Prove tecniche di debutto di un prossimo libro

Dall’archeologia delle scienze umane, all’antropologia della convivenza umana, la visione transdisciplinare

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
19 Gennaio 2022 18:30
Prove tecniche di debutto di un prossimo libro

Nel 1996 scrissi il primo libro[1] e, tra la bibliografia, citai un testo di Paul-Michel Foucault[2] con grande apprezzamento anche da parte dell’allora mio Maestro di musica: ciò rafforzò il mio intendimento a continuare nella scoperta, approfondendo il concetto di "inter-regionalità della scienza" proposto da tale testo e dal suo autore.

Il fatto che un accademico musicologo come lui, trovasse stimolante tale lettura, tanto quanto una sociologa empirica come me, anche questo evento avvalorò la inter-regionalità della visione foucaldiana, proprio per l'effetto di intrigare due persone completamente diverse. Già allora mi sembrò un'evidenza molto interessante.

La narrazione del mio prossimo libro, ripercorre questo ventennio aiutandomi a liberare il flusso del pensiero, da ciò che esso stesso ha pensato, esplicitandolo e rileggendolo in "tessere di esperienze" che presagiscono il futuro, da ciò che lo hanno sollecitato e animato, nel tentativo di aprire verso nuove sostenibili letture e rappresentazioni, capaci di condurci in avanti, per cogliere ciò che ci attende e ciò che vorremmo abbozzare come convivenza armoniosa della famiglia umana, in una prospettiva “archeologica”: vediamo come.

Nel libro vengono scandagliate le basi della conoscenza del nostro tempo ed anche sceverata la proiezione di categorie moderne, su argomenti che rimangono intrinsecamente inintelligibili a dispetto di un’analisi storica, sui quali ho speso ventisei anni di dedita attenzione, condivisi con tantissime persone, tra studi, scritti, letture, riflessioni, lezioni, interviste, inchieste, ricerche, seminari, conferenze, festival, congressi, consulenze, proposte legislative, progetti, casi gestiti, impresa, rappresentanza, conquistando non poche soddisfazioni ed altrettante amarezze.

In questo viaggio mi conforta essere sostenuta dall'approccio di Michel Foucault, che allora comprendevo, ma non avevo ancora assimilato, fatto mio. Eccone i tratti principali.

Per percepire l'episteme, scrive Foucault, è necessario «uscire da una scienza e da una storia della scienza: sfidare la specializzazione degli specialisti e tentare di divenire non uno specialista della generalità, ma uno specialista dell'inter-regionalità».[3]

L'episteme non è inteso come la somma delle conoscenze o lo stile delle ricerche, non è una teoria sottesa, non categorizza periodi storici, bensì è «lo scarto, le distanze, le opposizioni, le differenze […] è uno spazio della dispersione, è un campo aperto e senza dubbio indefinitamente descrivibile di relazioni».[4] Per ben comprendere l'episteme foucaldiana bisogna uscire da "un pensiero della storia", per prendere tutte le scienze in una grande ondata. L'episteme non è un oggetto in cui possa dispiegarsi l'epistemologia, è prima di tutto, e nel suo stesso sviluppo, il "motivo per cui uno statuto del discorso è ricercato" lungo tutte «Le parole e le cose».[5]

L'oggetto è ciò "che ci dice" chi ci parla.

L'episteme si confronta dunque con la storia delle idee, con la storia delle scienze; è oggetto ed al tempo stesso risultato di un'elaborazione concettuale, dove «l'Archeologia» rimpiazza «la Storia».

È a partire da questo concetto di episteme, e dal suo rapporto con l'archeologia, che Foucault si afferma come il pensatore della discontinuità storica, pensatore della rottura.

Il sottotitolo de Le parole e le cose è "archeologia delle scienze umane".

