Ultime della sera: “Quando gli aggettivi avevano un peso”

Riflessioni semiserie sulla vita di redazione e il mio primo direttore

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
17 Aprile 2021 18:30
Ultime della sera: “Quando gli aggettivi avevano un peso”

di Carmela BARBARA

Quando per la prima volta metti piede in una redazione, la prima cosa che ti spiegano è che DEVI essere obiettivo. Nessun aggettivo, nessun ghirigoro letterario, men che meno giudizi. Praticamente asettico. Segui le regole delle 5 W e riporta la notizia. Niente di più, niente di meno. Se pensate che il mio primo attraversamento di un uscio redazionale avvenne quando mancavano pochi mesi al compimento del mio diciannovesimo anno di età e che ero appena uscita dal Liceo Classico (ai miei tempi c’era ancora la primina) capirete bene che l’affermazione mi sembrò un’assurdità.

Ai tempi, tra l’altro, non esistevano ancora le scuole di giornalismo, né le facoltà con indirizzo specifico. Si accedeva alla specializzazione solo dopo la laurea in lettere. Se volevi davvero fare questo mestiere, da subito, l’unica era quella di fare la gavetta e sperare un giorno di essere notati per ottenere un contratto da praticante. Allora se ne parlava come di una sorta di figura mitologica con tre teste, sette braccia e quattro gambe. Diventare praticante significava assumere una identità, una dimensione reale: dal punto di vista legale e fiscale, tanto per cominciare.

Uscire dalla palude del lavoro nero e sottopagato e acquisire peso e consistenza contrattuale. Oltre che punti importanti sul fronte dell’autostima personale. Ma questa è un’altra storia. Erano gli anni ’90: la provincia trapanese era una fucina di progetti e iniziative editoriali. Erano i tempi di Telescirocco e Rtc, di Mauro Rostagno giornalista d’inchiesta e Paolo Borsellino sostituto procuratore alla Procura di Marsala.

Erano tempi complessi e delicati dal punto di vista sociale e politico ma di grande impegno e partecipazione. Gli stimoli erano tanti e la voglia di scoprire e comprendere, per una cresciuta a pane e curiosità come me, erano davvero irrefrenabili. Incerta come una coppa di cristallo esposta in bilico su una bancarella della kasba tunisina, avevo partecipato ad una selezione di una Tv privata appena nata che cercava personale da inserire in redazione. Ero all’università al tempo, studiavo e mi annoiavo a fare una sola cosa per volta.

Così copiai il numero su un pezzo di carta (internet e i telefonini non c’erano ancora) e l’indomani chiamai. Superai la selezione ed entrai nel fantasmagorico mondo del giornalismo locale. Da quel momento in poi la mia vita prese una piega che mai e poi mai avrei potuto immaginare. A partire dal fatto che avrei dovuto abbandonare i miei affabili e fidati compagni di ventura: gli aggettivi! Inseparabili strumenti di mestiere, fino a quel dì, per superare gli incubi peggiori della mia adolescenza: i compiti in classe e le versioni di latino e greco.

Ma tant’è. In redazione esiste (esisteva?) una gerarchia chiara e determinata: gli aggettivi li possono usare solo i direttori e gli editorialisti. O quei redattori che hanno già visto la luce alla fine del tunnel della gavetta (tipo due anni dopo) e che non solo hanno resistito agli assalti e ai risolini di direttori e caporedattori. Sono pure sopravvissuti e non hanno cambiato mestiere.

Era un giorno di luglio dei primi anni ’90. Non ricordo la data precisa ma ricordo che faceva un gran caldo e sudavo, nonostante indossassi una leggerissima camicia a maniche corte. (Ripensandoci, trattasi di cosa stranissima: non sudo ora, figuriamoci allora). Il direttore del tempo, (il mio primo), dopo aver letto e cestinato almeno una decina di volte un pezzo su una notizia di cui non ricordo assolutamente nulla (per dare l’idea dell’importanza che quell’articolo avrebbe avuto nella definizione del telegiornale di quel giorno), a un certo punto si mise a urlare.

E mentre io mi ostinavo a ricomporre ticchettando sui tasti della macchina da scrivere, con tanto di copia carbone nel mezzo, un qualcosa che sarebbe comunque finito tra la carta straccia, alzai lo sguardo e farfugliai: “Ma io pensavo che…”.

Tu non sei pagata per pensare!”, sbraitò di rimando mentre ancora cercavo di fare mente locale, racimolando quel poco di me stessa impresso nella mia memoria, per articolare una frase sensata. La risposta mi investì come un tir in autostrada travolge un cucciolo appena nato. KO tecnico. Non mi rialzai, non subito almeno.

