“Una punta di Sal”. Libia-Italia: una intrigata storia di soldi

Mai risolta dal Ministero dell’Economia la questione degli italiani cacciati dalla Libia con l’avvento del col. Gheddafi

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
28 Novembre 2021 09:52
“Una punta di Sal”. Libia-Italia: una intrigata storia di soldi

A ben dodici anni dall'ultima legge di indennizzo, la n. 7 del 2009 i profughi italiani dalla Libia ancora attendono, dal Ministero dell’Economia, di ricevere quasi 20 milioni di euro dei 200 stanziati. E’ una storia di 52 anni fa. Era l’agosto del '69 e solo da un mese Armstrong aveva messo per la prima volta il piede sulla Luna. In Libia il vecchio re Idris veniva scalzato da un gruppo di giovani militari guidati da un tenente ventisettenne, Muammar Gheddafi il quale come primo atto si autopromuoveva a colonnello.

Sarà poi lui il “dittatore rock”, per dirla con Saviano che sull'odio contro l'ex colonizzatore italiano era riuscito a unire un Paese diviso in tre (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Con lui tutti i politici della prima e seconda Repubblica da Andreotti a D'Alema, da Prodi a Berlusconi per i 40 anni successivi e fino alla capitolazione del 2011 saranno costretti a trattare.Saranno quelli i cosiddetti “patti col diavolo” conditi con postille segrete e contratti petroliferi, minacce di invasione di immigrati, missili spiaggiati a Lampedusa e salvataggi inaspettati contro i raid americani nella Sirte.

In un'Italia che sta cominciando a godere i frutti del “boom” economico, il 21 luglio del ‘70, Gheddafi emana un decreto di confisca di tutti i beni degli italiani residenti in Libia (in foto copertina la notizia in prima pagina sul Giornale di Tripoli). Dovranno lasciare il Paese in oltre 20 mila abbandonando affetti, case, attività, aziende agricole. Torneranno in Italia con la coda tra le gambe. Eppure la presenza di una collettività italiana in Libia, documentata a partire dal 1865, aumenta sensibilmente nei trenta anni della nostra colonizzazione e prosegue durante il regno indipendente di Idris caratterizzata da costanti rapporti di fattiva collaborazione.

I rapporti fra l’Italia e la neonata monarchia libica vennero regolati nell’ottobre 1956 con un trattato bilaterale che prevedeva un accordo di collaborazione economica e regolava in via definitiva tutte le questioni fra i due Stati derivanti dalla Risoluzione dell’ONU: fra l’altro l’Italia trasferiva allo Stato libico tutti i beni demaniali e – a saldo di qualunque pretesa – corrispondeva la somma di 5 milioni di sterline.Lo stesso trattato assicurava la continuità della permanenza della comunità italiana residente nel paese garantendone i diritti previdenziali ed il libero godimento dei beni.Il cambiamento di regime avvenuto in seguito al colpo di Stato del 1° settembre 1969, e l’ascesa di Gheddafi al potere portarono in pochi mesi all’adozione di misure via via più restrittive nei confronti della collettività italiana, fino al decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per “restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”.

Gli Italiani privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all’INPS e da questo trasferiti in base all’accordo all’istituto libico corrispondente, furono sottoposti ad inutili vessazioni e costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 70.

Il 30 agosto 2008 Gheddafi e l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi siglano a Bengasi un Trattato internazionale definito “storico”. Questo Trattato tra Italia e Libia, molto esaustivo sul piano dei rapporti bilaterali, prevedeva tra l’altro la fine del contenzioso a fronte di uno stanziamento di 5 miliardi di dollari in favore della Libia come saldo dei presunti danni coloniali, senza attribuire nessun rilievo all’anticipo pagato dai ventimila rimpatriati che hanno perso beni per 400 miliardi di lire valore 1970, pari oggi a oltre 3 miliardi di euro.

Con il Trattato peraltro l’Italia ha definitivamente rinunciato ad ogni possibilità di ottenere una qualsivoglia contropartita dai libici per i beni espropriati da Gheddafi nel 1970 mentre ha ottenuto che terminasse la discriminazione del rilascio dei visti turistici nei confronti dei cittadini italiani nati a Tripoli. In sede di ratifica del Trattato, con l’appoggio dell’intero Parlamento, è stato inserito un articolo nella legge n° 7 del 2009 per un indennizzo ai rimpatriati.Il diritto degli italiani che hanno subito nel 1970 la confisca di tutti i beni in violazione del Trattato del 1956 prevede uno stanziamento triennale dal 2008 al 2011 per un totale di 150 milioni di euro. Il previsto decreto di attuazione ha visto la luce dopo quasi due anni di attesa; fra riserve e cautele poste a tutela dell’Amministrazione e l’obiettiva inconsistenza dei fondi stanziati, gli indennizzi vengono corrisposti con un coefficiente che non copre nemmeno il valore nominale delle perdite al 1970. Nel febbraio 2012 è stato ottenuto un ulteriore stanziamento di 50 milioni. Mancano ancora all’appello 20 milioni di indennizzi.

Tra coloro che hanno subito ingenti perdite anche alcuni mazaresi che avevano fondato delle società nel settore della pesca e della commercializzazione, ma di cui non c’è traccia. Giovanna Ortu, presidente e fondatrice dell'Air, Associazione dei Residenti Italiani in Libia, da anni prosegue la sua battaglia per ottenere dal Governo italiano un risarcimento adeguato per le famiglie e gli eredi di quelle persone costrette a lasciare la Libia 50 anni fa. «Purtroppo – segnala la Ortu - abbiamo sempre un convitato di pietra che è il Ministero dell'Economia.

I pochi soldi stanziati nel tempo per i nostri indennizzi, sono stati quasi del tutto vanificati dalla lentezza della nostra burocrazia con le tragiche conseguenze, non solo per i rimpatriati dalla Libia ma per tutti gli italiani». Il Ministero dell'Economia ha, infatti, arbitrariamente deciso secondo la Ortu, di non distribuire quella somma agli aventi diritto, sordo alle loro diffide e istanze. «E pensare – conclude la presidente dell'AIRL - che gli indennizzi delle proprietà rivalutate ammonterebbe oggi a quasi 6 miliardi di euro».

Salvatore Giacalone

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