Foucault prefigura che l'originalità della sua analisi indisponga «quelli che preferiscono negare che il discorso sia una pratica complessa e differenziata, obbediente a delle regole e a delle trasformazioni analizzabili»[6] piuttosto che essere privati di quella comoda certezza, di poter cambiare se non il mondo, se non la vita, almeno il loro "significato" grazie alla freschezza di una parola che non verrà se non da loro stessi.

In un'intervista del 1972, Foucault, precisa: «ciò che ne Le parole e le cose ho chiamato episteme non ha niente a che vedere con le categorie storiche. Io intendo tutti i rapporti che sono esistiti in una certa epoca nei diversi domini della scienza [...]. Sono tutti questi fenomeni di rapporto fra le scienze o fra i diversi discorsi nei diversi settori scientifici che costituiscono ciò che io chiamo episteme di un'epoca».[7] L'identificazione dell'episteme di un'epoca, non è una categorizzazione storica e progressiva degli oggetti di un sapere di un dato periodo, ma la messa in prospettiva archeologica (e critica) del divario stesso che si è potuto assegnare nelle proprie strutture di pensiero, prese esse stesse in una rete impercettibile di vincoli legati all'episteme alla quale noi apparteniamo, con un'episteme anteriore (nel caso specifico l'episteme classica).

Con la mia prossima pubblicazione, quindi, su queste premesse, proporrò le esperienze fatte, attraverso "tessere di discorso" così come sono avvenute, affinché l'Archeologia ci aiuti a riallocarle in una possibile rielaborazione concettuale, ovvero in una possibile "prospettiva archeologica".

I brani che racconterò saranno l'oggetto su cui si poggerà lo "statuto del discorso" che verrà ricercato lungo tutte "le parole e le cose".

In tale modo non mi sentirò vincolata da concetti di ordine sociologico, antropologico, filosofico, psicologico, economico, giuridico, biologico, fisico, astrologico, geometrico, architettonico, matematico, artistico, medico, ayurvedico, ... bensì tranquillizzata dall'inter-regionalità di lettura delle parole e delle cose rievocate.

L'intento del libro sarà, pertanto, analizzare le "tecniche di sé" degli ultimi cinquant'anni che, collegate ad una "ecologia dell'esistenza" e ad un’”antropologia della relazione”, mettono in luce il come sia stato problematizzato il discorso del "lavoro" in Italia.

Per questo ho ricentrato tutta la ricerca sul "fatto sociale" in sé (tessere di discorso), in quanto la costruzione sociale della realtà, di ogni microambiente[8] che verrà proposto come episodio, sarà riconducibile solo all'espressione manifesta di vitalità dell'uomo (ovvero, dei soggetti rievocati).

Con "tecniche di sé" (o tecnologie di sé, o estetiche dell'esistenza) s'intende - prendendo sempre a prestito un concetto foucaldiano - lo studio delle "arti dell'esistenza"[9] attraverso le quali l’uomo elabora delle pratiche capaci di favorire uno stile di vita che esprima certi valori "estetici" (del sentire). L’analisi dei fatti in sé, consentirà di ricostruire la problematizzazione della vita, del lavoro, del linguaggio (attraverso le parole e le cose).

Vita, lavoro (in particolare), linguaggio che, come si diceva qualche riga più sopra, sono argomenti che rimangono intrinsecamente inintelligibili, a dispetto della conoscenza storica condivisa in quest'epoca.

Tutto ciò, non solo come ricerca di necessarie informazioni per il dibattito in corso sul tema "lavoro", per arricchirlo, ma anche per un inquadramento più ampio del discorso.

In questi fatti sociali il "lavoro" sarà spesso "l'innominato", poiché si evincerà dall'espressione manifesta della vitalità dei soggetti agenti, ossia dalle pratiche di un'ecologia dell'esistenza quotidiana[10] e da un’antropologia delle relazioni.

