Ultime della sera: “Il sistema scuola”

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
30 Marzo 2021 18:36
Ultime della sera: “Il sistema scuola”

di Paolo ASARO In una recente intervista, Alessandro Barbero ha dichiarato, riferendosi alla perdita della memoria storica nel nostro paese, che la scuola non ha alcuna responsabilità, in quanto, da un po’ di tempo si trova sotto attacco da parte di una classe dirigente che ha deciso di ridimensionare il ruolo della scuola e degli insegnanti, cosa ne pensa a riguardo? Certamente mi paiono evidenti due aspetti fondamentali: il primo è che dal ‘94, la scuola è sotto il sistematico attacco da parte del potere, e per potere non intendo solo quello politico, ma anche quello mediatico, culturale e imprenditoriale, questa classe dirigente, all’indomani di tangentopoli (coincidenza?), ha deciso di prendere di mira la scuola.

Il secondo dato è che la scuola continua a peggiorare. Se intervistiamo chiunque faccia parte del mondo della scuola oppure gli stessi genitori che osservano i loro figli, ci dirà che in passato si studiava di più e meglio, si imparava di più e il sistema scuola, in apparenza più arcaico e senza “progetti innovativi”, funzionava molto meglio, cioè produceva studenti molto più preparati e cittadini migliori. Le riforme della scuola non sono servite a niente? Intendiamoci, nessun governo, dal ‘94 in poi, ha effettuato vere riforme della scuola.

Tutte quelle che vengono spacciate come riforme e che tristemente portano i nomi dei loro autori, non sono altro che tagli alla spesa. Ogni ministro di turno ha inferto la propria pugnalata alla scuola privandola di risorse fondamentali, mascherando come riforma ciò che in realtà non è altro che un miserabile taglio delle spese. Con l’ingresso dell’Euro, la Comunità Europea ci ha chiesto di tenere i conti in ordine e questa classe politica, appoggiata da Confindustria, si è guardata attorno, smarrita e disperata, cercando  dove poter effettuare i tagli necessari per far quadrare i conti senza perdere consensi e la scuola è stata un obiettivo facile.

Dunque è solo colpa dell’Euro? Non è colpa dell’Euro, ma è colpa di decenni di politica scriteriata e di corruzione che l’Euro ha solo fatto emergere. E poi c’è un altro aspetto. Quel potere che è stato messo in ginocchio da Tangentopoli, una volta riorganizzato, ha preteso la sua vendetta! “Abbattere i nemici e fare cassa”, una vendetta terribile indirizzata contro i nemici dell’affarismo e della malapolitica e la scuola era uno di questi. Perché il “potere” dovrebbe avercela con la scuola? La scuola non è forse trasversale? Ci sono almeno tre motivi, il primo è quello di colpire ciò che non produce ricchezza (PIL) o consenso elettorale, l’istruzione è analisi critica e non cieco consenso.

Il secondo, perché un popolo ignorante è molto più facile da gestire e da imbrogliare, si pensi a certe campagne elettorali con promesse ridicole. La nostra economia si basa su una società di “compratori”, non di cittadini, e la pubblicità, che è l’anima del commercio, ha meno presa sulla gente istruita. Il terzo, perché la classe insegnante può parlare liberamente agli alunni senza pressioni o ricatti, o almeno fino a qualche tempo fa, e questo è intollerabile per qualsiasi potere.

Aggiungerei che fa molto comodo, in periodo di crisi, indicare un nemico alla gente, scaricare le colpe della recessione su una categoria, che si chiami extracomunitario o rom, terrone o insegnante, distogliere l’attenzione dalle “loro” responsabilità e crearti un nemico ad hoc contro cui scagliarti. Ma se i politici colpiscono la scuola, non danneggiano anche i loro figli? Chi nasce in una famiglia istruita, in grado di dare stimoli culturali ai propri figli, non viene penalizzato più di tanto, sono le fasce sociali più deboli che vengono colpite da questo sistema.

