Il “jass”, dagli albori alla sua evoluzione… La musica che non muore mia

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
12 Luglio 2020 11:54
Il “jass”, dagli albori alla sua evoluzione… La musica che non muore mia

Tre giorni di jazz a Mazara del Vallo. Impensabile, un sogno che si avvera. Ed invece il 6, 7 e 8 dicembre 2019 nell’inconsueta cornice di un’officina, quella di Essepiauto, lo scorso inverno si è svolta una manifestazione, il “Blue Jazz Festival”. Un’idea nata una sera quasi per gioco nel corso di una cena tra amici e divenuta realtà, tutto grazie al maestro Fabio Crescente coadiuvato da Paolo Tedesco, Essepiauto appunto, e dall’azienda Sound Power. Sul palco allestito all’interno dell’officina si sono esibiti grandi nomi del panorama jazz italiano come Bosso-Ariano-Bulgarelli, il violino trapanese di Mauro Carpi, il duo Trentacoste-Guaiana chitarra e voce anche loro siciliani, il pianista Luca Filastro, gli Eba Trio, Leo de Santi, e la band Tower of the Groove.

La manifestazione ha riscosso un notevole successo nonostante sia stata pensata, allestita e realizzata in poco tempo, tanto da far sperare in nuove edizioni negli anni a venire. Perché il jazz e la Sicilia formano un connubio perfetto, ed hanno una lunga lunghissima storia d’amore che li lega. Ma facciamo un piccolo passo indietro. "Jass". Era chiamata in questo modo la musica che oggi conosciamo come jazz. Siamo nel 1916, New Orleans, una band guidata da un italoamericano dal nome “Original Dixieland Jass Band” sta per inventare un nuovo genere musicale che ancora oggi esiste e resiste al tempo e alle mode.

A capo della band c’è Dominic James La Rocca, detto Nick, nato a New Orleans l’11 aprile del 1889. Nick è originario del trapanese, suo padre Girolamo emigra poco più che vent’enne da Salaparuta (TP) a New Orleans. Girolamo La Rocca a Salaparuta faceva il calzolaio, ma era anche un bravo trombettista. Quando si trasferì a New Orleans la famiglia La Rocca aveva una casa a primo piano ed uno scantinato, in cui Girolamo svolgeva il suo lavoro. Ogni tanto in quello scantinato ospitava alcuni amici musicisti siciliani per suonare.

L’amore di Girolamo per la musica contagia i membri della famiglia, tutti infatti sanno suonare uno strumento, ma Nick sembra quello più affascinato da questo mondo. Stranamente il padre si oppone al suo voler diventare un musicista, perché immagina per lui un futuro di medico. Per fortuna Nick insiste nella sua idea ed infatti verso i trent’anni fonda l’Original Dixieland Jass Band, una band di cui facevano parte altri due italoamericani, Antonio Sbarbaro detto Tony alla batteria e Frank Signorelli al piano.

Nel 1917 avviene la consacrazione, l’incisione del disco in cui erano contenuti “Dixieland Jass One Step” e “Livery Stable Blues” sotto contratto con la Victor, una delle più grandi etichette dell’epoca. Quel disco ebbe un successo eccezionale vendendo un gran numero di copie e influenzando il resto del panorama musicale dell’epoca. Molti infatti cominciarono a imitare la band di Nick La Rocca omologando gli strumenti a quelli dell’Original Dixieland Jass Band. La band riscuote sempre più successo e inizia fare tourneè e concerti.

La cosa particolare è che, ai manifesti dei loro concerti, le persone per denigrarli cominciano a cancellare la “J” della parola Jass in modo da avere la parola “ass”, che non sto qui a tradurre. La casa discografica per curare la propria immagine e quella della band, visto l’enorme successo di La Rocca e i suoi non può accettare queste prese in giro e per non apparire ridicoli, chiede e ottiene di cambiare il nome in “Original Dixieland Jazz Band”. Va comunque ricordato che esistono altre ipotesi sull’origine della parola jazz secondo cui la parola derivi dal francese jaser, cioè rumore, chiasso e che abbia anche dei rimandi sessuali.

