Ultime della sera, “Ego te absolvo: per voce di donna”

Una risposta al sacerdote che ha invitato le donne maltrattate a perdonare i mariti violenti

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
10 Aprile 2021 18:40
Ultime della sera, “Ego te absolvo: per voce di donna”

di Maria LISMA

“Padre vorrei confessarmi. Ma questa volta, la esonero dal mantenere il segreto anzi la esorto a parlare, anche per me che sono costretta a tacere.

Mi perdoni lei se vuole e se può, perché io, non so perdonare. Lei ha detto che io dovrei farlo. Ma è facile dirlo, senza sapere veramente cosa accade. E allora mi ascolti, le rubo qualche minuto e le narro qualche brandello di verità.

La prima volta che mi picchiò, lo giustificai: sì, mi aveva fatto male ma poi mi chiese scusa e io pensai che mi amava così tanto che la gelosia gli offuscava la mente. E io mi dissi che in fondo non avevo poi bisogno di prendere quel caffè con le amiche. Meglio farne a meno, meglio non urtare la sua suscettibilità.

Poi continuò e io lo confidai a mia madre e lei mi disse: e che vuoi fare? “pigghialu cu lu so versu”, te lo sei sposato, non pensare di rompere la famiglia. E io tornai a casa. Ma per fortuna, non tutte le madri sono così.

La prima volta che lo fece davanti ai bambini, io li rassicurai e dissi loro che stavamo giocando, poi continuai a mentire per tutte le altre innumerevoli volte e raccontai che lo avevo fatto arrabbiare io, e ancora che aveva avuto un problema al lavoro e avevamo sbagliato a fare rumore, che aveva mal di testa e io avevo alzato la voce…

Ma poi i lividi, padre, non si possono più nascondere. E per un cucchiaio di sale mancante, salta in aria il tavolo intorno al quale si riunisce la famiglia (nei film e nelle pubblicità sono tutte sorridenti e felici le famiglie!) e io vengo insultata nel peggiore dei modi, davanti ai miei figli che sbarrano gli occhi e non capiscono e non sanno più da che parte stare, e già prima che lui torni a casa, guardiamo l’orologio sulla parete e iniziamo a tremare.

Sa quante volte ho perdonato? Sa quante altre possibilità gli ho dato? No, padre, come può saperlo… lei ci vede per le feste seduti al banco della chiesa, perché arrivano le feste e io mi trucco per nascondere i segni (si è mai chiesto quanto debba essere forte un pugno per sfondare un occhio? Io si…), ma non devo farlo troppo perché sarei una poco di buono (permetta il pudore con cui traduco parole di ben altra volgarità). Vesto bene i bambini e poi facciamo una passeggiata in centro, perché tutti vedano quanto siamo felici. L’unità della famiglia: non è questa che io devo custodire? Ma quale famiglia, padre. Come dice? Mi sono sposata in chiesa? Certo, io ci credevo. Ma pure lui si è sposato in chiesa… e anche se ci fossimo sposati in una baracca o su un ‘isola deserta, in comune o per corrispondenza, il risultato sarebbe lo stesso.

No padre, non ce la faccio più a perdonare, a fare finta di niente, a chiudermi di corsa in camera mentre lui cerca di sfondare la porta, a ricucirmi ogni volta che lui mi strappa la vita. Qualche volte sono andata al Pronto Soccorso, e all’incredula dottoressa ho mentito spudoratamente: una volta le scale, un’altra volta il bastone che regge la tenda…

Mi creda, ci ho provato. Ma le ferite che ho, e che non sono solo quelle nella carne, ma sono quelle, ancora più profonde, nella mia anima, nella mente, non sanguinano nemmeno più, perché io, sangue, non ne ho più. Come non ho più lacrime che sono di sale e fanno bruciare ancora di più i tagli.

E che madre posso essere io per i miei figli, con questa anima lacerata? Davvero crede che quando sorrido o leggo a loro le favole, o li aiuto a fare i compiti io dimentichi il marchio a fuoco che lui mi ha messo dentro la carne? Faccio l’impossibile, ma lei crede davvero che loro non vedano, non sentano, non imparino?

Quante volte mi sono detta: offri l’altra guancia e l’ho fatto. Ma perché anche la guancia dei miei figli? E ho pregato fino a consumare le ginocchia: Signore, se mi vuoi sulla tua croce, almeno lascia che i miei figli non siano costretti a salirvi con me. Che ne sa lei padre, del travaglio, della fatica, del sangue acre della paura, dell’aceto amaro dei rimpianti…

Io proteggo me stessa e i miei figli e chiedo accoglienza e non giudizio, chiedo verità e carità, e non dotti precetti. Non dovrebbe essere la Chiesa manto della Madre che accoglie e cura le piaghe del corpo e dell’anima?

Perdoni lei padre ché io non sono pronta. Forse un giorno, quando sarò riuscita a dare un senso a tutto questo, ma adesso non me lo chieda e non me lo imponga. Non sono qui a pretendere di contare tutte le volte che lei ha perdonato le offese subite, non sono qui a giudicare se ci sia sempre coerenza fra la sua vita e le parole delle sue omelie. Non lo faccia lei con me, con noi. Forse saprò perdonare quando avrò perdonato me stessa per avere permesso che tutto ciò accadesse, per non avere ritenuto me stessa degna d’amore, quando avrò usato misericordia verso di me e verso la mia vita e quando avrò riconosciuto la misericordia di Dio che non è giudizio, ma accoglienza.

No padre, io non vivo solo in un quartiere degradato: io sono povera e sono ricca, sono ignorante e sono colta, sono affamata e benestante… io sono me stessa e sono tante donne che oggi chiedono a lei di indossarli questi abiti di mogli, compagne, fidanzate maltrattate, di camminare su questi piedi calpestati, di sentire come si sta con il terrore addosso. Ci provi a portarla questa croce anche solo per una stazione: basterà a sentirne il peso e l’orrore. Penso che lei scapperebbe via o come Pietro, tirerebbe fuori la spada per colpire il centurione

Per fortuna abbiamo incontrato qualcuno su questo calvario: fra gli altri che ci hanno teso la mano, molti per compito istituzionale, alcuni per solidarietà, altri che onorano la divisa che indossano, c’è più di qualcuno, che come lei, indossa l’abito talare. Nessuno ci ha fatte sentire in colpa per essere fuggite dal nostro aggressore. Nessuno ci ha condannate.

Eccomi padre, mi scusi se le ho rubato molto tempo, ma io la invito a mettere il suo dito nelle mie piaghe, e a guardare come è ridotta la mia anima e a non essere più incredulo, ma credente.

E se, alla fine di questa confessione, lei si inginocchiasse e mi chiedesse perdono, veramente, io sì, che la perdonerei. Ego te absolvo.”

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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