“Vestii d’arte, vestii d’amore”: Rosalba D’Annibale racconta Mazara attraverso gli abiti

Al Seminario Vescovile un viaggio nella storia del Festino tra costumi, simboli, identità e memoria

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
22 Agosto 2026 16:00
“Vestii d’arte, vestii d’amore”: Rosalba D’Annibale racconta Mazara attraverso gli abiti

Festino di San Vito. «Vestii d'arte, vestii d'amore»Gli abiti di Rosalba D'Annibale al Seminario Vescovile di Mazara del Vallo Venerdì ventuno agosto, alle sei del pomeriggio, entrai nell'aula magna del Seminario Vescovile vestito da Gran Conte Ruggero I, e la prima cosa che feci fu di scusarmi per l'assenza di Mauro Andrea Di Salvo, il quale, impedito da cause di forza maggiore, aveva pregato me di prenderne il luogo. In prima fila qualcuno sorrise, ma nessuno domandò conto di chi stesse parlando.

La cosa mi colpí: la prontezza con cui una sala intera accolse con favore un uomo morto a Mileto nel 1101, che si presentava a chiedere venia per un altro del 2026, dice che la magia su cui si regge l'intero lavoro di Rosalba D'Annibale opera ancora con forza dentro di noi. Mentre parlavo, dal fondo della sala presero ad avanzare uno per volta i costumi, indossati dagli artisti di Harmonia Suave; giunti al podio, si voltavano verso il pubblico e tornavano indietro. Solo il mio costume aveva voce in quella sala, e diceva di essere un altro.

Ad aprire e a chiudere cantò la soprano Chiara Crescente, accompagnata al pianoforte dal maestro Rino Crescente: le riconobbi solo dopo, V'adoro, pupille di Händel e S'altro che lagrime di Mozart, e nessuna delle due avrebbe potuto essere più a proposito. La prima la canta Cleopatra travestita da un'altra donna, mentre si finge la Virtù dentro una scena costruita apposta per convincere Cesare. La seconda viene dall'opera che Mozart scrisse nel 1791 per l'incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia, dove un sovrano del Settecento si faceva legittimare vestendo i panni di un imperatore romano.

Due arie sul prendere a prestito un'identità, cantate accanto a chi ne stava indossando un'altra. La prima magia di Rosalba La prima magia è il prestito con cui si assume per poco tempo l'identità altrui, il nome, un abito o entrambi, perché dicano, meglio di qualunque parola propria, ciò che si vuol far sapere di sé. Chi lo fa esercita una delle più antiche arti di governo, e nessun inganno vi si consuma, poiché la riuscita si misura sulla prestezza con cui chi guarda intende.

Tale prestito si manifesta nei costumi in almeno tre modi diversi: c'è quello che i personaggi rappresentati fecero da vivi, scegliendo ad esempio come chiamare i propri figli; quello della costumista, che nel 2026 interpreta la storia dell’abito nei secoli; e quello che riguarda noi, che ereditiamo figure senza sapere più chi le abbia inventate. I nomi L'otto maggio del 1318, dentro le mura della città che Ruggero I aveva preso 246 anni prima, nel 1072, una regina angioina partorì un maschio, e al bambino fu posto il nome di quel conte.

La scelta avvenne a richiamo della tradizione normanna, di cui nel 1318 in Sicilia restava solo un’ancor utile memoria. Anche il padre di quel bimbo portava un nome in prestito, quello del bisavolo imperatore Federico II, che di Ruggero I era il bisnipote. La nonna paterna, figlia di Manfredi, si chiamava Costanza, detta di Svevia per distinguerla dall'altra Costanza, nipote del Gran Conte, nata da suo figlio Ruggero II, che sposando Enrico VI di Svevia portò la corona di Sicilia in quella casata.

La seconda Costanza, maritandosi a Pietro d'Aragona, la portò invece agli aragonesi. Di entrambe ha scritto Dante. Chiama la prima Gran Costanza e la pone in Paradiso, nel cielo della Luna. La seconda la nomina Manfredi in Purgatorio, dicendola mia bella figlia, genitrice de l'onor di Sicilia e d'Aragona. Del capostipite, che quella casa fondò e quell'isola tolse al Saraceno che la teneva, la Commedia non fa parola. Due volte in ottantotto anni la corona di Sicilia cambiò casata, e in entrambi i casi il diritto venne dal matrimonio con una donna e dal possesso dalle armi.

