La storia di un popolo che ha nel telo del ‘kafan’ il simbolo della resistenza a un genocidio. È stato presentato presso l'atrio della Cattedrale del SS. Salvatore di Mazara del Vallo, in occasione della rassegna “Librestate”, il libro “Sudari. Elegia per Gaza”, scritto dalla giornalista Paola Caridi (al centro nella foto di copertina), esperta di Medioriente, che attraverso un dialogo con don Domenico Mogavero, Vescovo emerito della Diocesi di Mazara del Vallo, e alla presenza di un atrio della Basilica che ha visto un'ampia partecipazione di interessati e con ospiti illustri, fra cui il Vescovo di Mazara del Vallo S.E.
Mons. Angelo Giurdanella, il Procuratore della Repubblica di Agrigento Giovanni Di Leo e l’attore mazarese Rosario Lisma, ha dedicato un'elegia moderna a tutte le persone uccise a Gaza che vedono rivendicata la necessità di essere chiamate per nome. Un viaggio attraverso le sue esperienze e le sue emozioni, mettendo insieme i fatti e i pensieri ricostruendo la vita di tante altre persone simbolo di una civiltà che, sulla striscia di Gaza, da anni non conosce tregua a causa della guerra e che, partendo dai sudari, arriva ad una parola che oggi non mette proprio tutti d'accordo, quella del genocidio.
«Credo che la parola genocidio non debba mettere d'accordo le persone – afferma la scrittrice - Il problema è che quello che si sta compiendo a Gaza è un genocidio, non è una guerra. E lo sta compiendo Israele, lo Stato di Israele contro i palestinesi. Cioè, è un dato di fatto, è una realtà. Chi fa polemiche sull'uso o meno della parola genocidio non ha forse letto la Convenzione delle Nazioni Unite sul Genocidio del 1948, e soprattutto non si rende conto che quello che viene fatto ai palestinesi non si può nascondere sotto il tappeto.
Prima o poi andrà a finire di fronte a un tribunale. E allora– prosegue - quello che dobbiamo fare non è tanto pensare di essere ecumenici, perché non c'è, ahimè, né il tempo né il dovere di essere ecumenici o equanimi, ma il genocidio bisogna fermarlo. Genocidio che non è stato fermato finora, neanche con quella che a tutti gli effetti è una finta pace, firmata e raggiunta il 10 ottobre del 2025. Dopo quella finta pace, almeno 1200 palestinesi sono stati uccisi a Gaza»
Un elemento importante al giorno d'oggi è quello della parola…
«Fondamentale. Perché è uno strumento fortissimo ‘senza potere’ e lo dico nell'atrio di un luogo sacro come la Cattedrale di Mazara. La parola in alcuni momenti della storia del mondo è stata così fondamentale da cambiare i destini del pianeta, e quindi è una parola necessaria, che tutti possiamo usare, ed è ciò che può fermare il genocidio.»
Parola che, se impiegata correttamente, potrebbe fermare anche i tanti genocidi in atto oggi nel mondo. Secondo lei, qual è la strada che l'umanità può percorrere insieme a quelle che finora ha provato a intraprendere?
«È dare alle parole il giusto significato. Le parole sono quelle che determinano la nostra convivenza, la nostra vita. Le parole sono diritti, sono regole, sono norme, sono fine dell'impunità, sono diritto internazionale, sono regole condivise, rappresentano la comunità raccolta nelle Nazioni Unite. Non si può pensare di vivere sotto la legge del più forte, questo non ha funzionato nel corso dei millenni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale eravamo riusciti a limitare questo uso della forza che dimenticava il diritto, ed adesso dobbiamo recuperarlo. Non c'è un diritto internazionale fino a un certo punto, c'è un diritto internazionale e punto!».
Tommaso Ardagna