De profundis per la pesca mazarese. Politica latitante e nuove generazioni scappate

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
03 Gennaio 2014 15:42
De profundis per la pesca mazarese. Politica latitante e nuove generazioni scappate

Eccessivi costi energetici (caro gasolio); rarefazione delle aree di pesca tradizionali; forti limitazioni dalle regolamentazioni comunitarie; scarsa valorizzazione commerciale del prodotto pescato.

Sono queste le ragioni fondamentali che caratterizzano il sistema pesca siciliano e mazarese in particolare, queste gravi criticità hanno determinato ed aggravato una crisi che ormai imperversa e progredisce da circa 10 anni.

Per gli armatori, quelli ormai rimasti, i costi per armare un peschereccio per una bordata di pesca 30/40 giorni si sono moltiplicati. Mediamente armare un peschereccio di altura per un anno costa 120.000 euro, più del 50% sono costi di gasolio il cui costo è triplicato in 10 anni. Così si spiega perché in 10 anni la flotta peschereccia d'altura si sia ridotta di un terzo, ad oggi vi sono circa 85 pescherecci. Tale questione rimanda all'attuale sistema di retribuzione cosiddetto "alla parte" che prevede che una metà del ricavo netto dalla vendita del pescato venga suddiviso fra i membri dell'equipaggio in base al ruolo dei suoi componenti; ovvio che se i costi aumentano diminuisce la paga del pescatore che spesso non supera i 600-700 euro per 30-40 giorni di lavoro.

A tal proposito va ricordato che le flotte dei Paesi terzi, extraeuropei, lavorano negli stessi areali di pesca a costi (lavoro/carburante/gestione armamento) decisamente più bassi ed operano negli stessi mercati a prezzi decisamente più bassi. Il settore ha registrato un forte disallineamento fra politiche europee, nazionali e regionali e la specificità della pesca mediterranea: un esempio? A che serve il fermo biologico se poi nello stesso periodo ed areale pescano egiziani e tunisini le cui flotte sono invece triplicate? A che serve pescare con maglie delle reti non inferiori a 5 mm quando accanto al peschereccio mazarese le marinerie nordafricane ed extracomunitarie pescano con maglie molto più ristrette.

Il gambero rosso è il prodotto ittico più richiesto agli armatori mazaresi, si pesca a strascico in fondali dai 400 a 800 metri, negli areali di pesca più pericolosi, fra queste le acque libiche il cui limite è stato portato, e mai più ridotto, nel 2005 da Gheddafi fino a 74 miglia dalla costa; da qui i numerosi sequestri di pescherecci. Quando portato a terra, il gambero rosso viene pagato circa 350 euro per un cartone da 12 kg, quasi lo stesso prezzo da 20 anni. Eppure sul mercato vi è molta richiesta, sempre crescente negli anni, di gambero rosso. Qualcosa allora non funziona. Tutti lo sanno ma nessuno lo denuncia apertamente: partite di gambero atlantico, asiatico etc. viene mischiato e rivenduto alla grande distruzione o nei mercati ittici del centro-nord o europei come gambero rosso di Mazara del Vallo.

"E' come vendere un prodotto Armani a prezzo cinese". Con questa metafora il 32enne Vincenzo Asaro ha voluto sottolineare alla vigilia di Capodanno il basso prezzo del pescato mazarese, quello pagato dai commercianti ai produttori, gli armatori. Vincenzo Asaro non ha seguito le orme del padre Vito che è armatore, ha invece preferito studiare; adesso lavora in banca a Londra e racconta: "invitato ad una cena di lavoro, guardando il menù ho visto che riportava anche il gambero rosso con la denominazione Mazara del Vallo: più di 70 euro per mangiare appena 150-200 grammi di gambero, poi chi assicura che fosse realmente di Mazara del Vallo? Non esiste un marchio dop del gambero rosso pescato nel canale di Sicilia".

La politica non ha aiutato la marineria mazarese a creare un marchio che potesse valorizzare monetariamente e qualitativamente il pescato mazarese che quindi viene frequentemente svenduto e soggetto alla concorrenza spietata di spagnoli, tunisini, egiziani, greci, ma anche di stessi mazaresi, tutti pronti a mischiare pesce di diversa provenienza per potere utilizzare la denominazione "Mazara del Vallo".

Di contro il comparto pesca mazarese è stato soggetto ad un'eccessiva politicizzazione negli ultimi 40 anni, vedi le politiche del fermo biologico prima e quella recente dei contributi per le demolizioni di pescherecci; nella loro ascesa diversi politici hanno utilizzato la marineria come base elettorale. 

Il settore si è sempre così più diviso in associazioni, consorzi etc, e ciò ha giocato negativamente sulla sua credibilità nelle diverse sedi istituzionali. "Il problema –ha detto Maurizio Giacalone, giovane armatore e capitano- è che c'è la politica di mezzo, personaggi che fra di loro si odiano.

Se tutti dicono che vogliono il bene della pesca, allora perché non si siedono insieme? Mi riferisco all'ex onorevole regionale Toni Scilla e Paolo Giacalone (entrambi rappresentanti di Federpesca), mi riferisco all'ex onorevole Nicola Cristaldi, adesso sindaco della città. Mi riferisco alle contrapposizioni fra l'Associazione Imprese Pesca Mazara, di cui è presidente lo stesso Scilla, e la Coldiretti Imprese Pesca di Alberto De Santi, Ma ci sono anche il Distretto della Pesca con Giovanni Tumbiolo, ed i sindacati Cgil, Cisl e Uil dei pescatori.

Tutti questi soggetti –ha sottolineato Giacalone- dovrebbero sedersi abbandonando personalismi in nome del bene del settore; serve una conferenza comunale sulla pesca per stilare un documento unitario da presentare nelle giuste sedi. Fa rabbia –ha concluso Giacalone- a me, a tanti miei colleghi, a capitani, motoristi e marittimi vedere come il settore stia morendo ed i politici litigare per mantenere il proprio orticello".

Insomma un sistema pesca mazarese che deve innanzitutto ripensare agli errori commessi nel presente e nel passato, soprattutto nel trentennio 1970-2000, periodo di vacche grasse quando bastava buttare una rete nell'areale ovest del mare Mediterraneo, dal Golfo della Sirte fino a sopra le coste comprese fra la Sardegna e l'Algeria. Eccessivo individualismo, incapacità di fare sistema e la politica di turno ha frantumato il settore e la ricchezza accumulata nelle precedenti generazioni.

Forse come ha detto un nostrano "tycoon della pesca": "bisogna abbandonare l'idea che siamo i più forti ed i migliori e ripartire dalla pesca artigianale". Ma la piccola pesca potrebbe essere l'ancora di salvezza in un città senza più porto, senza un mercato ittico all'ingrosso, senza un'asta e, soprattutto, senza più la sua naturale vocazione peschereccia svenduta alle diavolerie del mercato globale?

03-01-2014 16,30

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