Chi subentrava doveva apparire legittimo a gente che aveva giurato ad altri, e la risposta fu sempre nei nomi, che costano meno di un esercito. Da dove veniva quella madre Eleonora, la donna che partorì a Mazara, era figlia di Carlo II d'Angiò, che il 15 agosto 1300 aveva fatto distruggere Lucera, la città pugliese che i documenti coevi chiamano Luceria Sarracenorum: uomini uccisi, donne e bambini venduti come schiavi, e moschee abbattute. Con quell'assedio finiva l'ultima comunità musulmana d'Italia.

Eleonora, allora, aveva undici anni. Quella comunità era giunta a Lucera da qui. Nel 1223 Federico II, piegata la resistenza dell'emiro Ibn Abbad che teneva Iato, Entella e i monti di Gibellina, aveva deportato in Puglia la popolazione musulmana del Val di Mazara, cieca 20000 persone. La pace di Caltabellotta, il 29 agosto 1302, stabilì il matrimonio di Eleonora con Federico d'Aragona, celebrato a Messina il 26 maggio 1303. Il discendente di chi quella gente aveva deportato sposava la figlia di chi l'aveva sterminata, e sedici anni più tardi il loro bambino nasceva dove la storia era cominciata, con il nome del conte che l'aveva aperta.

La Casbah di Mazara tornò a popolarsi negli anni Sessanta del Novecento, e la comunità tunisina di qui è oggi la più numerosa d'Italia. In sala, venerdì, fra i costumi che avanzavano lungo il corridoio c'era una magnifica coppia islamica. Nessuno l'aveva annunciata, ma era il gesto di pace più esplicito della serata. La seconda magia. Gli abiti Per la scena della nascita del 1318 Rosalba D'Annibale ricorse a un'acconciatura borgognona della metà del Quattrocento, con acconciatura derivata dalle crespine trecentesche.

La ragione è scenica e semiotica: la linea trecentesca è bassa e poco visibile da lungi, di sera, sotto luci elettriche. Il copricapo borgognone si vede bene da lontano e meglio veicola il messaggio. Anche il costume che indossavo esprimeva in foggia e colori un valore liturgico che le cotte dell’arazzo di Bayeux non hanno, ma nel 1098 Urbano II concesse a Ruggero I i poteri di legato pontificio sulla Chiesa di Sicilia, e da quel giorno un condottiero normanno ebbe giurisdizione sopra vescovi e abati.

L’abito di Rosalba sa dirlo a prima vista. Il caso più interessante è la Pace, che dà il tema al Festino di quest'anno. Cesare Ripa, nell'Iconologia che per tre secoli fu il prontuario degli artisti, la vuole in rosso e ferro, con l'olivo, il caduceo e le armi arse ai piedi, perché la pace si imponeva con le armi. Rosalba le ha tolto tutto: bianco su bianco, due colombe sul capo e una terza in mano, da donare in volo. É la pace dell’arca e del Giordano. Kant dichiarò di aver preso il titolo del suo scritto del 1795 Per la pace perpetua dall'insegna di una locanda olandese, dove le parole stavano dipinte sopra l’immagine di un cimitero.

Fu un prestito anche quello, e ironico, perché l'oste alludeva alla sola pace che non può essere rotta, ma in quel testo Kant pose la prima pietra dell'ospitalità universale, il diritto dello straniero a non essere trattato da nemico per il solo fatto di essere giunto; in una città che ha una Casbah dove è sempre stata e che conta in mare i propri morti d’ogni terra, un titolo rubato a un'antica osteria continua a esser presente e vivo. La terza magia.

Mazara. Nel corteo del Festino cammina da anni una figura femminile che porta una coppa e un serpente. Molti a Mazara la indicano come lo stemma della città e il costume ne porta il nome. Ma lo stemma di Mazara è un altro, e si legge già nella Topographia di Giovanni Andrea Adria, del 1516: un castello a tre torri e la figura del Santissimo Salvatore, che rimandano l'uno alla fortificazione e l'altra alla cattedrale. Un decreto del 20 dicembre 1928 lo riconosce, un decreto del Presidente della Repubblica del 16 luglio 1996 lo riconcede con l’effige di san Vito, e il gonfalone è giallo come il tessuto del costume.