Chinai la testa e continuai a combattere con la carta carbone e con la macchina da scrivere anche quando quello stesso direttore mi affidò un reportage sul centro sismografico dell’Ettore Maiorana di Erice.

Ho già parlato col responsabile della struttura, Alberto Gabriele, è un amico e una gran brava persona. Ti aspetta e ti spiegherà come funzionano i rulli e la loro incidenza sulla rete nazionale e mondiale”. Già dopo quella frase, il sangue nelle vene mi si era raggelato.

Rete mondiale? E hai scelto me per raccontarla? Ma il peggio doveva ancora arrivare. Perché, mentre io facevo a cazzotti con i miei pensieri, lui proseguì: “Direi che una decina di pagine possano bastare. In media 30 righe a cartella per 60 battute, penso possano descrivere degnamente quanto uno dei centri sismografici più importanti d’Europa rappresenti oggi nel mondo”.

Righe, battute, cartelle? Ma in che senso? Ero appena uscita dal Liceo Classico e di dattilografia ne avevo giusto sentito parlare dai coetanei che facevano invece Ragioneria. (Perché un tempo anche le scuole avevano un nome e cognome propri e non erano istituti comprensivi).

Per niente convinta del compito assegnatomi ma mossa dalla voglia di fare e dalla necessità di dimostrare capacità di realizzazione a me sconosciute, rispondo di getto: “Non c’è problema. Per quando?”.

Nel frattempo l’uomo piccolo e barbuto che avevo davanti non aveva idea dei miei ragionamenti e delle mie mille perplessità. Così come non considerava il fatto che io non avessi idea del personaggio che mi si parava davanti in quel momento.

Salvatore Vassallo non era soltanto il direttore dell’emittente Antenna Uno (nella quale avevo superato la selezione e cominciato a muovere i primi passi) ma era anche l’addetto stampa del professore Antonio Zichichi e del Centro Ettore Majorana, quando ancora Erice e la sua vetta vivevano di questo.

Sessantottino della prima ora, dal piglio fermo e dal carattere spigoloso, Salvatore era stato direttore di Telescirocco e aveva lavorato al fianco di Mauro Rostagno a Rtc. Non ammetteva tentennamenti sul lavoro e odiava il pressappochismo. E soprattutto odiava gli aggettivi. Ma era sempre pronto a dispensare suggerimenti e consigli quando questi venivano chiesti nella giusta maniera. Giusta per lui ovviamente. “Ricordatevi – diceva sempre a noi giovincelli di primo pelo che ci affacciavamo all’arte del giornalismo più per curiosità che per vera e propria passione – il mestiere si ruba. Siate bravi osservatori e imparerete più di quanto nessuno possa mai insegnarvi”.

Realizzai il mio primo documentario televisivo sul centro sismografico dell’Ettore Majorana, battendo a macchina 10 cartelle da 30 righe ciascuna, 60 battute per riga. Letti, riletti e corretti fino allo sfinimento. Pochissimi gli aggettivi che il mio direttore mi concesse di utilizzare, ma alla fine venne fuori un discreto lavoro.

Anni dopo, riuscì anche ad ottenere quel tanto agognato contratto da praticante di cui a Trapani avevo solo sentito parlare. Mi toccò trasferirmi a Campobasso per averlo, e da lì in giro per mezza Italia. Ma ne è valsa la pena. Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con grandi persone e indiscussi personaggi. Uno per tutti, il mio editore del tempo Peppino Ciarrapico, che Dio lo abbia in gloria.

Ancora oggi mi siedo volentieri a tavola a mangiare con Salvatore Vassallo e la sua famiglia. Più volentieri, sicuramente quando è lo stesso Salvo a cucinare visto che, tra le tante virtù, è anche un’eccellente cuoco. Mi piace osservarlo quando chiacchiera allegramente con mio marito raccontando storie e aneddoti della sua piena e sorprendente vita. Del ’68, di quando viveva a Torino o di quando intervistò Tizio piuttosto che Caio. E soprattutto mi piace ascoltarlo quando mi racconta dei tanti fidati amici a quattro zampe che lo hanno accompagnato lungo tutta la sua esistenza.

Degli aggettivi, ormai, non parliamo più. Professionalmente sono cresciuta abbastanza da non dover più chiedere la sua autorizzazione. Dei suoi racconti e dei suoi saggi consigli, invece, continuo ad essere avida e affamata come l’adolescente timida e impacciata che ero un tempo.

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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