Se i ragazzi non riescono a seguire la lezione a scuola per vari motivi (classi troppo numerose, continue distrazioni, compagni problematici e disturbatori), poi a casa possono recuperare, se hanno alle spalle una famiglia culturalmente solida. Se viceversa, a casa non sono seguiti da nessuno, si trovano perduti. E poi oramai in Italia sta prendendo sempre più campo la scuola privata. Anche qui dobbiamo precisare, sono poche le scuole private che funzionano meglio della scuola pubblica ma almeno danno delle garanzie, cioè basta pagare e ti ritrovi il figlio diplomato in pochi anni e senza preoccupazioni.

Ma lo sa che molti insegnanti che lavorano nella scuola statale, mandano i loro figli nelle scuole private? Allora la classe dirigente di questo paese, indipendentemente dalla preparazione culturale, si rivolgerà alle scuole private per i loro figli? Ma quale preparazione culturale? Oramai la crisi culturale di questo paese è irreversibile. Fino a qualche anno fa, per intraprendere una carriera professionale di alto livello in Italia bisognava studiare ed impegnarsi seriamente. Oggi si possono tranquillamente raggiungere gli stessi obbiettivi attraverso le università private senza bisogno di studiare.

Puoi anche andare in Romania a comprarti una bella laurea in medicina! Insomma, per farla breve, la scuola italiana, dalla secondaria in poi, non è altro che un diplomificio senza alcun valore di contenuti. Nessuna professione è più al riparo, per ottenere prestazioni professionali o per diventare un professionista qualificato, le future generazioni dovranno emigrare in altri paesi europei. Ma non le sembra una situazione troppo catastrofica quella che descrive? E poi, è davvero solo colpa della politica? La colpa non è solo della politica, ma ci sono nella scuola pubblica italiana dei vizi strutturali che la politica non ha mostrato di voler o saper risolvere, vi sono delle contraddizioni macroscopiche che nessuno ha ancora affrontato.

Quali sono queste contraddizioni? Innanzitutto l’obbligo scolastico. In Italia non esiste né diritto all’istruzione né tantomeno l’obbligo all’istruzione. Quello che noi chiamiamo obbligo scolastico si riduce di fatto al solo obbligo della frequenza con effetti devastanti su tutto il sistema. Attraverso l’intervento delle forze dell’ordine e degli assistenti sociali si prelevano i ragazzi inadempienti, pieni di problemi inimmaginabili, che non hanno alcuna intenzione di studiare, e li si scaraventa nelle aule col risultato di rendere la scuola un istituto di reclusione per loro e uno strumento di fatto inutile per chi ha voglia ed interesse per lo studio.

In questo modo non si assolve all’obbligo d’istruzione ma si finisce per ledere il diritto all’istruzione dei ragazzi che si trovano in aula questi compagni problematici. Così, la scuola che dovrebbe essere un’isola di serenità e di armonia, diventa un luogo infernale, pieno di stress e di pericoli per minori e adulti. Molti di questi ragazzi svantaggiati, soffrono di problemi psicologici che non vengono configurati come patologie, ma che di fatto si ripercuotono sulle loro capacità relazionali e comportamentali.

Disturbi ai quali questa scuola, per come è strutturata, non può dare risposte, perché questi ragazzi hanno bisogno di strutture e figure professionali specializzate. Non possono essere scaraventati all’interno di una classe pretendendo che l’insegnante di turno riesca a risolvere la situazione. Va bene, ma questi sono casi sporadici. Non sono d’accordo. Esistono nel territorio nazionale italiano, delle “strutture” mostruose che sono una vergogna per un paese che si definisce civile.

