C'è una statistica silenziosa che fotografa il destino della Sicilia meglio di qualsiasi discorso programmatico: tra il 2019 e il 2026, secondo i dati della CGIL su rilevazioni Istat, oltre 96 mila giovani tra i 18 e i 35 anni hanno abbandonato l'isola. Una vera e propria emorragia demografica che svuota le province, privando la regione delle sue energie migliori. Per chi resta, o per chi disperatamente tenta di tornare, la realtà del mercato occupazionale si riduce a un paradosso spietato: da un lato stipendi tra i più bassi d'Italia e contratti precari; dall'altro, la grande tela di Penelope dei concorsi pubblici.
L'istantanea più nitida di questa condizione emerge chiaramente dai recenti bandi per la Pubblica Amministrazione. Basti pensare ai maxi-concorsi della Regione Siciliana, come quello per 322 posti da funzionario che ha visto polverizzarsi ogni record con ben 31.366 domande presentate, trasformando una legittima selezione in una vera lotteria di massa.
Dietro questi numeri non ci sono solo fredde percentuali, ma vite umane in stand-by. Come quella di Marco, 27 anni, di Mazara del Vallo. Laureato in Economia a Palermo, Marco è tornato nella sua città con il sogno di applicare le sue competenze nello sviluppo del territorio costiero e della blue economy. La realtà che ha trovato è stata un muro di gomma. Dopo mesi passati a barcamenarsi tra tirocini non retribuiti e contratti in nero camuffati da collaborazioni, si è ritrovato a fare quello che fanno migliaia di suoi coetanei: chiudersi in stanza a memorizzare banche dati di quiz per i concorsi regionali. “Ho studiato per anni modelli economici e programmazione europea”, racconta Marco con amara lucidità, “e ora passo le giornate a fare simulazioni di logica e a imparare a memoria commi burocratici. Il paradosso? Concorro per un posto in un Centro per l'Impiego, mentre io stesso sono il primo a non trovare lavoro”.
Esiste tuttavia un paradosso nel paradosso. Mentre migliaia di giovani si accalcano davanti ai computer, i dati delle associazioni d'impresa evidenziano che quasi quattro offerte di lavoro su dieci nel settore privato rimangono scoperte per mancanza di profili adatti. C'è un evidente cortocircuito tra il percorso formativo tradizionale e le reali necessità del sistema produttivo. Le uniche parziali eccezioni di inserimento rapido arrivano dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS), ma la macro-tendenza non cambia: la fuga di cervelli qualificati continua a crescere, con la quota di laureati tra i giovani migranti meridionali salita vertiginosamente negli ultimi vent'anni. Questa rincorsa spasmodica non è una semplice inclinazione culturale verso il mitizzato "posto fisso". È la risposta logica a un tessuto economico locale desertificato, dove le colpe della politica regionale emergono in tutta la loro gravità.
Per anni, i governi che si sono succeduti a Palazzo d'Orléans hanno trattato il tema del lavoro giovanile con una retorica assistenzialistica o, peggio, come un bacino elettorale da alimentare nei periodi di campagna elettorale, piuttosto che pianificare uno sviluppo industriale e tecnologico serio.
I fondi europei del PO FESR e del PNRR, che avrebbero dovuto modernizzare la Sicilia, vengono perennemente spesi in ritardo o frammentati in micro-finanziamenti a pioggia che non creano occupazione strutturale. La burocrazia regionale rimane un mostro elefantiaco capace di bloccare per anni le graduatorie dei concorsi già espletati, congelando il futuro dei vincitori, o di impantanare le autorizzazioni per le poche imprese private che avrebbero il coraggio di investire a Mazara come a Catania.
Mentre la politica regionale si autoassolve celebrando concorsi lumaca o sbandierando minime variazioni occupazionali trainate dal precariato stagionale, le imprese private lamentano la mancanza di profili tecnici specializzati. C'è un evidente cortocircuito formativo che le istituzioni non hanno mai voluto sanare con politiche attive. Il costo sociale di questo immobilismo è una generazione in panchina. Ragazzi come Marco che, pur di non arrendersi all'umiliazione del clientelismo locale, spendono i risparmi di una vita in treni e pernottamenti per tentare i test nei palazzetti dello sport.
La Sicilia non può permettersi di rimanere una terra dove l'unica prospettiva stabile sia legata alla speranza matematicamente infinitesimale di superare un quiz a risposta multipla. Se le istituzioni non riusciranno a creare alternative private sostenibili, a snellire le maglie della burocrazia occupazionale e a valorizzare il merito al di là dei grandi numeri dei palazzetti dello sport, l'isola sarà destinata a trasformarsi in una regione per soli anziani. Un luogo in cui il talento dei giovani è solo un articolo da esportazione.
Salvatore Giacalone