Ultime della sera: “La domenica… andando alla messa !”

La gioia di vivere la Domenica.

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
13 Maggio 2021 18:32
Ultime della sera: “La domenica… andando alla messa !”

Aspettavo sempre felice la Domenica. C’era proprio un’altra aria. Si compivano riti preparatori speciali e speciale sapore assumeva tutta la giornata. Ci si vestiva bene e questo gesto sottolineava l’importanza della giornata nella quale anche noi dovevamo essere più belli.

Il pranzo poi era stato accuratamente preparato perché nel giorno di festa si restava più a lungo insieme a tavola e soprattutto anche chi aveva lavorato tutta la settimana godeva del meritato riposo.

Le pietanze erano sempre particolari e ricercate e si portava in tavola sempre qualcosa di buono e riservato al giorno più bello.

Per noi bambini, però, la particolarità della giornata si compiva nel corso di un’intensa mattinata attesa per sette giorni: era il momento di andare alla Messa dove avremmo ritrovato molti amici di gioco e di catechismo che non erano ricompresi solo tra i compagni di scuola.

Allegro mi avviavo da solo da casa verso la Cattedrale che da sempre sentivo come una mia seconda casa: vi andavo a giocare, a cantare, a correre; ma la domenica era tutto scandito dalla solennità e dalla gioia di ritrovare tanta gente allegra e festosa che insieme a me veniva alla celebrazione.

Il nostro amato Padre Parroco aveva riservato a noi bambini la “Messa dei Fanciulli” dove tutto era a nostra misura: l’accoglienza, i canti, l’omelia, la disposizione tra i banchi. Ferventi, le nostre maestre del catechismo, ci seguivano con sguardi e gesti amorosi perché nulla andasse sprecato o contaminato dalla nostra distrazione. Il rito ci apparteneva, ci prendeva, ci rendeva partecipi e ci faceva veramente sentire uniti attorno all’altare.

Dopo la messa ecco le chiassose corse nell’atrio oppure direttamente in Piazza dove sotto lo sguardo di San Vito o sotto l’occhio del Vescovo si godeva della meraviglia di spazi di vita e si respirava un’aria di libertà e di appartenenza.

Una buona alternativa era una sana partita a calcio o a nascondino presso la Villa comunale dove i maestosi ficus fungevano da complici inerti per le nostre discussioni e controversie. Poi ci si poteva ristorare alle fontanelle vicine alla grande vasca da dove con le nostre manine si riusciva a far zampillare in alto il gettito d’acqua.

La domenica era l’unico giorno in cui avevo qualche spicciolo in tasca che potevo destinare a spese di mio piacimento. Solitamente la destinazione di tale piccola paghetta era l’acquisto di una spettacolare arancina oppure di qualche pacchetto di figurine di calciatori che avrebbero alimentato la raccolta del periodo o che sarebbero servite per scambi con altre figurine o meglio ancora per giocare a “ciuciareddu” tra i portoni di Piazza Mokarta.

Per quanto riguarda l’arancina sorgevano le dispute tra Bar Sardo, Bar Pierino e Bar Pisciotta: ognuno di essi aveva i suoi fan e in ognuno eri chiamato a scegliere tra il gusto classico e quelle al prosciutto (all’epoca vere novità). Per me le arancine alla carne del Bar Sardo erano imbattibili; per loro investivo volentieri le mie 100 lire e mi portavo dietro fino a casa un retrogusto e un’acquolina che mi accompagnava per tutta la successiva settimana.

Per quanto riguarda le figurine ci si scatenava a soffiare in lunghe competizioni caratterizzate da speciali tecniche di contorsione della lingua per la ricerca del più ampio fiato. Non parliamo poi di come ci si riduceva le ginocchia e i vestiti sdraiandosi lunghi a terra: i proprietari delle varie abitazioni lasciavano fare per ottenere la pulizia degli scalini.

Insomma, le vie, le piazze, i giardini erano riempiti da ragazzi in festa accorsi in centro per celebrare la domenica.

In tarda mattinata si riempivano le zone di Via Garibaldi e del Lungomare dove i ragazzi più grandi erano alle prese con i primi corteggiamenti e incontri amorosi. Via Garibaldi era caratterizzata da un fitto viavai nelle due direzioni di adolescenti che si scambiavano occhiate e messaggi. Il Lungomare invece era il posto delle famiglie che potevano incontrare qualche amico prima di tornare a casa per il pranzo. I Mitici carrettini della frutta secca (“la simenza”) ne caratterizzavano l’andatura diventando postazioni di sosta per comprare “lu coppu” di semi e quanto altro.

Le domeniche semplici, quelle della festa; le domeniche dei ragazzi e delle famiglie; le domeniche degli incontri e delle chiacchiere; le domeniche della spensieratezza e del gioco, delle grida e della competizione ma anche delle grandi amicizie e dell’amore adocchiato e inseguito.

Ma anche le domeniche della Messa: che cominciavano ringraziando il Signore.!

Forse tutto questo manca a questa società complessa e sofisticata; distratta e scontenta; povera e opulenta al tempo stesso. In questa società anche la domenica ha perso tanto del suo originario sapore e le famiglie non hanno riti da celebrare che non si possano vivere ogni giorno e fuori dalle case. Tanti fanciulli e ragazzi sono solo ripiegati sui loro cellulari oppure fatti oggetto dei tanti pericoli paventati dai loro genitori dalla corta memoria.

Abbiamo bisogno di più feste di sostanza e meno di feste di apparenza. Dobbiamo riscoprire la festa e con essa il vero gusto di fare festa.

Abbiamo molto da festeggiare quando saremo fuori dalla pandemia ma mi auguro che quest’ultima ci abbia fatto ritrovare il vero senso della “festa”.

di Mare CALMO

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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