Ultime della sera: “Femminicidi eccellenti”

Di come la storia tragicamente si ripete nei secoli

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
23 Novembre 2021 19:00
Ultime della sera: “Femminicidi eccellenti”

Si avvicina il 25 novembre e si torna a parlare di violenza sulle donne, come se l’argomento potesse essere circoscritto all’interno di una data e avesse una scadenza, quando invece la cronaca ci racconta ogni giorno di donne vittime di delitti efferati per mano maschile. C’è di più: in un Paese considerato “sicuro” come il nostro, dove ormai gli omicidi sono da anni in forte diminuzione, la maggior parte dei delitti avvengono nelle famiglie, all’interno delle mura domestiche.

Eppure, il femminicidio non è un fenomeno moderno, è sempre esistito, anche se fino a pochi anni fa era maggiormente tollerato, se ne parlava meno, faceva meno scalpore. Complice uno Stato che rendeva ancora ammissibile il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e dove lo stupro veniva considerato crimine contro la morale e non contro la persona, come se la donna non fosse un individuo ma incarnasse una virtù, un valore morale.

Nella società di oggi è inaccettabile che una donna possa essere uccisa solo perché donna, e quindi assoggettabile e sottomessa ad una cultura patriarcale e maschilista che ne annienta ogni volontà e ogni libertà di scegliere, di pensare, di agire.

Ma la violenza contro le donne resiste, come espressione di una subcultura di possesso e annientamento del femminile, oltre che di violenza bruta e irrazionale, che non si riesce a debellare. Anche nelle forme di società più moderne ed evolute, dove le donne sono riuscite ad emanciparsi e godono degli stessi diritti degli uomini, si assiste alla persistenza se non addirittura alla recrudescenza del fenomeno e ogni anno, anche in Italia, centinaia di donne vengono uccise e migliaia subiscono violenza per mano maschile.

La storia e la letteratura ci raccontano di donne famose cadute sotto i colpi della furia maschile. In questa occasione ne voglio ricordare due, vissute in epoche diverse.

Nell’antica Roma Apronia, moglie del pretore Plauzio Silvano, viene trovata senza vita nella propria abitazione dopo essere precipitata dalla finestra. I sospetti ricadono sul marito, trascinato innanzi all’imperatore Tiberio dal padre di Apronia, che chiede giustizia. Tiberio, recatosi sul luogo del delitto, trova tracce di colluttazione e fa arrestare il pretore. Silvano però aveva una nonna molto potente: Urgulania, amica di Livia, madre di Tiberio e vedova del divino Augusto. Fu lei a far pervenire al nipote il pugnale con cui si uccise per sottrarsi alla vergogna della condanna.

La famiglia tentò poi di riabilitarne la memoria gettando ogni colpa sulla prima moglie di Silvano, Numantina, accusata di aver convinto l’ex marito ad uccidere la moglie con un potente veleno. Era comune nell’antica Roma accusare le donne di stregoneria solo per il fatto che nella vita domestica usavano erbe medicinali, facendole così diventare il capro espiatorio di qualsiasi delitto commesso dagli uomini. Per fortuna, in questo caso, non vennero trovate prove incriminanti e Numantina venne assolta.

Spostandoci in epoca più recente, un femminicidio che, nei primi del 900 destò molto scalpore, fu quello della palermitana Giulia Trigona, di cui si torna a parlare nel romanzo della Auci “L’inverno dei leoni” perché Giulia fu una delle più care amiche di Franca Florio.

Giulia era inoltre sorella della madre dello scrittore Tomasi di Lampedusa, tanto è vero che trascorse la sua infanzia a Santa Margherita nel palazzo Donnafugata descritto nel Gattopardo. Andata in sposa al conte Romualdo Trigona, uomo molto libertino che con l’amico Ignazio Florio condivideva divertimenti e avventure galanti nella Palermo della belle époque, Giulia, stanca dei tradimenti del marito, intrecciò una relazione col conte Vincenzo Paternò del Cugno, uomo giovane e affascinante ma dedito al vizio del gioco e dei cavalli. Lasciò il marito per lui ma tempo dopo, Romualdo, dietro insistenza della famiglia e soprattutto della regina Margherita di cui Giulia era dama di corte, decise di perdonare la moglie e riprenderla a casa. Ma Giulia, delusa dal marito e stanca delle continue scenate di gelosia dell’amante, pensò di lasciare entrambi. Tanto che decise di vendere un feudo di famiglia per tornare ad essere libera, anche economicamente.

Commise però un errore, che ancora oggi le donne commettono: cedere alla richiesta di un ultimo appuntamento, quello che si rivelerà fatale.

In una camera dell’hotel Rebecchino di Roma, Giulia venne uccisa dal suo amante con due coltellate alla gola. Vincenzo Paternò estrasse la pistola e si sparò alla testa. Riuscì a salvarsi, fu condannato all’ergastolo ma uscì dal carcere alcuni anni dopo, graziato dal re su richiesta di Mussolini.

di Catia CATANIA

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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