Le scuole delle periferie cosiddette “a rischio”, parlo dei quartieri ZEN o CEP di Palermo, Scampia a Napoli, Quarto Oggiaro a Milano ecc.  sono degli “inferni istituzionalizzati”, una bambina di dieci anni non dovrebbe mai mettere piede in questi luoghi di violenza fisica e verbale, di squallore sessuale, vandalismo, bullismo, totale mancanza di rispetto verso sé, le cose e gli altri. Sono realtà dove la percentuale di bambini con disturbi gravi del comportamento è altissima e le stesse strutture edilizie farebbero inorridire chi proviene da zone di guerra o da paesi in via di sviluppo.

A un insegnante, spesso ad inizio carriera, che è un trasmettitore di conoscenze e non un terapeuta, vengono richieste mansioni che non gli competono, in situazioni in cui, anche equipe di psicoterapeuti, non di rado fuggono in lacrime. Questa non chiamatela scuola, non chiamatelo lavoro, non nominatelo e basta! Ma una volta la scuola era anche il luogo dove si imparava l’educazione e la convivenza civile, non è più così? Da una parte vi sono i ragazzi problematici, dall’altra quelli maleducati e non scolarizzati che nel nostro paese sono in crescita esponenziale, ed essendo minori, sanno di essere intoccabili, fino alla maggiore età, possono porre in atto qualsiasi tipo di comportamento certi dell’immunità totale.

Praticamente la scuola è diventato il luogo protetto dove possono dire e fare tutto ciò che vogliono per cui, da luogo educativo, la scuola è ormai diventata un luogo altamente diseducativo. Ed è inutile prendere provvedimenti disciplinari, i ragazzi sono impermeabili alle sanzioni, che comunque sono tardive e non impediscono quel clima di tensione e di stress che a scuola dovrebbe essere assolutamente estraneo! Quali sono gli effetti visibili dei tagli alla scuola? Una paralisi totale! Una volta, se durante una lezione, emergeva una necessità non prevista, la scuola era sempre in grado di fornire aiuto alla classe, i materiali per le dimostrazioni non dovevano fornirli gli alunni o i professori e si potevano anche sostenere gli alunni provenienti da famiglie indigenti.

Adesso gli scolari (cioè coloro che vanno a scuola, gli studenti sono quelli che studiano) vengono a scuola senza libri, perché non li comprano o li rivendono, e i docenti sono spesso costretti a fornire le fotocopie a loro spese. Non ci sono laboratori, non ci sono risorse né strumenti didattici, si pretende tutto dagli insegnanti senza fornire loro alcun supporto o strumento. Dovendo usare una metafora, direi che i docenti sono come dei soldati mandati a combattere a mani nude contro un esercito ben armato e se perdono la battaglia vengono pure penalizzati.

Barbero ha dichiarato che la scuola è afflitta da alcuni mali tra cui, la mostruosa burocrazia alla quale sono sottoposti i docenti, stipendi e metodi di reclutamento “scandalosi”, alternanza scuola lavoro ecc... Che ne pensa? È verissimo! Questa è colpa dei sindacati, che per ottenere dieci Euro in più in busta paga, hanno acconsentito a trasformare i docenti da “professionisti” a “impiegati” condannati a dover rendicontare anche l’aria che respirano, quasi dovessero “giustificare” il loro lavoro alla stregua di impiegati delle poste o del catasto.

A ciò si aggiunge anche l’attacco mediatico e culturale da parte del potere che fomenta la gente dipingendo gli insegnanti come una sorta di parassiti. Conosciamo a memoria la poesia: solo 18 ore di “lavoro” settimanale, “tre mesi di ferie” all’anno e via di questo passo. E naturalmente, gli ignoranti di cui questo paese è pieno, si riempiono la bocca con queste assurdità. Non ci si rende conto che un docente è un professionista e come tale dev’essere considerato e remunerato. Un professore non dev’essere valutato in ore di lavoro ma per la sua preparazione, per la sua capacità di trasmettere la conoscenza, per il pilastro culturale che egli rappresenta e non ultimo, per il fatto che egli è il responsabile del futuro di una nazione.