Coloro che sostengono questa ipotesi ricordano che nella New Orleans di inizio 900 con jass si intendeva fare riferimento appunto al chiasso e alla confusione. Inoltre ragtime, e jass appunto, erano spesso suonati all’interno dei bordelli. La prima volta che la parola jazz apparve su un quotidiano stampato fu nel 1913. Riordinando le idee possiamo supporre secondo le informazioni a nostra disposizione che il jazz nasce dunque a New Orleans agli inizi del 900 come commistione di generi suonati verso la fine dell’800 come il ragtime, il blues e le ballate americane di fine 800.

Il contributo degli emigrati italoamericani nella creazione del jazz e nella sua evoluzione fu molto importante, considerando il fatto che furono i nostri conterranei ad introdurre nelle band gli strumenti delle bande paesane, gli strumenti a fiato, che, uniti alla ritmica degli afroamericani creò questo mix straordinario e questa musica immortale. Oltre alle innovazioni musicali la lista di italoamericani che hanno contribuito alla creazione e alla diffusione del jazz è molto lunga e le storie sono tante.

Si potrebbe parlare di George Vitale, meglio noto come Jack Papa Laine che nella sua band, la “Realiance Brass Band”, aveva altri italoamericani come Vince Barocco, Pete Pellegrini e Giuseppe Joe Alessandra. Erano tanti gli italoamericani di successo, veramente tanti, per fare altri esempi Leon Roppolo, uno dei primi clarinettisti jazz, o anche Joe Venuti, magnifico violinista, Salvatore Massaro conosciuto come Eddie Lang, chitarrista, Arnold Loyacano, contrabbasso, Adrian Rollini, sassofonista, Santo Pecora, trombonista, e Jimmy Durante, che fu sia pianista che attore.

L’Original Dixieland Jazz Band diede il nome al genere e fu la prima ad incidere un disco, ma fu accompagnata da molti personaggi, musicisti eccezionali e pionieri di questo genere musicale. Il nome di Buddy Bolden, per alcuni il “padre del jazz”, circola già intorno al 1904, come quello di Jelly Roll Morton autore di “King Porter Stomp” verso il 1906. Oltretutto nacquero numerosissime formazioni jazz, menzione particolare merita quella di Joe “King” Oliver. Buddy Bolden fu tra i primi musicisti di colore a raggiungere la fama.

Il suo contributo fu fondamentale, aveva un modo personale e speciale di suonare, quel suo improvvisare all’interno di una band riuscì a imporsi e a contribuire alla creazione del jazz. Alcune fonti sostengono che molti musicisti di colore dell’epoca, nonostante possedessero delle abilità tecniche e un grande senso del ritmo, molte volte avevano difficoltà a leggere la musica scritta e, dunque, improvvisavano. Ed è proprio grazie a queste improvvisazioni che dal ragtime si passò al jazz.

Per capire il contesto in cui è nato il jazz dobbiamo ricordarci com’era la New Orleans tra la fine dell’800 e inizio 900. A quel tempo New Orleans era una città portuale, e in quanto portuale anche cosmopolita. Lì convivevano neri di origine africana, francesi, irlandesi, spagnoli e italiani, soprattutto siciliani. L’incontro di queste culture non si limitò alla sfera sociale, ma avvenne anche a livello musicale. Nacquero le prime band musicali formate da persone di diversa provenienza e di conseguenza si arrivò all’espressione di una nuova musica, figlia di tutte le contaminazioni musicali che si trovavano all’interno di una stessa band.

