La nuova rubrica “Teatro, amore mio”. Il “Caligola” di Albert Camus

Inauguriamo la rubrica settimanale curata da Salvatore Giacalone dedicata al teatro, ai suoi personaggi e agli autori

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
12 Gennaio 2022 12:55
La nuova rubrica “Teatro, amore mio”. Il “Caligola” di Albert Camus

C’è l’amore per un lavoro. E quello per un’arte. L’amore per il cinema, per i libri, per la musica. E c’è l’amore per il teatro. Quella passione che spinge gli attori a salire, ogni sera, sul palcoscenico come se fosse la prima volta. Quel moto interiore, quasi inspiegabile, in grado di regalare attimi di pura felicità a chi lo prova e a chi, seduto in platea, vi assiste. Con questa nuova rubrica, curata da Salvatore Giacalone, vogliamo passare in rassegna, una volta la settimana, opere di grandi autori che hanno lasciato traccia nella storia del teatro italiano e mondiale facendo raccontare ai personaggi principali la vita e le emozioni che soltanto il teatro può offrire perché anche specchio delle nostre emotività. Inauguriamo la rubrica con “Caligola” di Albert Camus. (Francesco Mezzapelle).

“Caligola” di Albert Camus, non è una lettura ordinaria, perché non è un libro ordinario: è infatti un copione teatrale, che non prevede un narratore, non prevede pause, non prevede attimi di riposo ma solo le potenti, profonde, disperate voci dei suoi personaggi. Persino di personaggi che non appaiono mai, nel testo, ma sono solo richiamati: come Drusilla, sorella e sospetta amante di Caligola, la cui morte precede l’inizio della storia narrata da Camus. “Caligola” è il secondo di una serie di tre libri che l’autore dedica alla follia della vita e alla sua impossibilità d’essere vissuta, perché tutti noi non siamo che stranieri della vita stessa; la trilogia verrà poi conosciuta come “il ciclo dell’Assurdo”.

Il dialogo che avviene tra l’imperatore e il suo servo Elicone, in cui Caligola esprime tutto il suo desiderio di impossibile, “ho bisogno della luna”, diventa il cuore della lucida follia del protagonista, lasciando, nello svolgimento della storia, un ruolo decisamente marginale alla morte della sorella Drusilla. Lo stesso Camus fa dire al protagonista: «Credo di ricordarmi che una donna che amavo qualche giorno fa è morta, ma che cos’è l’amore? Poca cosa. Questa morte non è nulla, te lo giuro, è solamente il segno di una verità che mi rende la luna necessaria …».

La ricerca dell’impossibile, di qualcosa che non è di questo mondo, simbolicamente rappresentato dalla luna: questa è la nuova traccia del testo e originale motore degli avvenimenti messi in scena. Albert Camus ha annotato nei suoi taccuini “Ho bisogno di scrivere cose che in parte mi sfuggono, ma che rappresentano appunto una prova di ciò che in me è più forte di me”. La domanda che viene continuamente posta è: “Sapendo tutto questo, e sapendo che dopo tutto dobbiamo vivere, come possiamo sopravvivere a questa follia, a quest’assurdità?” In Caligola, in questo secondo tentativo di rispondere a questa domanda, Camus ritrova il senso della vita nell’assurdità stessa, o meglio nello sforzo terribile (folle!) di colmare la distanza tra le proprie aspirazioni e la realtà: in questo senso, Caligola rappresenta una lucidissima pazzia, il bisogno dell’impossibile (“la luna, la felicità o l’immortalità”, nelle sue parole), che alla fine lo porterà alla morte.

Ma quello che cerca di dimostrare il tragico imperatore romano è una realtà semplice e drammatica, insopportabile: “gli uomini muoiono e non sono felici”. (in foto Carmelo Bene uno dei grandi interpreti di “Caligola”)

E dunque Caligola è un libro sull’assurdità dell’esistenza e la perdita di ogni possibile significato nell’universo e la lotta per emergere da quest’assurdità o morire per essa. Ma non è solo questo. Caligola è anche un libro di storia e di politica: tutta l’azione si svolge all’interno di una cornice di fatti realmente avvenuti, e chi legge può spingere l’occhio al di là della fessura del tempo e trovarsi di fronte alla nascita della congiura che uccise l’Imperatore.

Ma non è solo questo. Caligola è un romanzo sentimentale, che s’interroga sul significato dell’amore (Cesonia erano l’amante di Caligola già prima del loro matrimonio e la donna restò incinta dell'imperatore) ed è una profonda meditazione sulla sofferenza che sempre si accompagna all’amore e alla sua perdita. Davanti i nostri occhi, Caligola lentamente realizza una pagina dopo l’altra quanto sia facile e quanto sia inevitabile dimenticare: non solo la bellezza del tempo perduto, i baci e le risate, ma perfino il lutto inconsolabile.

Niente dura, nemmeno il dolore. Ma non è solo questo. Più di tutto, Caligola traccia una mappa del tesoro alla ricerca della felicità, alla ricerca di qualcosa per cui valga davvero la pena vivere e morire e accetta tutto di questa ricerca, anche le sue conseguenze illogiche, folli, assurde, fino all’estremo di qualunque ragionamento: Caligola vuole stringere la luna tra le mani. Sa che ciò è impossibile ma manda il suo fido Elicone a cercargliela, a ritrovare il suo riflesso su uno specchio d’acqua e tirarla fuori per lui; è assurdo.

Caligola sa che sta chiedendo l’assurdo. E allora, se non può stringere la luna tra le mani, e sa bene che non può, Caligola si costringe a rassegnarsi, e la sua rassegnazione è la condanna di tutti: “la verità” e dice: “Gli farò un prezioso regalo: il regalo dell’uguaglianza. E quando tutto si sarà livellato, quando l’impossibile sarà sulla terra e la luna nelle mie mani, allora, forse, io sarò trasfigurato ed il mondo rinascerà come nuovo; e gli uomini non moriranno più e finalmente saranno felici”.

Salvatore Giacalone

In evidenza