Per comprendere, invece, cosa s'intende per "ecologia dell'esistenza" a sostegno dell'inter-regionalità delle esperienze, citiamo quest'esempio[11]:

un antropologo che a lezione chiedeva ai suoi studenti di fermarsi a riflettere su quanto fosse “americano” quello che facevano ogni giorno, rilevò:

“Hai sollevato il lenzuolo tessuto in cotone, fibra scoperta per la prima volta in India nel VI secolo a.C., poi ti sei infilato le ciabatte, calzature degli indiani algonchini, poi hai fatto colazione in una scodella di ceramica, realizzata con un processo inventato in Cina, in cui hai messo del caffè che arriva dall’Abissinia o del tè che arriva dalla Cina o del cacao che arriva dal Sud America. Poi sei uscito, hai comprato un giornale stampato su carta, processo inventato in Cina, stampato con caratteri mobili, processo inventato in Europa, e l’hai pagato con una moneta, invenzione della Numidia, e a seconda delle notizie hai ringraziato o bestemmiato una divinità mediorientale di averti fatto nascere americano."

Intendiamo il modo di designare i rapporti degli umani con l'ambiente che lo circonda, in conformazione di esso, dai vincoli che questo pone al movimento e alle attività per l'esistenza, in una prospettiva cosmica.

Costituisce un "fatto sociale", inoltre, tutto ciò che nella società - essendo parte intrinseca di questa, non riducibile - si presenta vuoi all'esperienza dell'uomo comune, vuoi all'osservatore, come un "dato in sé" esterno e indipendente, non modificabile né dalla loro volontà né dal modo in cui lo interpretano. Un'altra proprietà del fatto sociale è che esiste al di fuori delle coscienze individuali; lo stesso individuo se lo trova di fronte come realtà che preesiste a lui ed è indifferente sia alla sua presenza, sia all'uso che ne compie.

Possiede tale proprietà la regola giuridica, la regola morale, il dogma, il costume, l'opinione pubblica, il comportamento collettivo non organizzato. Questo modo di agire, di pensare e di sentire esterno all'individuo è anche dotato di un potere imperativo e coercitivo in virtù del quale si impone a lui, con o senza il suo consenso (es. le regole del diritto, l'individuo può ignorarle o violarle, ma esse reagiscono contro di lui in modo da impedirne l'atto). La choseité del fatto sociale, ovvero la sua concretezza e indifferenza, gli conferisce la facoltà di costrizione quando s'impone all'individuo[12] nella sua natura espressiva e rivelativa.

Spero di proporvi un libro interessante, ma anche una lettura eterobiografica che conduca ogni lettore alla ricostruzione “archeologica” della propria vitalità lavorativa ed espressiva del livello di convivenza e di relazioni che anima, animerà ed ha animato.

Buona suspense, in attesa della prossima divulgazione editoriale.

di Cinzia ROSSI

La rubrica Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

Per contatti, suggerimenti, articoli e altro scrivete a: amicidipenna2020@gmail.com

NOTE:

[1] C. Rossi, Outplacement, Franco Angeli, Roma 1996

[2] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[3] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[4] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[5] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[6] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[7] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[8] Dove hanno luogo dei processi minimi tramite i quali la realtà viene così costruita e ricostruita nel corso della vita quotidiana

[9] M. Foucault, Le tecnologie del sé, Bollati e Boringhieri, Torino 1992

[10] L'insieme delle attività, delle conoscenze di senso comune, delle relazioni sociali, delle tecniche, degli usi, delle rappresentazioni, delle credenze, degli affetti, degli oggetti, degli strumenti con i quali gli essere umani riproducono giorno per giorno, in gran parte con atti privati, le loro condizioni di esistenza, e con esse quelle della società in cui vivono. La sfera propria del quotidiano è la ripetitività è finalizzata allo scambio materiale con altri

[11] M. Aime, E. Severino, Il Diverso come icona del male, Bollati Boringheri, Torino 2009, pp. 29-30

[12] L. Gallino, Dizionario di sociologia, Utet, Torino

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