Il jazz sin dall’inizio si configura come evoluzione di forme musicali già esistenti ed incontro di culture, ha incorporato la musica popolare, il ragtime e il blues. Nei tempi più recenti è riuscito ad abbinarsi e fondersi persino con generi come il samba, la musica argentina e quella caraibica, il rock o l’elettronica. Durante il ventesimo secolo il jazz ha mutato forma innumerevoli volte, si è partiti col dixieland di Nick La Rocca di inizio secolo allo swing degli anni trenta, fino al bepop di fine anni quaranta per poi evolversi in svariati sottogeneri negli anni a seguire.

Tra gli anni dieci e gli anni venti molti artisti da New Orleans si diressero verso il nord spinti dalla promessa di maggiori guadagni arrivando fino a Chicago, tra loro c’erano Joe King Oliver, Jelly Roll Morton e Louis Armstrong. In quegli anni il jazz spopolava e si affermò come musica da ballo nei locali notturni. Le band rivestivano un ruolo fondamentale ma il ruolo del solista capace di improvvisare cominciò ad essere una caratteristica sempre più frequente nel jazz di quegli anni.

Basti ricordare il carisma di Louis Armstrong o di Sidney Bechet. Riguardo le grandi orchestre del periodo le band di successo allora erano di Fletcher Henderson, Paul Whiteman e Duke Ellington. Tutta l’America ballava a ritmo di jazz e dopo New Orleans e Chicago fu la volta di New York che divenne una delle capitali del jazz durante l’epoca conosciuta appunto come l’età del jazz. Poi arrivò il 1929 e a causa della Grande Depressione l’intrattenimento musicale subì un brusco arresto ed erano veramente pochi i musicisti che riuscivano a vivere con la loro musica.

La svolta avvenne con un bianco di origine ebrea, Benny Goodman, che accelerando toni, timbri e contrappunti rese più ballabile il genere. E’ nato lo swing. Di solito i brani iniziano in maniera tranquilla per poi scatenarsi con accelerazioni improvvise e variazioni. Le orchestre diventano più grandi, numerosi strumenti a fiato e una sezione ritmica si aggiungono allo strumento del leader, il clarinetto nel caso di Goodman, per rendere ancora più ballabile il tutto. Il jazz non è mai stato slegato dalla società e dal costume, ma anzi è stato creatore di costumi ed ha influenzato la società.

La segregazione razziale allora vigente in tutti gli ambiti cominciò ad essere infranta sia nei componenti delle orchestre, sia nella clientela dei locali. Nel 1945 in piena guerra l’ambiente discografico e i locali fanno di tutto per distogliere l’attenzione dalla guerra e dalle disuguaglianze sociali. I musicisti neri sentono il bisogno di manifestare il loro malcontento per le condizioni di apartheid e la loro insofferenza verso la rigidità musicale delle grandi band. In questo contesto di ribellione e ridefinizione musicale nasce il bepop, che diviene quasi un movimento rivoluzionario, di costume, che va oltre l’ambito musicale.

Le nuove formazioni non hanno un vero leader a guidarle e si svincolano dal concetto di compiacere il pubblico dando vita a jam session infuocate e sperimentare nuove soluzioni musicali. Il jazz cambia, si evolve, matura e giunge a nuova consapevolezza di se stesso tendendo a diventare sempre più progressivo. Negli anni cinquanta il jazz comincia a perdere le caratteristiche di sperimentazione e improvvisazione per divenire un genere di più facile ascolto, cool jazz appunto per le caratteristiche melodiche e rilassate.

Esponenti di rilievo furono Miles Davis, John Coltrane e Gil Evans, o i bianchi Gerry Mulligan, Chet Baker e Stan Getz per fare solo qualche nome. Nel frattempo una giovane promessa si sta facendo strada all’interno del panorama jazz coniugando sonorità diverse dal rythm and blues al country, dal jazz sino al soul. Il nome di questo ragazzo è Ray Charles, un nome che oggi è leggenda che ha valicato i confini del jazz diventando una delle icone musicali del 900. Dagli anni sessanta in poi il jazz si trasforma ancora e si divide in numerosi stili e varianti.