Quando pago la parcella di un avvocato o di un medico specialista, gli chiedo forse quante ore ha lavorato sul mio caso? Lo pago per la sua competenza, per i suoi anni di studio, per le specializzazioni e per la sua capacità di rispondere alle mie esigenze. Trent’anni fa la figura del docente, il “maestro del paese”, era una figura di grande prestigio e di grande rispetto. Oggi, grazie al lavoro ben svolto dalla nostra politica, gli insegnanti sono trattati, nella migliore delle ipotesi, alla stregua di pezzenti o di falliti perché il pensiero dominante è che il valore di una persona venga stabilito in base al reddito.

Nel qual caso, un idraulico è più importante di un insegnante per il solo fatto che guadagna il doppio (in Italia naturalmente). Vogliamo tornare a dare un valore allo studio? Se una persona che acquisisce delle competenze in anni di studio e di sacrifici, naturalmente dimostrando poi di possederle davvero queste competenze, fosse remunerato in modo importante, allora, agli occhi della società, lo studio e la carriera nel mondo della cultura e dell’istruzione sarebbe visto come un traguardo di grande rispetto e prestigio.

Finché un idraulico o un elettricista, con un titolo di studio professionale regalato, che non sa parlare in italiano, guadagnerà il doppio di un insegnante, uno studente non sarà mai abbastanza motivato a studiare. Ecco perché gli stipendi degli insegnanti sono scandalosi. Su questo possiamo essere d’accordo, ma allora non bisogna anche considerare che la classe insegnante non è, per così dire, sempre all’altezza del suo ruolo? Certamente, è un cane che si morde la coda. Guardando molti insegnanti attuali la gente si chiede giustamente: “perché dovremmo pagare di più questo qua”? Il motivo per cui la scuola è un’istituzione dove al suo interno vi è di tutto, dipende principalmente dal “metodo di reclutamento scandaloso” degli insegnanti, come dice giustamente Barbero.

Bisogna ritornare necessariamente ai concorsi pubblici! Bisogna dimostrare le proprie competenze, bisogna sostenere dei pubblici esami, seri e trasparenti. Questo modo orribile di “assorbire” i precari è mostruoso. Prima di tutto perché nella scuola non dovrebbero esserci precari, non è dignitoso per i docenti né per gli alunni né per le famiglie. Le soluzioni si possono trovare e non sarebbero più dispendiose rispetto all’attuale sistema. Il fatto è che tutti questi corsi abilitanti sono una vera e propria miniera d’oro per i soliti volponi.

Se proviamo a guardare gli annunci pubblicitari su internet, di sedicenti atenei privati, approvati dal MIUR, troviamo corsi di formazione, attestati e qualsiasi tipo di titolo in vendita, ci sono perfino le “offerte speciali”. Viene da vomitare! L’insegnante precario paga per conseguire l’abilitazione, quando sarebbe sufficiente studiare (gratis) e superare un esame. Poi c’è la guerra dei titoli, tutti rigorosamente a pagamento e che si possono comprare come al mercato, le domande che si inoltrano, anche se non si ha il diritto, tanto poi ci sono i “ricorsi” organizzati dai soliti sindacati, che vengono vinti con buona pace del sistema colabrodo e dei fessi che si sono attenuti alla normativa.

E’ come se per fare il carabiniere fosse richiesta un’altezza minima di m.1,70 ed io, che sono alto m.1,60, faccio ugualmente la domanda e se mi viene respinta faccio il ricorso e lo vinco. Sembra strano ma funziona così! Tutto si compra, anche il posto di lavoro! Con questo sistema, senza voler fare di tutta l’erba un fascio, chi ha a disposizione qualche migliaia di Euro da investire (e oggi non è un problema per nessuno), può entrare in ruolo a suon di titoli e punteggi comprati al mercato.

