Ultime della sera: “Il Sepolcro del primo vescovo”

Gli eventi misteriosi e sbalorditivi che, al contrario d’oggi in cui tutto evapora, sono stati scolpiti nella pietra

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
21 Aprile 2021 18:30
Ultime della sera: “Il Sepolcro del primo vescovo”

di Domenico RIPA

Giunto con le migliori intenzioni nel tempo dei social, nei quali l’ammirevole e l’esecrabile si mischiano senza senso, inoltre certo che la presenza delle brutture non giustifica aggiungerne altre, attento a non urtare la sensibilità di chi legge, pervaso dal disagio di esporre argomenti estranei alle mie specifiche competenze, senza azzardare la conclusione di alcun minimo disegno, non per soddisfare morbose curiosità ma al solo fine di far notare a coloro che verranno i segni dei segni, affinché su di essi si eserciti la riflessione, mi appresto a raccontare in questo impalpabile e vaporoso cyberspazio gli eventi misteriosi e sbalorditivi che, al contrario della maniera d'oggi, furono scolpiti nella pietra.

Concedetemi la facoltà di potermi esprimere liberamente e senza pregiudizi con i soli vincoli della buonafede e del riguardo altrui.

Nella nostra chiesa più importante si trovano almeno due sarcofagi di epoca Romana. Trovati chi sa dove, furono utilizzati dai primi Vescovi per la loro sepoltura. In quanto di origine Romana (quindi pagani) furono sistemati durante un restauro fuori dal perimetro consacrato, cosicché oggi uno di questi si trova proprio nel vestibolo laterale.

Su di esso è possibile si posi la nostra attenzione entrando in chiesa dal varco di sinistra dell’ingresso laterale.

Il sarcofago è adornato da un bassorilievo raffigurante il Rapimento di Persefone che è uno tra i miti più noti dell'antichità. Brevemente si dirà che il mito racconta di Persefone, una tenera fanciulla, figlia di Zeus e Demetra, solita giocare nei campi insieme alle sue amiche. Ogni giorno che passava la giovane dea diventava sempre più bella, tanto da attirare le attenzioni di molte divinità. Un giorno, mentre giocava nei pressi di un bellissimo specchio d’acqua, la terra iniziò a tremare, si squarciò ed apparve Ade, il dio degli inferi.

Perdutamente attratto da Persefone, Ade la rapì e la condusse con lui nel regno dei morti. La madre, preoccupata per la scomparsa della sua amata figlia, vagò nove giorni alla sua ricerca, fino a quando chiese ad Elios, Dio del sole, dove potesse trovarla. Venuta a conoscenza del rapimento, piena d'ira, Demetra abbandonò l’Olimpo provocando sulla terra un periodo di grande carestia e siccità. Zeus allora per placare l'ira della sua sposa, decise di recarsi da Ade per far tornare nel mondo dei vivi Persefone.

Il Dio dell’aldilà dapprima rifiutò nettamente, poi si mostrò propenso a raggiungere un compromesso. Esso prevedeva che Persefone passasse sei mesi di vita sulla terra e sei mesi negli inferi. Questa distinzione temporale rappresenta l’allegoria dell'alternarsi delle stagioni, della semina e della raccolta. Di ciò che necessita rimanere sotterrato per un certo tempo prima di germogliare in bellissime forme.

Il bassorilievo del sarcofago che abbiamo sicuramente osservato entrando nel vestibolo della chiesa, svela ai pochi ma cela ai più, un segreto scioccante. La scultura, come appena detto, narra il mito del Rapimento di Persefone.

Era un tema molto adatto per i mausolei in quanto costituiva un augurio, ossia quello che i defunti potessero ritornare tra i vivi. Si trova spesso rappresentato nei vari cenotafi sparsi in tutta Italia. La maggior parte sono opere di pregevole fattura. Quasi tutti riproducono la stessa scena, come quella che osserviamo nella prima foto, relativa a un bassorilievo conservato ai Musei Vaticani. All'estrema sinistra c'è Demetra che, sul carro preceduta da due serpenti, cerca la figlia. Nella parte centrale c'è Ade sul carro che rapisce Persefone. Poi ci sono varie figure secondarie, tra le quali sotto il cavallo, Tellus, stesa a terra e poggiata su un rialzo roccioso, che con un braccio si tira su. In alcune rappresentazioni con l'altro braccio cinge un bimbo, in altre ancora, come nel particolare della seconda foto, relativa a un sarcofago del II secolo conservato agli Uffizi di Firenze, tiene in mano un cesto di spighe.

Si guardino bene le prime due foto. Le figure sono ben staccate dal fondo e abbastanza definite.

Nei vari bassorilievi sparsi in tutta Italia si ripete pressoché identica la stessa scena. Uguale è stata replicata anche nel sarcofago di cui si vogliono raccontare gli arcani e incredibili eventi.

Quella del Rapimento di Persefone era nell'antichità un tema molto richiesto per adonarne le sepolture. Cosicché gli intagliatori furono chiamati a fare molte copie dello stesso originale, e copie delle copie. Ma copiando e ricopiando, specialmente nelle botteghe di periferia nelle quali la qualità degli scalpellini non era delle migliori, alcuni dettagli potevano essere confusi. E così fu per il nostro sarcofago. Le posizioni delle figure variarono leggermente. Il cavallo che cerca di scavalcare Tellus avanzò di qualche centimetro e la sua distanza da Tellus diminuì. Fu così che il braccio teso di quest’ultima si avvicinò pericolosamente all'inguine del cavallo.

Ci sono errori che si correggono nel volgere di un pomeriggio, ce ne sono altri che, scolpiti nella pietra, durano millenni.

Per un errore di lettura, ma anche evidentemente per errori dovuti al lavoro di copiatura di infima fattura, parve ciò che vorremmo non fosse mai apparso, specialmente in un mausoleo cristiano. Evidentemente il particolare non è sfuggito ai molti uomini di chiesa che nei secoli si sono succeduti sulla cattedra vescovile. L'imbarazzo dovette essere molto forte e perdurante nel tempo, fino a quando fu ordinato a uno scalpellino di eliminare a suon di sgorbia l'intero braccio di Tellus. Purtroppo la parte asportata ha lasciato il segno, al suo posto si vede il marmo bianco non ancora incrostato dal tempo, che spicca sul colore marroncino di tutto il resto del bassorilievo (terza foto).

Cosicché ancora oggi si può osservare, nonostante il tentativo di eliminarlo, lo sgradevole infortunio a cui andò incontro quell'anonimo artigiano di bottega di qualche migliaio di anni fa.

Amor tussisque non caelatur.

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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