Negli anni sessanta si arriva al free jazz, ovvero la frantumazione totale di melodia, armonia e ritmo in una forma d’improvvisazione collettiva totale. Divenendo musica d’elitè e avendo un pubblico di nicchia al free jazz venne a mancare però quello che da sempre ha caratterizzato il genere, cioè la componente popolare. In questi stessi anni il jazz assume influenze musicali esotiche provenienti sia dall’Asia che dall’Africa, ma soprattutto dal Sudamerica. In Brasile il movimento bossa nova, che comprendeva  grandissimi nomi come Antonio Carlos Jobim, Vinicius de Moraes e Joao Jilberto, ebbe proficue e durature collaborazioni con jazzisti non brasiliani, Stan Getz o Charlie Byrd, che diedero vita a un nuovo sottogenere, una nuova variante del jazz.

Verso gli anni 70 il jazz si abbina a generi diversi e muta forma come muta la società. Alcuni scelsero la strada del free jazz come già detto, altri si spostarono su sonorità funky, ma non mancarono quelli che si avvicinarono al rock o alle prime sperimentazioni elettroniche. Nasce il genere fusion. Uno stile che riesce nell’impresa di unire lo stile e l’impostazione jazz con strumentazioni sempre più elettriche ed elettroniche. A livello stilistico e a livello musicale si crea una contaminazione che fonde jazz, funk, rock ed elettronica.

I nomi che si potrebbero fare sono molti, qui cito solamente Miles Davis, Jaco Pastorius, Herbie Hancock e i Weather Report. Tra i grandi protagonisti di questo periodo non si può fare a meno di ricordare un grande grande artista, Frank Vincent Zappa. La storia del jazz e la storia della Sicilia si incrociano ancora, ed anche questa volta si tratta di un incontro importante che modifica i linguaggi e la stessa concezione di cosa è il jazz. Frank nasce a Baltimora il 21 dicembre del 1940. La sua famiglia come si evince dal cognome ha origini italiane, per essere precisi il padre Francis è originario di Partinico (PA) e la madre Rose Marie è un’americana di origini franco-italiane.

Zappa rimane nella storia della musica come una stella che tutt’ora brilla per il tipo di modernità del suo stile. Era un magnifico chitarrista, anche se suonava numerosi strumenti oltre alla chitarra, e compositore, ed è considerato tra i più grandi geni della musica del 900 e tra i maggiori artisti del nostro tempo. Non è possibile dare un’unica definizione del suo stile, perché i suoi 60 album variano per influenze musicali e stilistiche e spaziano dal rock al blues, dalla fusion al progressive, dalla musica classica all’avanguardia, dalla rumoristica all’elettronica.

Il tutto con un gusto particolare per satira e comicità. Nel 1982 Zappa ebbe un’occasione da non perdere, la possibilità di suonare a Palermo, alla Favorita, nel corso del suo tour europeo. Il desiderio di scoprire le proprie radici, di esibirsi nella sua terra è troppo forte. Data confermata, 14 luglio 1982. Frank sbarca a Punta Raisi il giorno prima del concerto, spinto dalla voglia di conoscere le proprie origini decide di visitare il paesino del padre, Partinico. La data del concerto è particolare però, era il 14 luglio, lo stesso giorno del Festino di Santa Rosalia.

La città è strapiena di persone, molti invadono le strade per la Santuzza, mentre tanti altri si recano allo stadio per assistere allo storico concerto di fine tour europeo di Zappa. Quel concerto però non fu il successo che si pensava, anzi fu un vero disastro, un incubo maledetto. Quella notte tutto andò male, i 25.000 della Favorita vedono i musicisti come puntini lontani e oltretutto l’acustica è un disastro, piena di difetti e incidenti durante la riproduzione. A un certo punto alcuni ragazzi, seguiti da molti altri in seguito, invadono il prato per essere più vicini al palco, sistemato sotto la tribuna altezza centrocampo.