È chiaro che così si alimenta un sistema che mi limito a definire torbido e non si garantisce la qualità del docente. Ci sono persone che vanno a prendere l’abilitazione in Romania o in Spagna, altri che comprano il CLIL (l’attestato di insegnamento della propria disciplina in lingua straniera) pur non sapendo una parola di lingua straniera, tanto il dirigente non può obbligarlo ad utilizzare tali competenze, e così via. Si tratta di un giro d’affari di milioni di Euro, tutti pagano per non retrocedere in graduatoria senza alcuna competenza reale, l’argomento dovrebbe essere oggetto di inchiesta di una rubrica di approfondimento come REPORT.

Giusto per sdrammatizzare mi lasci citare Woody Hallen con una frase tratta da “Io e Annie” : -nella mia scuola c’era un detto, chi non sa far niente insegna e chi non sa insegnare insegna ginnastica, quelli che neanche la ginnastica, credo che li destinassero alla nostra scuola-. A parte lo scherzo, io credo che ci sia un gravissimo problema strutturale, dall’idea della scuola diplomificio senza contenuti, per la quale va bene qualsiasi insegnante, alla mancanza di risorse e l’obbligatorietà fittizia, ci troviamo di fronte a un colosso dai piedi d’argilla che inizia a scricchiolare.

Il motivo per cui la scuola pubblica italiana si regge ancora in piedi, oltre al fatto che la maggior parte dei docenti sono persone straordinarie in grado di fare miracoli, lo si deve purtroppo al fatto che è ormai diventata un enorme parcheggio per bambini. Questo fatto è stato messo chiaramente in evidenza dalla pandemia COVID 19, le scuole aprono e chiudono non per garantire il diritto allo studio, ma per consentire ai genitori di “liberarsi” dei propri figli e poter andare a lavorare.

Molti genitori scelgono il tempo prolungato perché non sanno dove lasciare i figli e così via. La scuola serve moltissimo alle famiglie italiane, anche se non le riconoscono altro che uno status da baby-parking. Silvano Agosti sostiene che la scuola andrebbe chiusa e i bambini dovrebbero giocare nei prati fino a 18 anni. L’unica riforma possibile, dice ancora Agosti, sarebbe quella di pagare gli insegnanti, che sono degli incolpevoli esecutori, per stare a casa salvando così l’infanzia dei bambini, che ne pensa? Capisco l’idea di fondo e la provocazione.

Se non sbaglio, nel suo libro “Lettere dalla Kirghisia”, Agosti sostiene che i bambini di questo paese, pur giocando tutto il giorno, sono preparatissimi in ogni campo del sapere perché quando piove e non si può giocare all’aperto, entrano in delle “ambienti” pieni di computers e connettendosi autonomamente ad internet, imparano ciò che vogliono. Naturalmente è una provocazione, i computers non crescono sugli alberi. La tecnologia informatica e digitale è proprio uno dei frutti migliori della scuola, l’intuizione geniale dei programmatori non avrebbe potuto avere alcuno sviluppo senza una solida preparazione scolastica specifica di base.

E poi è proprio la natura, che Agosti vorrebbe prendere ad esempio, che ci insegna che dev’essere l’adulto a guidare i cuccioli, come dice giustamente Paolo Crepet: “avete mai visto in un laghetto l’oca che segue i pulcini?” I bambini non possono essere lasciati da soli davanti un PC e non per i motivi che potete immaginare, ma perché il computer è una macchina che ha solo risposte e non potrà mai insegnarti a gestire un dubbio! È il dubbio e la soluzione che troviamo per risolverlo che ci fa crescere e solo un adulto può aiutare un bambino a gestire i suoi dubbi.

