“Teatro, amore mio”. “Il giuoco delle parti” di Luigi Pirandello

Nella nostra rubrica oggi un capolavoro del teatro, metafora grottesca di quel “sentimento al contrario” pirandelliano

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
19 Gennaio 2022 11:45
“Teatro, amore mio”. “Il giuoco delle parti” di Luigi Pirandello

“Teatro, amore mio”, oggi ospita una delle commedie più importanti di Luigi Pirandello: “Il giuoco delle parti” in cui emerge prevalentemente la figura di Leone Gala, uomo meditativo, apparentemente calcolatore, filosofo e marito di Silia, donna borghese, incontentabile, annoiata e perennemente infelice. “Il giuoco delle parti” è la metafora grottesca di molte vite vissute standosene un po’ in disparte, un vero capolavoro di Pirandello. La trama è nota: un classico triangolo amoroso, il marito, la moglie, il migliore amico di lui che è l’amante di lei. (in foto Romolo Valli e Rossella Falk nella loro interpretazione del 1970)

Leone Gala è un personaggio filosofo che ha raggiunto una stramba saggezza. Ha capito il gioco della vita, ne ha preso consapevolezza. Tende a vivere senza inciampi e discussioni inutili, senza compromettersi più di tanto: invulnerabile al dolore, impenetrabile alla gioia. La non partecipazione, l’estraneità alla vita è la sua salvezza (e la sua condanna). Sta alla finestra a guardare vivere gli altri. Leone Gala, s’è separato amichevolmente dalla moglie; egli continua ad essere ufficialmente il marito; ma vive per conto proprio in una casa che è quasi un romitaggio. Ogni sera tanto per salvare le apparenze, passa dal portinaio della sua signora, domanda se c’è niente di nuovo e se ne va. Se ne va verso i suoi cari libri e verso le batterie della sua cucina, perché egli coltiva con finezza la gastronomia, e ama comporre salse preziose aiutato dal suo cameriere-cuoco con il quale parla di Socrate e Bergson.

Si potrebbe pensare che l’età un po’ avanzata del marito abbia un ruolo nella “crisi” del rapporto e più ancora in quella sua propria della signora. Di insolito c’è l’apparente indifferenza del marito, che amichevolmente abbandona il terreno per dedicarsi alla passione per la cucina e la filosofia; di straordinario c’è l’arte con cui Pirandello smaschera le finzioni sociali e personali per restituirci i personaggi vivi delle loro più spietate contraddizioni. In scena la vita di tutti noi.

Nella prima parte della storia egli appare come la vittima di una moglie ancora un po’ bambina, capricciosa, inappagata (a suo dire); è ancora vittima della sua stessa vita, del suo stesso destino, che non si è preoccupato di serbargli molti attimi di gioia: ha infatti subìto la fine della sua vita coniugale con Silia e ora si ritrova in una casa vuota, se non con qualche libro e batteria da cucina, con la quale si diletta a preparare nuove salse con l’aiuto del suo servitore. Dopo aver lasciato la casa alla moglie ed essersi trasferito altrove, il suo servitore Filippo è diventato il suo unico amico, o meglio, l’unica persona disposta ad ascoltarlo, molto spesso senza rispondere perché non sa nulla riguardo la filosofia.

Ad ogni modo, dopo il disinganno di una vita felice, Leone si rende conto che solo attraverso un atteggiamento prevalentemente distaccato, cioè, dalle situazioni, dalle passioni, dai sentimenti, avrebbe potuto raggiungere, non tanto la felicità quanto la soddisfazione di non vedersi più come una “pedina” da gioco nelle mani del proprio destino, ma di essere lui stesso un concorrente attivo nel “giuoco delle parti” della vita. Da qui si può cogliere il vero significato della metafora da lui spesso utilizzata: il sentimento talvolta può allietare l’animo umano, ma altre volte lo può indebolire, e questo è dovuto al fatto che spesso l’uomo è incapace di affrontare le situazioni, e quindi se ne lascia travolgere, talvolta, passivamente.

Proprio Leone, che durante la sua vita coniugale si è comportato in questo modo, ora paragona il sentimento ad un uovo fresco: “...è come se t’arrivasse all’improvviso, non sai da dove, un uovo fresco...[...]...Se non sei pronto a ghermirlo, te ne lascerai cogliere o lo lascerai cadere. Nell’un caso e nell’altro, ti si squarcerà davanti o addosso. Se sei pronto, lo prendi, lo fori, e te lo bevi...”. E’ proprio questo il consiglio che vuole dare a Guido Venanzi, l’amante della moglie, e forse anche a lui stesso.

Perché? Perché non ha capito che non è necessario che sia filosofo per saper affrontare al meglio la vita, né esiste una “ricetta” o tattica, quale che sia, per non soffrire. Non sa che non serve fare calcoli, decidere per gli altri, credersi furbo, compiacersi delle pene altrui, non sa che non potrà comunque avere una vita placida assumendo un atteggiamento di superiorità, e non sa ancora che non gli servirà bere l’uovo e averne il mano il guscio vuoto per giocarci, perchè, ad ogni modo il destino, inteso come situazioni, è un avversario troppo forte.

E’ proprio l’atteggiamento altezzoso e spesso irritante di Leone che porta Silia ad odiare il marito o quantomeno a non sopportare la presenza di lui, tanto che architetta un modo per farlo battere a duello con un uomo, il marchese Miglioriti, che l’aveva oltraggiata, scambiandola per una mondana. Leone inizialmente lascia intendere che si farà carico delle proprie responsabilità di marito e che quindi si batterà con il marchese, ma l’indomani mattina sorprende tutti, dicendo che non è in realtà compito suo difendere Silia, in quanto lui ha solo il titolo di marito, che non equivale al “prendersi cura della propria moglie” fino a questo punto: questo secondo compito spetta all’amante di lei, il quale è entrato più che facilmente, non solo nel cuore, ma anche nella casa coniugale.

Con la conseguente morte di Guido, si scopre il vero animo di Leone Gala, sicuramente non di natura spietato, anzi potremmo dire ingenuo, portato ad essere cattivo solo a causa delle situazioni e della gente; alla fine credo sia proprio lui la vera vittima (non Silia che è divisa per sempre dal suo amore, nè Guido che muore per scelta degli altri, ma anche per dignità), è proprio Leone, poiché si era illuso di avere la meglio con la ragione, di poter riuscire ad essere felice grazie alla sofferenza degli altri, pensando che, nel gioco delle parti, oggi è il turno di uno, domani di un altro.

Salvatore Giacalone

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