La polizia reagisce lanciando lacrimogeni e candelotti, uno finisce addirittura sul palco sfiorando il batterista, è caos. Panico totale. Dopo soli 30 minuti il concerto è finito. Secondo alcune dichiarazioni dell’epoca la delusione per quello che doveva essere il trionfale ritorno a casa fu tanta, Zappa ci rimase malissimo. Esiste un documentario di Salvo Cuccia su Zappa in cui il regista ripercorre la notte del concerto e in parallelo narra la storia del viaggio a Partinico della famiglia Zappa, moglie e figli, insieme a Massimo Bassoli, amico intimo di Frank e critico musicale.

Oggi una strada di Partinico e un’aula musicale di una scuola elementare sono dedicate a Frank Zappa e a tutta la famiglia è stata consegnata la cittadinanza onoraria. Intorno agli anni settanta è avvenuta la mutazione più importante, una mutazione non tanto musicale quanto culturale. Il jazz, il genere musicale nato dai canti nelle piantagioni, quel particolare genere suonato a ritmo sfrenato dalle band che si esibivano nei bordelli, quello stesso genere musicale legato a doppio filo con la tradizione popolare, dal 1970 in poi è universalmente riconosciuto come musica colta.

Duke Ellington una volta disse che “in genere, il jazz è sempre stato come il tipo d’uomo con cui non vorreste fare uscire vostra figlia”. Ecco, oggi, quella stessa musica espressione di libertà, improvvisazione e sregolatezza è diventata musica d’elitè, musica alta e colta, elegante accompagnamento musicale di importanti eventi. Da sempre i principali elementi del jazz sono il ritmo e l’improvvisazione, di solito partendo da delle semplici variazioni su un tema iniziale. Il jazz odierno aggiunge la poliritmia, la progressione armonica le blue note, ma ciò che ancora contraddistingue il genere è il ritmo, che molte volte prosegue in maniera ineguale con accelerazioni o rallentamenti improvvisi, e il musicista vero e proprio, che grazie alla sua capacità di interpretare ed il suo virtuosismo strumentale tende a valorizzare l’espressività.

Esattamente tre anni fa si celebrava il centenario del primo disco jazz di Nick La Rocca, cento anni in cui il jazz è mutato e ha attraversato la storia assumendo varie forme, adattandosi alla società e influenzandone i costumi. C’è però un dato che fa riflettere, cioè che dal 1997 ad oggi sono stati prodotti quasi lo stesso numero di dischi prodotti in tutto il resto della storia del jazz. Una quantità enorme. Oggi in tutte le parti del mondo si suona e si ascolta il jazz. Ciò che manca rispetto al passato è il grande solista, il genio che riesce a riscrivere le regole del gioco, l’artista che innova e rinnova il genere.

Questo avviene anche a livello stilistico, non si è giunti a nuove forme di jazz e il genere sembra essersi cristallizzato in una forma ben precisa, con le dovute eccezioni delle contaminazioni elettroniche. Non c’è il fervore di un tempo che permetteva la creazione di nuovi stilemi e la creazione di correnti stilistiche, oggi si registra solo l’accostamento della parola jazz, molto spesso usata a sproposito, con altri generi musicali: world jazz, rap jazz, techno jazz, electro jazz o electro swing.

Lo stato di salute del genere è comunque ottimo e in tutto il mondo si registrano numerose manifestazioni di musica jazz, si passa dall’hard bop bianco al latin jazz, dall’incontro tra musicisti di diverse culture fino al jazz europeo avanguardista, dal jazz della tradizione americana alla world music. Il jazz non è morto e promette di resistere ancora a lungo grazie alla sua capacità di evolversi, adattarsi ai tempi e resistere alle mode del momento semplicemente perché slegato da esse.

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