La “Strage della Gazzera”, pagina noir della storia di Mazara del Vallo

Quella tragica notte d’inverno di circa cent’anni fa si sarebbe consumata una vendetta mafiosa in territorio mazarese

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
11 Gennaio 2022 09:59
La “Strage della Gazzera”, pagina noir della storia di Mazara del Vallo

Sono trascorsi circa cento anni dalla strage che prende nome dell’antico baglio della “Gazzera” situato nelle vicinanze di Borgata Costiera. Il baglio si trova ad una decina di chilometri dal centro urbano di Mazara del Vallo e raggiungibile dalla via Salemi, definita anticamente “la via dei bagli e delle ville”, la grossa arteria cittadina che si sviluppa nella strada provinciale 50 che conduce a Salemi. Quello della “Gazzera” (dall’arabo “località fertile per l’abbondanza delle acque”) è uno dei più antichi e più grandi bagli del contado mazarese.

I bagghi in ambito mazarese –ha sottolineato l’arch. Mario Tumbiolo, storico e profondo conoscitore del territorio mazarese- erano nella quasi totalità di proprietà della Chiesa, dato che dei settantotto feudi in cui era diviso il territorio cittadino solo nove erano di proprietà gentilizia e all’incirca altrettanto di proprietà demaniale”. Il baglio della Gazzera, edificato nel XV secolo su un colle e sviluppatosi attorno ad una torre, era costituito di una doppia corte, di mura fortificate e di alte finestre verso l’esterno e, secondo usanza, di una signorile residenza padronale nel piano rialzato centrale e soprastante l’ingresso. Era fornito nel piano terra, detto “trappeto”, di magazzini del vino (prodotto grazie alle uve del grande vigneto che caratterizzava quella parte del territorio) e di piccoli alloggi per i lavoratori, di un giardino e di una vicina sorgente d’acqua.

Oggi di quello splendido baglio, appartenuto alla famiglia Burgio il cui capostipite fu appunto il “conte delle Gazzere”, non resta che un rudere (in copertina vedi foto da noi scattata qualche mese fa). Per secoli, pur con il succedersi delle intrigate vicende che hanno segnato la storia siciliana, la vita nel baglio della Gazzera è trascorsa tranquilla e ciò fino ad una tragica notte d’inverno fra gli anni venti e trenta del ‘900 quando nello stesso baglio si sarebbe consumato un vero e proprio regolamento di conti fra rappresentanti di consorterie mafiose locali. Della cosiddetta “strage della Gazzera” non vi sono documenti ufficiali ma soltanto racconti tramandati oralmente.

A raccontare di quella terribile notte è stato Ernesto Dado,stimato professionista e appassionato del territorio mazarese scomparso prematuramente alcuni anni fa. Nel suo libro “Mazara tra storia e architettura rurale. Scorci e meraviglie di un paesaggio dimenticato”, pubblicato nel 2004, Dado parlando dei tragici fatti della “Gazzera” ha parlato di una vera e propria “strage di mafia”, avvenuta tra le cosche salemitane e quelle mazaresi; qualcun’altro anziano invece asserisce che quello dei mazaresi sia stato un ruolo di mediazione, fallito, fra due gruppi rivali, uno appunto di Salemi e l’altro di Marsala che si contendevano alcune terre al confine fra i due territori comunali.

Il motivo della strage – ha scritto Ernesto Dado- fu che la mafia salemitana veniva a razziare con continui sconfinamenti nelle campagne mazaresi sin quasi alle porte della città compiendo continui atti di brigantaggio contro le nostre popolazioni agricole, per cui a seguito di continui ed estenuanti scontri a fuoco con morti dall’una e dall’altra parte, i mafiosi mazaresi escogitarono uno stratagemma con l’intenzione di trucidare in unica soluzione i capi e i relativi luogotenenti di quella insopportabile parte avversa”.

Dado ha parlato di un tranello teso dai mafiosi mazaresi, alcuni dei quali campieri del territorio, dopo aver invitato i salemitani a stipulare un atto di non belligeranza e dopo che le due parti avevano stabilito i confini giurisdizionali dei territori da amministrare. Pertanto, al fine di suggellare la ritrovata pace, i mazaresi avrebbero invitato i salemitani ad una “tavolata” da tenersi dopo il tramonto presso il baglio della Gazzera. Il piano sarebbe stato quello di distrarre gli ospiti, arrivati a cavallo dei loro destrieri, con una degustazione di prodotti della zona: olive nere, formaggio invecchiato, ed ovviamente del buon vino custodito nelle botti della cantina padronale.

Alcuni mazaresi durante la tavolata, caratterizzata da sorrisi, abbracci e brindisi, si sarebbero allontanati con la scusa di andar a prendere dell’altro vino e delle pietanze in cucina. Ad un certo punto sarebbero stati spenti i lumi, i mazaresi rimasti al tavolo si sarebbero buttati per terra e dai lati del cortile sarebbero partite le schioppettate verso gli ospiti che seppur sorpresi avrebbero risposto al fuoco con le pistole riposte sotto il mantello. Il buio fu rotto dalle scariche dei colpi di arma da fuoco avvertite dai residenti di Borgata Costiera.

Fra chi cercava di mettersi al riparo, fuggendo nel tentativo di raggiungere i cavalli, e chi li inseguiva, la sparatoria si protrasse fino alle prime luci dell’alba con grande spargimento di sangue da entrambi le parti. Soltanto in mattinata i carabinieri della caserma della vicina borgata arrivarono sul posto rinvenendo un gran numero di morti sparsi dentro e fuori il baglio; i feriti meno gravi riuscirono ad allontanarsi e nascondersi nel vicino giardino, venendo successivamente catturati.

“Le forze dell’ordine – ha aggiunto Dado- procedettero quindi alla identificazione dei cadaveri e dei sopravvissuti e quest’ultimi, tra la vita e la morte, alle richieste di notizie anagrafiche rispondevano che non ricordavano le loro generalità, oppure che addirittura non avevano avuto mai un nome o una famiglia. L’omertà al di sopra della stessa vita!”.

Sempre secondo lo stesso Dado molti dei mazaresi riusciti a scampare alla morte quella tragica notte d’inverno decisero di fuggire in Tunisia e da lì dopo poco tempo emigrarono a New York. Alcuni di questi “autoesiliati” dopo oltre cinquant’anni sarebbero ritornati a Mazara a godersi, “ormai indisturbati e piuttosto ossequiati”, gli ultimi anni di vita, mentre altri, forse la gran parte, sarebbero stati arruolati nella struttura malavitosa italoamericana.

Francesco Mezzapelle 

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