Pescatori sequestrati in Libia, ancora nessuna giustizia ed equo risarcimento

Le dichiarazioni dei sindacalisti Macaddino e Di Dia e l’inchiesta di Marco Bova su “The Post Internazionale”

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
30 Dicembre 2021 11:19
Pescatori sequestrati in Libia, ancora nessuna giustizia ed equo risarcimento

E’ trascorso più di un anno dalla fine del loro sequestro in Libia Cirenaica, il 17 dicembre 2020, e i 18 pescatori della marineria di Mazara del Vallo (otto mazaresi, sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani) non hanno ricevuto adeguata giustizia per quanto loro patito in quei drammatici 108 giorni nelle carceri di Bengasi, né tantomeno un giusto risarcimento; alcuni di loro hanno riportato delle conseguenze sia fisiche piscologiche a causa delle violenze subite e per le condizioni igienico-sanitarie delle carceri sotto il controllo dei militari del famigerato generale Khalifa Haftar.

Tutto ebbe inizio il 1 settembre 2020, quando i 18 pescatori, a bordo di due pescherecci di Mazara del Vallo, "Antartide" e "Medinea", furono sequestrati dalle motovedette libiche e accusati di avere pescato in acque che la Libia invece rivendica come proprie ma che in verità sono internazionali in quanto la ZEE libica mai riconosciuta dagli Stati rivieraschi. Dopo 108 giorni di prigionia i pescatori vennero liberati; poche ore prima della liberazione l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si erano recati a Bengasi per incontrare il generale Haftar. Al loro arrivo a Mazara del Vallo, il 20 dicembre, i 18 marinai furono interrogati da carabinieri del Ros nella locale caserma dei carabinieri. La Procura di Roma aveva infatti aperto un fascicolo d'indagine dopo il sequestro.

I due sindacalisti che durante e dopo il sequestro sono stati molto vicini ai familiari e ai pescatori, Tommaso Macaddino (responsabile regionale Uila Pesca) e Giovanni Di Dia (responsabile provinciale Fai Cgil) sottolineano: “occorre continuare ad aspettare che le forze dell’ordine e la magistratura competente definiscano le indagini, dalle quali dovremmo trarre le opportune iniziative affinché tutti i 18 pescatori abbiamo il giusto risarcimento. Su questo versante, a differenza degli armatori ai quali è stato concesso un giusto indennizzo, poco è stato fatto dal Governo con i miseri 100.000 euro destinati complessivamente ad essi, troppo poco per questi lavoratori che hanno patito le pene dell’inferno nelle carceri libiche e dai selvaggi che li dirigono.

L’unico vero sollievo per i 18 amici pescatori –concludono Macaddino e Di Dia- è stata la pace e la serenità trovata nelle proprie famiglie e il commovente ed emozionante incontro con sua santità Papa Francesco, grazie a sua eccellenza il vescovo mons. Domenico Mogavero". (in foto copertina il vescovo Mogavero ed i 18 pescatori dopo qualche giorno dal loro ritorno a Mazara del Vallo)

La scorsa settimana avevamo riportato un articolo di Nello Scavo pubblicato su “Avvenire” attraverso il quale evidenziata la figura di un militare libico, tale Bashir Al Jahni, (figura già emersa nel libro “La Cala di Peppe Ciulla e Catia Catania), individuato come uno degli aguzzini dei 18 pescatori. Adesso invece riportiamo l’inchiesta condotta dal giornalista trapanese Marco Bova sul nuovo numero del settimanale “The Post Internazionale” che rivela, con tanto di fotografie, i volti dei militari libici riconosciuti dagli stessi pescatori come autori di violenze fisiche e psicologiche. Ecco quanto si legge all'inizio dell’articolo-inchiesta di Marco Bova:

Le carceri libiche e il network del generale Haftar con tanto di volti, nominativi e profili Facebook: quaranta fotografie in cui si racchiude la lunga prigionia dei 18 pescatori di Mazara del Vallo, sequestrati nel mezzo del Mediterraneo il 1 settembre 2020 e liberati dopo tre mesi e mezzo nelle carceri libiche. I marittimi li hanno riconosciuti nei mesi scorsi, nel corso di numerosi interrogatori condotti dai carabinieri di Trapani e del Reparto operativo speciale (Ros) di Roma, individuandoli in un fascicolo fotografico pieno zeppo di soldati semplici, sergenti, caporali e generali libici.

Le loro facce sono comparse come pezzi di un puzzle, riempiendo le tessere mancanti nella memoria dei pescatori. Sono i fedelissimi di Khalifa Haftar, il reuccio della Cirenaica e regista del sequestro dei pescherecci Antartide e Medinea e di 18 pescatori (otto italiani, sei tunisini, due indonesiani e due senegalesi). A partire dal generale Khaled Mahjoub, portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Libyan National Army – Lna), e dal capitano Bashir Al Jahni, comandante del carcere di El Quifia, in cui i pescatori sono stati detenuti per oltre un mese.

Entrambi sono stati riconosciuti attraverso dei frame estrapolati da un documentario filmato all’interno delle carceri di Haftar: stando ai racconti dei marittimi, tuttavia, nessuno dei due, né Mahjoub né Al Jahni, ha utilizzato alcuna forma di violenza nei loro confronti. A differenza degli operativi di Haftar, protagonisti di violenze e torture, che riaffiorano dalla memoria di quei 108 «giorni tremendi», come li ha descritti uno dei pescatori in un verbale acquisito dalla Procura di Roma, che dal giorno del sequestro indaga contro ignoti per tortura, sequestro di persona e furto aggravato...".

Francesco Mezzapelle 

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