Emanuele Catarinicchia è nato a Partinico il 12 luglio 1926, morto a Mazara del Vallo il 26 gennaio 2024 all’età di 97 anni. Dopo la maturità classica e la laurea in Filosofia presso l’Università di Palermo, entrò nel Seminario arcivescovile di Monreale. Fu ordinato sacerdote il 2 aprile del 1949. Insegnò nel Seminario di Monreale. L'11 novembre 1978 Papa Giovanni Paolo II lo nominò vescovo di Cefalù. Il 7 dicembre 1987 fu trasferito nella diocesi di Mazara del Vallo, prendendo possesso il 30 gennaio 1988.
Resse la Diocesi per quindici anni fino al 15 novembre 2002, quando divenne Vescovo emerito. Gli succedette mons. Calogero La Piana. Il suo primo atto fu la riapertura del seminario vescovile, sito in piazza della Repubblica. Mons. Catarinicchia ordinò circa 30 presbiteri. Promosse il XV sinodo della Chiesa mazarese, nel 1993 Papa Giovanni Paolo II indisse un anno giubilare straordinario per la Diocesi in occasione dei 900 anni della sua istituzione visitando Mazara del Vallo l'8 maggio.
Da Vescovo emerito decise di rimanere a vivere a villa Tilotta a Mazara del Vallo dove morì il 26 gennaio 2024, all'età di 97 anni. Per due giorni nella sala del trono del palazzo vescovile fu allestita la camera ardente fino alle esequie che furono celebrate il 29 gennaio dal vescovo di Acireale Antonino Raspanti, nella Cattedrale di Mazara. Il 20 marzo 2024, a quasi due mesi dalla morte, le sue spoglie mortali furono poste davanti all'altare di San Vito della Cattedrale.
L’appuntamento con Mons. Catarinicchia era alle 9 al Palazzo Vescovile. Mi attendeva davanti il salone e, non appena mi vide, mi venne incontro. Mi guidò verso una stanza dove dalle finestre si poteva vedere piazza della Repubblica. “Magnifica piazza ricca di storia – disse mons. Catarinicchia, e poi aggiunse -prego cominci a chiedermi tutto ciò che vuole sapere”.
Lei è nato a Partinico, ha guidato Cefalù, ma alla fine ha scelto Mazara come sua casa eterna. Perché proprio qui?
Mons. Catarinicchia con un sorriso sereno mi risponde: “vedi, un Vescovo è come un pescatore: getta le reti dove il Signore lo chiama. A Cefalù ho lasciato il cuore tra i mosaici, ma a Mazara del Vallo ho trovato l'anima tra la gente di mare. Mazara non è solo una città, è un abbraccio di popoli. Dopo il 2002 avrei potuto tornare tra le mie vigne a Partinico, ma come si fa a lasciare una sposa dopo quindici anni di cammino insieme? Ho scelto di restare nel silenzio, a pregare per i miei figli mazaresi, perché l'amore non va in pensione”.
Parlando di momenti storici, l’8 maggio 1993 Mazara si fermò per l’arrivo del Papa Giovanni Paolo II. Cosa ricorda di quegli occhi?
“Ricordo la forza di un gigante che si faceva piccolo per ascoltare il battito di questa terra. Quel giorno la nostra città non era più ‘periferia’, era il centro del Mediterraneo. Per questo volli quella colonna normanna davanti alla Cattedrale: non per orgoglio, ma per ricordare a ogni mazarese che abbiamo radici antiche e gloriose. Ogni volta che un fedele la sfiora, tocca un pezzo di quella speranza che il Papa ci portò”.
Lei ha voluto essere sepolto qui, sotto lo sguardo di San Vito. È un messaggio per la città?
“È un atto di affidamento. San Vito è il giovane che non ha avuto paura di testimoniare la fede. Stare qui, nella sua cappella, significa dire ai giovani di Mazara: ‘Non abbiate paura del futuro, anche quando il mare è in tempesta’. Il mio corpo resta qui, tra le mura della Cattedrale, per essere una pietra tra le pietre, un testimone muto ma presente di un amore che non finisce”.
Monsignore, la sua scelta di restare a Mazara dopo il mandato ha colpito molti. Ma forse c’è un legame che va oltre la preghiera? Quella con il mare, con il porto? Cosa vedeva guardando il Canale di Sicilia?
(con sguardo profondo) “Vedevo un altare a cielo aperto, ma anche un calvario. Mazara vive sul mare e per il mare. Ho visto troppe madri piangere sulla banchina l’attesa di un peschereccio che non tornava, o i figli trattenuti lontano in terre straniere. Il mio cuore di Vescovo batteva al ritmo dei motori diesel dei motopesca. Non potevo parlare di Vangelo senza parlare di dignità del lavoro e di sicurezza per i nostri marinai. La Chiesa doveva essere la loro voce quando il mare si faceva troppo amaro”.
Lei ha dato impulso alla Caritas diocesana. In quegli anni Mazara diventava la città dei "due popoli". Com'è stato accogliere chi arrivava dall'altra sponda?
“Non li ho mai chiamati ‘stranieri’, ma fratelli. La Caritas non è stata per me un ufficio di burocrazia, ma il cuore pulsante della Diocesi. Ricordo i vicoli della Casbah: lì la sofferenza non ha passaporto. Abbiamo aperto le porte perché Cristo ha fame in ogni lingua. Guardare agli extracomunitari non era una scelta politica, ma un obbligo morale. Mazara è stata un laboratorio di pace: se riusciamo a mangiare lo stesso pane e a rispettare lo stesso mare, allora il Regno di Dio è vicino”.
Se potesse lasciare un ultimo messaggio ai mazaresi che lottano ancora tra reti e speranze, cosa direbbe?
“Direi di non lasciare che il cuore diventi di sale. Continuate a essere sentinelle del Mediterraneo. Alla Caritas e a chi opera nel sociale dico: non stancatevi di asciugare lacrime. E ai miei pescatori: quando siete in mare e la notte è buia, guardate la luce della Cattedrale. Io sono lì, a pregare perché ogni rete sia piena non solo di pesci, ma di speranza e giustizia. Vi benedico, figli miei, nel nome di Colui che ha camminato sulle acque”.
Un'ultima parola per i suoi concittadini che oggi la ricordano?
“Siate come il mare di Mazara: aperti, profondi e capaci di accogliere ogni onda. La fede è un porto sicuro, ma bisogna avere il coraggio di prendere il largo. Vi benedico tutti, uno per uno”.
Salvatore Giacalone