Ultime della sera: “Il pride del pane”

Suggestioni di estati ormai lontane

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
31 Luglio 2021 18:30
Ultime della sera: “Il pride del pane”

Ho vissuto la mia infanzia fortunatamente al tempo in cui a dare un senso all’estate non era una rassegna cinematografica o un cantante. Le serate non erano dettate da appuntamenti organizzati da altri, tantomeno a tema. Per ritrovarsi insieme in famiglia e tra amici, non si doveva ricorrere al porta-teco o riincontri celebrativi tipo “vent’anni dopo”, passaggi di campana e gemellaggi. Tanto meno era necessario organizzare un’edizione di brindisi sotto le stelle per poterle ammirare.

Ai tempi della mia infanzia però, Il vino era quello spillato in una caraffa di crita dalla botte che stava in cantina, in buona compagnia con le giarre colme di olio, i salumi che pendevano dalle travi del tetto, insieme al lardo, a li n’intinnola di pumadoru e zibbibbo.

Li ghistri con le chiappe di fichi secchi ed alloro.

Li trizza d’aglio in bella vista attaccate al muro e le cipolle supra la cannara.

Lu strattu dintra li fangotte e li pumadoru sicchi ni li burnie.

In quantità industriale, le immancabili bottiglie di salsa pronte per l’inverno.

Per noi bambini non c’era affatto la necessità di essere condotti al parco avventura (imbracati in caschetti ed igienizzante per le mani) per poterne vivere una. L’avventura era di per se stessa l’estate.

La separazione e i muri, ai miei tempi, avevano solamente un significato eminentemente di protezione ed in sub ordine quello geopolitico. Oggi l’emergenza pandemica invece, ci ha costretto tutti entro mura e confini, spingendo ciascuno di noi in una dimensione invalicabile nella quale l’individualismo e il “distanziamento sociale” si sono sostituiti progressivamente all’uomo e alla sua naturale propensione alla socialità.

In passato, amici, parenti e vicini contribuivano come meglio potevano a far sì che l’estate scorresse, tutti insieme in festa e per il meglio. Non occorreva di certo incentivare tali incontri attraverso manifestazioni dagli annunci altisonanti e roboanti come accade miseramente ed in maniera vuota oggi.

Il “cartellone dell’estate” era per natura rurale, modellato e ritmato secondo le Sempriterne cadenze stagionali. Il focus dell’iniziativa (diremmo oggi) come facilmente intuibile era connesso alle stagioni. In estate ci si occupava, insieme a tutta la famiglia dei campi, si praticava un’agricoltura di sussistenza, un’agricoltura sociale. Preziose occasioni queste soprattutto per noi bambini di apprendimento e crescita.

Eventi cognitivi, comportamentali, sociali, affettivi ed emotivi. L’antesignana “fattoria didattica”, lager di atterriti animali dove oggi invece per supplire si portano i bambini. In passato erano solo alcuni privilegiati agricoltori e allevatori che potevano disporre di un sovrappiù, d’abbondanza di cibo, di prodotti da destinare alla vendita o meglio quasi sempre al semplice baratto.

Era in uso, (non potendosi tutti permettere i dipendenti necessari al raccolto) l’aiutarsi vicendevolmente, la cosiddetta “opera persa o pia” insomma un Istituto di tipo "mutualistico”, dove tutta la famiglia era chiamata a prestare aiuto dove si coinvolgevano persino i bambini. Istillando così in loro l’amore per la terra e il valore, la passione e la dignità per il lavoro.

Tantissimi, non avevano molta scelta per sopravvivere ed assicurare alla propria famiglia le scorte alimentari necessarie e sufficienti per affrontare il duro inverno e le molte bocche da sfamare ed in cambio semplicemente si riceveva per l’aiuto offerto, quota parte del raccolto.

Questa consuetudine, nasceva spontanea; il bisogno di soccorso a chi viveva nella malasorte, risultava così evidente e coinvolgente che la Comunità cercava di soddisfarlo considerandolo un obbligo morale, come se il danno avesse colpito non il singolo ma tutta intera la Comunità stessa. Superare tutti insieme questo drammatico, limite era la mission.

Era così, naturale che la stagionalità delle colture e dei raccolti scandissero il tempo dell’estate. In tempo e per tempo la comunità si preparava, aspettava con fiducia l’estate, confidando e pregando per un buon raccolto e soprattutto che fosse molto abbondante e capace di soddisfare le necessità di tutti.

Le Messi non facevo in tempo a biondeggiare che già tutto era predisposto e pronto. La mietitura era il primo evento in cartellone con cui si apriva la stagione. Le falci lucide e ammulate, i finimenti per i muli pì cacciari lu furmentu, passati di sivu, li ciaschi e li lancidduna pi manteniri l’acqua frisca, abbunati d’acqua.

E poi li sacchi e vertuli controllati e rammendati dove occorreva, li zimmili (antesignani silos intrecciati con le canne), pronti per ammassarvi il raccolto, li criva e li furcuna pi spagghiari, li frazzati pì dormiri n’terra nell’aia.

Caricati sul carretto facevano bella mostra di sé.

Il carretto…. (quello che oggi vediamo in alcuni ristoranti o nelle sale per i matrimoni, ridotto e mortificato a tavolo da buffet) era per l’occasione addobbato a festa con tanti sberluccicanti specchietti e i cavalli bardati con meravigliose piume colorate.

Il lungo corteo di carretti, carruzzini, uomini, donne e bambini (molti dei quali a piedi non possedevano un paio di scarpe) vestiti come per andare ad una festa, o alla processione; partiva dal paese a suon di musica per raggiungere a “lu feu”: i campi di grano.

Senza contapassi dello smartphone, senza selfie da pubblicare sui social o localizzazioni andava in scena il Pride, però quello del grano. Un manifesto di un’umanità che tornava a vivere rinata, rigenerata dall’aver imboccato la via per “il Pane”, consapevole della propria essenza.

di Antonio CARCERANO

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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