“Una punta di Sal”. I mazaresi e “l’isola che non c’è”

I cittadini coltivano sogni e la politica continua a rifugiarsi nell’utopia di una città che non esiste

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
26 Settembre 2021 09:48
“Una punta di Sal”. I mazaresi e “l’isola che non c’è”

L’utopia, il sogno, l’isola che non c’è. La prima, in cima al mucchio, è l’utopia. Secondo una nota definizione: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”. Lo scrive Eduardo Galeano. L’ipotesi di camminare per raggiungere veramente qualcosa, che non fugge via come un miraggio, è anche il sogno utopistico. Ma ecco una versione particolarmente vicina sul tema: “L’isola che non c’è”, canzone cult di Edoardo Bennato, “Seconda stella a destra, questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino. Poi la strada, la trovi da te, porta all’isola che non c’è”.

L’isola che non c’è non è un luogo fisico, è un non-luogo. È una metafora, è un rifugio, è un’utopia politica: esiste per tutti un mondo ideale, che riflette i desideri più intimi, quasi sempre in contrapposizione con la vita che ci scorre addosso quotidianamente. L’isola raccontata da Bennato è un luogo di pace e armonia, dove la criminalità è assente, così come l’ipocrisia. Un luogo, insomma, impossibile. Eppure, c’è.Non deve essere necessariamente un posto reale, può anche essere un luogo mentale in cui ci si rintana dopo una brutta giornata. Ma c’è una speranza: Bennato canta “se ci credi ti basta perché poi la strada la trovi da te”. Meraviglioso.

L’isola sempre non c’è, anzi, mai come ora non esiste, ma se tu ci credi, se non ti fai fuorviare dai saggi e maturi, trovi la strada e ci arrivi. Non sempre, pazienza! Esempio: a Mazara tutti sognano Tonnarella come Rimini, con tanti alberghi e tanti turisti che prendono il sole e si bagnano nell’azzurro mare. Soldi a palate per tutti. Altri sognano ponti e pontili per unire la spiaggia alla città e rifondare “la spiaggia in città” esistente con una bella piattaforma in cemento per erigervi ristoranti e tavole calde.

Meno male che il sogno di questi abitanti dell’isola che c’è non si potrà mai realizzare nemmeno nell’isola che non c’è. Nessuno parla di teatri che mancano, di impegni culturali, di relazioni importanti, di pensare e progettare una città ricca delle sue monumentalità, di avere un mondo politico attivo che guardi al futuro dell’isola che c’è dove albergano le liste civiche mentre la politica con la “P” maiuscola, come dice qualche politico locale, rimane nell’isola che non c’è.

C’è un porto, nell’isola che c’è, che è innavigabile, il mistero per renderlo navigabile è utopistico, tutti lo sognano con barche e pescherecci che solcano le acque, altri, come un miraggio, vorrebbero che arrivasse qualche nave di quelle grandi con tanti turisti a bordo che possono scendere e riempire gli alberghi, visitare la città che profuma di gelsomini e fare felici ristoratori e commercianti nell’isola che non c’è. Ma potrebbe esserci ed allora bisogna sperare, i mazaresi sperano sempre, sperano chela ruota giri nel giusto senso ma come fare? Si spera, come è sempre stato fatto, che dall’alto qualcuno sollevi questa città e questi cittadini pronti ad accogliere chiunque e qualsiasi proposta perché l’isola si trasformi, come per magia, nell’isola che non c’è.

Un’intera fetta della nostra cultura è impastata di utopia, che è una cosa abbastanza facile da definire: l’utopia è la cosa perfetta, la migliore di tutte, quella che proprio di meglio non ce n’è, e buona per tutti. Ha una sola caratteristica: non si può fare. Sarebbe lungo da spiegare però è bello pensarci. Parlarne poi, ammantata di un alone speciale, poetico, ammaliatore. Un uomo, ad esempio, trae dal parlarne o dallo scriverne un immenso vantaggio. Le donne lo guardano, pensano “che animo nobile, che conserva un certo grado di ingenuità.A lui non interessa che sia irrealizzabile, lui si ispira lo stesso all’utopia…”.

L’altra caratteristica è che chi persegue l’utopia si sente migliore, ma stai attento: ti possono prendere in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto, perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te. Cioè il pazzo non sei tu che cerchi una cosa che non c’è, per tutta la vita, ma gli altri che sorridono. A noi mazaresi , di cui la maggior parte è una stirpe di antichi pescatori a cui ne hanno fatto di tutti i colori, l’idea di inseguire un’isola che non c’è, ha sempre fatto impazzire.

E i risultati si vedono. Il porto non c’è, le barche temono il fiume Màzaro, mentre le navi piene di turisti rimane il sogno, l’utopia dell’isola bellissima che non c’è. Ma fuori dalla metafora insulare, la faccenda è anche peggiore: siamo diventati un esercito di ragionieri, che non vedono oltre la ricevuta fiscale, zero slancio ideale, zero avventura, oppure minoranze di utopisti, che si sciacquano la bocca col niente e ti dicono che è vino di qualità. Il bello dell’isola che non c’è, in effetti, è che nessuno è colpevole di non esserci riuscito ad arrivare, proprio perché non c’è.

Dunque assolve tutti l’utopia, è meravigliosa e amata indiscriminatamente proprio per questo. “Abbiamo bisogno di purificare lo sguardo da illusioni menzognere, da sogni di vita facile e lussuosa, da invidie corrosive, da ingordigie devastanti, da furbizie egoiste”. Per “riscoprirci fratelli che guardano verso il medesimo orizzonte e camminano insieme con fiducia e coraggio”. Lo scriveva dieci anni fa, l’ex presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco sulle colonne dell’Avvenire.

Salvatore Giacalone

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