La figura del corteo si ispira a due modelli noti, Igea, figlia di Asclepio, che porge la patera al serpente, e il Genio di Palermo, il vecchio coronato con la serpe al petto e il motto “…suos devorat alienos nutrit”. Certo è che la figura non è antica, e qui sta la ragione per cui la considero, con la Trinacria, il pezzo più prezioso di quella sfilata: quasi certamente qualcuno in città era presente quando fu decisa, è un simbolo in formazione della cui gestazione siamo testimoni e artefici a un tempo.

Un conte senza volto Di Ruggero I non esiste ritratto. Nessuno lo guardò in faccia con l'intenzione di fissarlo, e quanto si mostra a Mazara è posteriore di secoli. Sopra il portale della cattedrale un altorilievo cinquecentesco lo raffigura a cavallo, con il cavaliere Grifeo alle spalle, mentre atterra un musulmano, tre secoli dopo la loro deportazione. Anche quel marmo è un costume, cucito addosso a un uomo che nessuno aveva visto, contro un nemico che non c'era più.

Al Gran Conte si attribuiscono da secoli la Cappella Palatina, il mosaico dell'incoronazione alla Martorana, il manto ricamato che si conserva a Vienna, tutte opere di suo figlio Ruggero II, che si fece re quando il padre era sotto terra a Mileto da trent'anni. Un uomo spende la propria vita a prendere un'isola e finisce confuso col proprio figlio. Ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo al monaco Goffredo Malaterra, che scrisse quella storia su incarico del conte. Fu il suo primo costumista. Rosalba D'Annibale, novecento anni più tardi, ha fatto il medesimo lavoro con la stoffa.

L'abbraccio Alla fine della sfilata Carla Favata, che del Festino è la regista e che portava la Trinacria, abbracciò Rosalba D'Annibale. Rosalba ha ottantadue anni e ha cucito ogni costume che quella sera attraversò la sala. Indossava un giallo prossimo a quello del gonfalone di Mazara. Glielo feci notare mentre accadeva, e se ne accorse anche lei, che non solo illustra la storia di Mazara, ma la argomenta e incarna col suo sapere. Anche il titolo di questo articolo è a sua volta preso in prestito.

Viene da Tosca, dall'aria che Puccini scrisse nel 1900 su versi di Illica e Giacosa per una donna che dichiara di aver vissuto d'arte e d'amore, e ne ho mutato un verbo per intestarla a Rosalba, che d'arte e d'amore ha vestito gli altri. Nemmeno il titolo, qui, è tutta farina del mio sacco. Un'ora più tardi, nel chiostro del seminario, sedevano il vescovo Angelo Giurdanella, il magistrato Salvatore Vella, il comandante Vincenzo Menfi, lo psicoterapeuta Giuseppe Sieli e il sindaco Salvatore Quinci, per la tavola rotonda Reprimere o Educare?, sui giovani e la pace a Mazara del Vallo, coordinata dall'assessore alla Cultura Germana Abbagnato e conclusa dal vicario foraneo don Giuseppe Alcamo.

Le allegorie s’erano animate dentro, e la discussione sui ragazzi veri di questa città si teneva fuori. Ma fra le une e gli altri il tragitto è più breve di quanto sembri. Una comunità impara a maneggiare la cosa più pericolosa che possieda, l'idea che si è fatta di sé, quando sa dire di ogni propria immagine chi l'ha costruita e quando. Il Festino è la scuola dove Mazara lo impara, una settimana all'anno, dal 1614. Mauro Andrea Di Salvo Architetto, presidente della Compagnia Internazionale di Danza Storica Harmonia Suave, docente di storia dell'arte.

Nota. Il testo che precede mi è stato consegnato da Mauro Andrea Di Salvo, architetto e docente d’Arte, con preghiera di firmarlo io, che pure non so scrivere e sono morto a Mileto nel millecentouno. Ho acconsentito, come acconsentii alla sua richiesta di prestargli il volto. Ruggero d'Altavilla, Gran Conte di Sicilia e Calabria Ufficio stampa e comunicazione Piero Campisi (Tessera ODG n°188888)

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