Detto questo, concordo pienamente con Agosti nel pensare che bisogna giocare. Il gioco è il più efficace strumento dell’apprendimento, non può esservi didattica senza immaginazione, senza creatività. E infine, cosa diciamo sull’alternanza scuola-lavoro? A me spiace dirlo, ma trovo normale il fatto che, sempre la stessa classe dirigente e politica, che va negli atenei a tenere corsi di economia dall’alto del loro successo economico-lavorativo, avendo in gran parte ereditato le aziende di famiglia, avendo studiato in Svizzera, in Francia o negli USA, avendo praticato l’arte dell’imprenditoria “all’italiana”, non avendo mai utilizzato strumenti che avessero a che fare con la cultura per la soluzione dei loro problemi, si irriti al pensiero che un ragazzo possa studiare liberamente fino a diciotto anni senza avere altre preoccupazioni se non lo studio stesso.

Voglio concludere, citando ancora Crepet, chiedendomi quale catastrofe economica può essere più grave rispetto a quella di aver bruciato l’istruzione di almeno due generazioni di italiani? Diverremo schiavi degli altri paesi perché non saremo più in grado di creare nulla né di proteggere il nostro patrimonio artistico, culturale e ambientale dagli assalti lusinghieri delle potenze economiche. Bene, in conclusione, ha in mente un’idea di riforma per la scuola? Nessuno ha la bacchetta magica, però possiamo analizzare tutte le criticità della scuola e provare a dare delle risposte oneste che abbiano come unico obiettivo il ripristino del diritto ad un’istruzione di qualità del nostro sistema scuola.

La scuola dovrebbe essere una libera comunità sostenuta da regole condivise da tutti coloro che ne vogliono fare parte, pena l’esclusione; deve essere un luogo di serenità e armonia che garantisca il diritto all’infanzia, all’adolescenza e all’istruzione di qualità a tutti i soggetti. La scuola dovrebbe essere aperta tutto l’anno, per 12 mesi, tutti i giorni eccetto il sabato e i festivi. Ogni alunno dovrà garantire un certo numero di presenze all’interno dell’anno scolastico (ad esempio, 180 giorni) da poter gestire liberamente.

I docenti avrebbero diritto a 36 giorni di ferie da poter richiedere, in una o più soluzioni, in qualsiasi periodo dell’anno, garantendo comunque il regolare svolgimento della programmazione, la turnazione delle ferie e i recuperi. Ogni docente dovrebbe avere la facoltà di modulare la propria programmazione didattica come meglio ritiene opportuno. Operare un drastico abbattimento della burocrazia in quanto nemico del sapere. Abbassamento dell’obbligo scolastico al livello del primo ciclo (scuola primaria).

Tutte le facoltà universitarie, e gli istituti il cui titolo è richiesto per l’insegnamento, dovranno predisporre un piano di studi specifico per tutti coloro che aspirano ad intraprendere la carriera di docente. Senza tale piano di studi, non potrà essere consentito, IN ALCUN MODO l’accesso all’insegnamento. Si accede al ruolo di insegnante esclusivamente per pubblico concorso e si potrà conseguire l’abilitazione all’insegnamento solo dopo il superamento di un rigoroso esame che comprenda anche un periodo di tirocinio e un test psicoattitudinale.  Gli edifici scolastici dovranno avere degli standard qualitativi europei, sia per quanto concerne la sicurezza, il decoro, il benessere ecc., sia per quanto concerne le dotazioni di laboratori, sussidi e strumenti didattici.

Nessuna riforma potrà mai ridurre le risorse economiche per la scuola. Questi, ovviamente, sono solo degli spunti, delle idee sulle quali si potrebbe lavorare e che in questa sede sarebbe impossibile ampliare e approfondire. Concludiamo citando Ernst Kantorovich durante la “crisi del giuramento” all’università di Berkeley nel 1950: “Noi (professori) non siamo i dipendenti del consiglio di amministrazione, noi e gli studenti siamo l’università (così come i vescovi e i fedeli sono la chiesa, non abbiamo sindacato perché non abbiamo padroni), si può immaginare un’università senza neanche un giardiniere o un usciere, si può immaginare un’università senza neanche una segretaria e perfino, senza neanche un consiglio di amministrazione ma non si può immaginare un’università senza professori e studenti.” La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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