Ultime della sera: “Una storia senza nome”

Un film che prende spunto da un eclatante fatto di cronaca per raccontarci l'Italia di oggi

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
28 Aprile 2021 18:30
Ultime della sera: “Una storia senza nome”

“Una storia senza nome” è un film del 2018 diretto da Roberto Andò che cuce una trama interessante attorno ad uno dei fatti di cronaca più incredibile degli ultimi 50 anni: il furto di una tela del Caravaggio avvenuta a Palermo per opera dalla mafia.

Il film, che ha un cast di tutto rispetto, da Micaela Ramazzotti ad Alessandro Gassman, da Laura Morante a Renato Carpentieri, è stato presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia e ha ottenuto due candidature ai Nastri d'argento. Nella sua trama intreccia l'indagine segreta portata avanti da un anziano poliziotto in pensione sul celebre furto commissionato nel 1969 dalla mafia con la sceneggiatura che la protagonista del film (Micaela Ramazzotti) in qualità di ghost writer sta scrivendo, dietro suggerimento dell'investigatore, per conto di uno scrittore caduto in disgrazia di idee e ispirazione (Gassman) per una casa di produzione che decide di farne un film.

Lì entra in scena uno dei soci della società di produzione che ha stretti legami con la criminalità organizzata e condiziona gli eventi e la realizzazione del film, mettendo in pericolo i protagonisti. La storia inizia con l'omicidio di un critico d'arte, che era stato chiamato dalla mafia a valutare la Natività di Caravaggio rubato a Palermo nel 1969 e poi ucciso perché non parlasse e si dipana in un intreccio narrativo che si tinge di giallo, una commedia a tratti anche divertente e un po' felliniana, dove la vicenda di cronaca cede anche il passo ad un affettuoso omaggio alla storia del cinema e a coloro che, con vari ruoli, lavorano dietro la macchina da presa.

Peccato che la Ramazzotti convinca poco nel suo ruolo mentre Carpentieri riesce a regalare con la sua bravura quella sfumatura noir che necessita al film per funzionare.

Ovviamente il film è un'occasione per trarre dalla vicenda spunti di riflessione interessanti. Innanzitutto dipinge un Paese che ancora non ha imparato a coltivare il merito. La Ramazzotti, infatti, scrittrice talentuosa e con un'ottima vena narrativa, scrive sotto copertura per un Gasmann inetto, incapace, che brilla di luce riflessa e prende meriti, fama e denaro da un lavoro non suo. Ma anche la madre della protagonista, interpretata da Elsa Morante, ha lo stesso destino, lei addirittura ghost writer del ministro dei Beni culturali, personaggio al limite del grottesco, mediocre e inadatto al ruolo e che necessita del supporto di qualcuno che gli scriva i testi dei discorsi pubblici, gli suggerisca le risposte alle riunioni e gli illumini la via in generale.

Andò dimostra con questo film che niente è mai come sembra, e che in Italia le persone di valore, che spingono avanti il Paese, in qualsiasi campo ma soprattutto nella cultura e nella politica, non sono quelle che appaiono ma quelle che stanno nelle retrovie: spesso sono donne, sottopagate e non valorizzate, mentre gli uomini raccolgono meriti e onori. Nessuno è ciò che sembra, anche l'identità del poliziotto segreto si rivelerà alla fine, è un film dove i livelli di impostura si inseguono, come se usciti da un copione di Sciascia o Pirandello.

L'altra riflessione riguarda una delle ferite ancora aperte della nostra storia criminale, il furto della “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi” di Caravaggio, trafugata dall'Oratorio di san Lorenzo a Palermo una notte del 1969. Cosa sappiamo di questo furto a 50 anni di distanza?

Secondo le ricostruzioni che si sono susseguite e che chiamano sempre in causa la regia di Cosa nostra, l'autore del furto fu Gaetano Badalamenti. Nel 1989 il pentito Marino Mannoia rivelò a Giovanni Falcone di aver rubato lui il Caravaggio, staccando la tela e arrotolandola per farla uscire di nascosto dalla chiesa nella notte piovosa. Questo errore grossolano fu fatale per il dipinto perché la vernice, indurita nel corso dei secoli, si disintegrò e la tela quando fu riaperta era piena di crepe.

L'FBI ha inserito la Natività nella lista dei furti più clamorosi di sempre, con un valore di mercato intorno ai 30 milioni di euro.

Da alcune successive ricostruzioni sembra che il dipinto sia stato tagliato in quattro parti e spedito in Svizzera per venderlo al mercato nero dell'arte, altri pentiti hanno invece raccontato che la tela ormai danneggiata fosse stata data in pasto ai maiali.

Al di là di quale sia stato l'epilogo di questo mistero tutto italiano, quello che ci preme sottolineare è la scarsa considerazione che il nostro Paese ha avuto per una delle sue opere di maggiore valore. Perché, se la mafia ha avuto per questo capolavoro lo stesso atteggiamento ottuso e sprezzante che qualcuno ha paragonato a quello operato dagli affiliati dell'Isis nella distruzione di opere di valore, cosa possiamo dire di uno Stato italiano che conserva un capolavoro del Caravaggio dentro un oratorio, senza alcun sistema di protezione e di sicurezza, dimostrando di tenere in poco conto un bene di valore inestimabile? Il furto infatti non solo ci ha privati di un bene che quasi certamente non ritornerà più, ma ha messo in evidenza un contesto culturale in cui ancora prevalgono incuria, negligenza, illegalità ma soprattutto la fragilità dello stato di fronte a tutto questo.

Questo giallo tutto siciliano è stato anche raccontato da Sciascia nel suo romanzo “Una storia semplice”, che prende infatti spunto da questo fatto di cronaca.

di Catia CATANIA

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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