“Una donna, una storia”. Eleonora D'Angio, la regina della pace e di Mazara si racconta (post mortem) a Sal Giacalone

"La sovranità non è solo ostentazione, è cura.... In Sicilia, il potere non ha bisogno di gridare"

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
21 Luglio 2026 18:14
“Una donna, una storia”. Eleonora D'Angio, la regina della pace e di Mazara si racconta (post mortem) a Sal Giacalone

Eleonora d'Angiò (1289–1341) fu una figura centrale e carismatica della Sicilia trecentesca, nota per la sua capacità di mediare tra fazioni nemiche e per il suo profondo fervore religioso. Sposò Federico III di Sicilia nel 1303 a Messina, un'unione che suggellò la Pace di Caltabellotta (31 agosto 1302) e pose temporaneamente fine ai conflitti tra Angioini e Aragonesi. Firmato vicino Agrigento da Federico III d'Aragona e Carlo di Valois, il trattato sancì la divisione del Regno di Sicilia: l'isola rimase agli Aragonesi e il Sud Italia agli Angioini.

Nel 1317, Federico III trasferì l'intera corte a Mazara del Vallo, soggiornando nel castello cittadino. Fu proprio qui che l'8 maggio 1318 (secondo le fonti Treccani) nacque il figlio Ruggero, fu il primo di nove figli, 5 maschi e 4 femmine. La prole fu fondamentale per tessere alleanze in tutta Europa e per consolidare il ramo siciliano della dinastia aragonese. I figli maschi furono tutti eredi e reggenti, le femmine pedine diplomatiche. Ruggero, il figlio nato a Mazara, è citato nelle cronache come una figura quasi "ombra" proprio a causa della sua morte prematura, che però non impedì alla città di Mazara di restare un punto di riferimento per la Camera Reginale di Eleonora.

Una donna che pur essendo di origine angioina, restò fedele al marito aragonese, cercando costantemente di placare i conflitti con il Papa e con la sua stessa famiglia d'origine a Napoli. Gestì con saggezza i propri feudi, tra cui Mineo e Pantelleria, esercitando su di essi piena sovranità. E’ stata una fervente religiosa legata all'ordine francescano, finanziò opere pie e visse i suoi ultimi anni in ritiro spirituale vicino all'Etna. La corte aragonese di Sicilia era un ambiente di grande ostentazione, dove l'abbigliamento serviva a ribadire il potere e l'identità della corona.

I nobili prediligevano lo stile austero, con una tendenza verso abiti di colore nero per sottolineare l'eleganza.

L’appuntamento con la regina Eleonora è al Castello. Il sole di maggio scalda il terrazzo della maestosa struttura. Davanti a me, l’azzurro del mare si fonde con l’orizzonte. La Regina Eleonora mi viene incontro con un incedere calmo, la sua figura è avvolta in un abito scuro, austero ma di un’eleganza solenne che tradisce l’orgoglio della corona aragonese. Si siede di fronte a me. Il suo sguardo è quello di una donna che ha passato la vita a costruire ponti tra due mondi in guerra.

Maestà, il vostro arrivo in Sicilia non fu un semplice viaggio, ma il sigillo di una pace storica. Cosa provò nel 1303, quando arrivò a Messina per sposare Federico III?

"Ero una giovane d’Angiò che portava sulle spalle il peso di una guerra infinita. Il mio matrimonio era il sigillo della Pace di Caltabellotta. Sapevo che la mia unione con Federico avrebbe fermato il sangue dei Vespri. Lasciai la mia casa a Napoli per abbracciare l'Isola, diventando il ponte tra la mia famiglia d'origine e quella di mio marito. Non fu facile, ma il mio dovere era la pace".

Siete nata Angioina, eppure siete diventata la colonna portante della dinastia Aragonese in Sicilia. Come avete vissuto questo conflitto interiore?

"Il cuore di una regina non appartiene a se stessa, ma al suo popolo. Sono rimasta sempre fedele a Federico. Ho cercato instancabilmente di mediare con il Papa e con i miei parenti a Napoli per evitare nuovi conflitti. Si può amare la propria origine e servire con onore la propria nuova terra. La Sicilia è diventata la mia anima".

Siamo qui a Mazara del Vallo, un luogo che sembra esservi rimasto nel cuore. Perché la corte si trasferì proprio qui nel 1317?

"Mazara era un rifugio sicuro, una perla affacciata sul mare. Qui, l’8 maggio 1318, la mia vita cambiò per sempre con la nascita di Ruggero, il mio primogenito. Fu un momento di immensa speranza per la dinastia. Anche se Ruggero è stato una "figura ombra" a causa della sua morte prematura, il legame con questa città è rimasto indissolubile attraverso la mia Camera Reginale".

Avete avuto nove figli. Una prole numerosa che ha ridisegnato la geografia politica dell'epoca...

"Cinque maschi e quattro femmine. I miei figli sono stati i pilastri del ramo siciliano degli Aragona. I maschi sono nati per governare e difendere l'onore del padre; le mie figlie sono state pedine preziose su una scacchiera europea, ambasciatrici di alleanze che hanno garantito la sopravvivenza della nostra corona. Ogni figlio era un pezzo di Sicilia nel mondo".

Oltre al ruolo di madre e sposa, siete stata una sovrana energica. Gestite feudi importanti come Mineo e Pantelleria...

"La sovranità non è solo ostentazione, è cura. Su quelle terre ho esercitato la piena autorità, cercando di governare con la saggezza che il Signore mi ha concesso. Non mi sono mai sentita solo un ornamento della corte".

A proposito di corte, colpisce il vostro stile. Perché questa predilezione per l’austerità e il colore nero?

"In Sicilia, il potere non ha bisogno di gridare. L'eleganza del nero sottolinea la dignità del nostro rango senza cadere nella frivolezza. È uno stile che riflette la tempra della nobiltà siciliana: fiera, composta, ma profondamente sicura della propria identità".

Si dice che il vostro fervore religioso sia cresciuto con gli anni. Qual è il vostro rapporto con la fede?

"Sento un legame profondo con l'ordine francescano. La gloria terrena è un soffio di vento, la fede è l’unica roccia. Ho finanziato opere pie non per vanità, ma per gratitudine. Ora, sento il bisogno di silenzio. Vedo già il mio futuro lontano dai clamori della corte, in ritiro spirituale alle pendici dell'Etna, dove la terra brucia come il mio desiderio di pace eterna".

Cosa vuol dire ai mazaresi?

"Devo soltanto ringraziare questo popolo generoso che mi ha accolto. Spero che in futuro possa crescere in pace, senza spargimenti di sangue e con il lavoro perché qui c’è il mare che porta economia e nelle campagne la terra è fertile".

Buona giornata, Maestà

Salvatore Giacalone

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