e quattro le ipotesi insieme? E se tutte e quattro fallissero o sarebbero sull’orlo del fallimento? Bisogna riflettere e pensarci. 

Mazara ha rischiato di diventare città industriale. Addirittura ha rischiato di diventare polo siderurgico italiano. (Ecco un indimenticabile passato). Il progetto fortunatamente è fallito. Siamo all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, il litorale di Capo Granitola, uno dei pochi tratti di costa siciliana ad oggi rimasti largamente integri, rischiò di essere irrimediabilmente devastato da un progetto di polo industriale simile, per scala, a quelli di Gela, Melilli, Augusta, Milazzo e Termini Imerese. Un progetto che oggi, col senno di cinquanta anni dopo, potremmo definire del tipo “cattedrale nel deserto”- Un progetto arrivato dall’alto, come la sopraelevata di Tonnarella per intenderci.

Risale al 1970 l’idea “politica” di fare sbarcare lo sviluppo industriale nei luoghi del trapanese dai quali oltre millecento anni prima era iniziata la conquista islamica della Sicilia. In esito ad una prima mappatura delle potenzialità industriali dell’isola, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) si era accorto che, fra Mazara del Vallo e Campobello di Mazara, prospettava sull’Africa una cuspide rocciosa, pianeggiante e scarsamente abitata che poteva essere valorizzata con un progetto industriale di valenza strategica nazionale: “il quinto polo siderurgico”. A livello regionale, erano gli anni immediatamente successivi al terremoto della Valle del Belìce (1968), nei quali la speranza di ricostruzione fisica di interi paesi si accompagnava, nelle popolazioni coinvolte, alla legittima aspettativa di riscatto socio-economico.

A livello euro-mediterraneo, erano gli anni in cui venivano condotti con successo gli studi ed i test (1969-1975) per la costruzione del metanodotto sottomarino che avrebbe portato il gas algerino, passando per la Tunisia, a Mazara del Vallo, e da lì nell’Europa continentale. In questo quadro, in virtù della sua oggettiva centralità nelle rotte mediterranee, Capo Granitola fu considerata da politici regionali e nazionali e da esperti di politica industriale come un’occasione da non perdere; tanto più che un allaccio diretto al gas africano avrebbe garantito autonomia energetica a costi contenuti, e senza i rischi geo-politici del petrolio, ad un polo industriale convenientemente localizzato alle porte di Mazara del Vallo.

Nell’aprile del 1974, il “Notiziario IRFIS” pubblicò uno studio di fattibilità a firma dell’ingegnere Gerlando Marullo, esperto di riconosciuta fama a livello internazionale. “Il faraonico progetto – scrive Gianluca Serra, scrittore di Partinico in vacanza quasi sempre a Torretta Granitola, nel suo libro “Viaggio a Torretta Granitola”- prevedeva la costruzione, fra Torretta-Granitola e San Nicola (grossomodo fino a via Torre dei Gesuiti), di un porto con diga foranea lunga quasi 3 km e bocca direzionata verso Capo Feto.

All’interno della diga si sarebbero distese verso l’Africa per oltre 1 km una decina di banchine divise fra “bacino carboni” (località IGM “Cala Turchi”) e “bacino petroli” (località IGM “Lo Fumo”) per complessivi 200 ettari.Con opportune opere di dragaggio, al porto avrebbero potuto attraccare le super petroliere e le mineraliere; in enormi silos portuali sarebbero state stoccate le materie prime. Del porto esisteva già un progetto di massima elaborato dall’ingegnere Agatino d’Arrigo nel 1970, che stimava il costo delle opere in 60 miliardi di vecchie lire (in soli quattro anni lievitati a causa dell’inflazione a 85 miliardi di lire).

A ridosso del porto, protesa all’autostrada A29 e alla rete ferroviaria (scalo di San Nicola), era prevista una zona industriale di 2500 ettari, con possibilità di espansione fino al limitare di Tre Fontane” (in copertina foto relativa alla mappa ove indicata estensione del polo siderurgico). Un’opera faraonica che avrebbe cambiato il volto della costa mazarese. Nessuno però aveva informato l’ingegnere Marullo che il polo industriale avrebbe fagocitato l’area, oggi protetta dal WWF, del Lago Preola e dei Gorghi Tondi (a NO), nonché quella archeologica delle Cave di Cusa (a NE).Nessuna considerazione era svolta in merito alla perdita di opportunità per il settore turistico.

Probabilmente nella fase immediata della realizzazione del progetto si sarebbero create opportunità di lavoro (erano previsti fino a 7 mila posti di lavoro a regime!) Immaginiamo quante promesse fatte dai politici alla vigilia di campagne elettorali. “Non ti preoccupare un posto al Polo quando si farà, sarà tuo”. Investimenti colossali e manodopera avrebbe mortificato agricoltura, attività marinare e turismo nell’area da Castelvetrano a Marsala; quartieri dormitorio sarebbero sorti nelle periferie di Campobello, Castelvetrano e Mazara, consumando ulteriore suolo.

Poi, come gli altri poli siciliani ed italiani sarebbe arrivato il peggio, Capo Granitola avrebbe scontato le dinamiche della competizione mondiale, avrebbe ristrutturato, tagliato rami poco redditivi o in perdita, cassintegrati, licenziati; di crisi industriale in crisi industriale, col ritrarsi dell’intervento statale, avrebbe progressivamente chiuso i battenti. Il paesaggio costiero sarebbe oggi quello di un sito industriale abbandonato, una “Bagnoli” mazarese da bonificare. Ignaro di tutto questo, il bianco faro di Capo Granitola, scruta l’orizzonte e, per nostra fortuna, vede le petroliere incrociare al largo.

Francamente, il polo siderurgico non è stata un’occasione perduta!

Salvatore Giacalone

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