“Una punta di Sal”. La strage di Capaci 30 anni dopo…

Il 23 maggio è una data simbolo: ricordo delle vittime delle stragi del ’92 e di tutte le altre per mano della mafia

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
22 Maggio 2022 15:04
“Una punta di Sal”. La strage di Capaci 30 anni dopo…

Mancano poche ore e saranno trent’anni da quel 23 maggio 1992, quando Cosa Nostra fece saltare in aria e uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani. E’ stata una terribile stagione, il primo delitto, Salvo Lima e poi Falcone, Paolo Borsellino: delitti diversi, persone diverse, naturalmente. A questa mattanza credo si possa aggiungere anche il fallito attentato contro il commissario Rino Germanà, una “memoria storica”, una banca dati che cammina.

Si salva per la sua prontezza; è sul lungomare di Tonnarella di Mazara del Vallo, quando cercano di ucciderlo; le armi si inceppano, un attimo di esitazione dei killer, lui rapido si getta in acqua, così la scampa. Facciamo i conti: accade un delitto ogni due mesi, come una cambiale che scade: Lima 12 marzo; Falcone 23 maggio; Borsellino 19 luglio; Germanà, 14 settembre. Falcone aveva molti nemici, la Cosa Nostra gliela giura. È “normale”, nell’ordine delle cose. Cosa dovevano mai cercare di fare quei mafiosi?.

Che la Cosa Nostra, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e gli altri boss mafiosi volessero Falcone morto, ripeto, è nell’ordine delle cose. Non sarebbero stati i mafiosi che sono stati e sono. Ma sono soprattutto le coltellate che Falcone ha avuto alla schiena, che si dovrebbero ricordare. Borsellino una volta ha parlato di un Giuda: non uno solo; tanti, i Giuda.

Le cronache raccontano che sono tanti i documenti spariti, intere biblioteche. Scomparsi gli appunti scritti dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sul vorticoso giro di appalti palermitani e siciliani. L’inseparabile borsa da cui il generale mai si separa, e che si vede anche in molti filmati di repertorio, “sparisce” per lungo tempo. La ritrovano in uno scantinato del Tribunale di Palermo. Vuota. Il generale si porta a spasso, senza mai abbandonarla, una borsa vuota? Scompare il foglio della relazione di servizio redatta dall’agente Calogero Zucchetto, il primo ad arrivare sul luogo dell’omicidio Dalla Chiesa.

Anche Zucchetto è ucciso dalla mafia. Scompare l’agenda del capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo Ninni Cassarà, ucciso dalla mafia. Scompare l’agenda che Cassarà sequestra a casa di Ignazio Salvo. Scomparsi gli appunti del poliziotto Nino Agostino, ucciso dalla mafia assieme alla moglie. Scompare quella che potrebbe essere l’agenda rossa di Borsellino subito dopo l’esplosione in via D’Amelio. E vi sono altri misteri, altre scomparse. 1.031 nomi, 1.031 persone che non esistono più, 1.031 vittime innocenti delle mafie.

È questo il numero delle persone innocenti uccise dalla criminalità organizzata, e a queste bisogna aggiungere le faide interne, le guerre di mafia, le esecuzioni sommarie. Le mafie in Italia uccidono e lo fanno in ogni luogo, anche in quelle regioni in cui spesso si tende a credere che la mafia non esista. Le mafie uccidono senza distinzioni, che siano uomini, donne, che siano bambini. 113 minori ammazzati, 93 donne, sono numeri che mettono nero su bianco la violenza indiscriminata delle mafie, che spesso uccidono anche chi cerca di trovare il modo per sconfiggerle, che sia esso un giudice, un imprenditore che denuncia, un giornalista o un politico.

Dalla strage di Portella della Ginestra alla morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, fino alle uccisioni di Placido Rizzotto, Peppino Impastato, Piersanti Mattarella, Boris Giuliano.

Solo pochi giorni fa si sono celebrati i 40 anni dall’uccisione di Pio La Torre. Il 30 aprile 1982 il segretario regionale del Partito Comunista Italiano fu ucciso da Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese su mandato di personaggi di spicco della mafia. La “colpa”, secondo i mafiosi, di Pio La Torre è stata quella di cercare di cambiare le leggi per combattere a fondo le mafie. È stato l’assassinio di Pio La Torre prima, e quello del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa poi (avvenuto il 3 settembre 1982), che ha fatto si che la politica approvasse finalmente dei seri provvedimenti antimafia.

L’omicidio di Pio La Torre però, ha fatto si che venisse approvata la legge 646 del 1982. Questa legge, nota come la “Rognoni-La Torre” prendeva spunto proprio da una proposta di legge presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980 da Pio La Torre e da altri, tra cui l’onorevole mazarese Giuseppe Pernice, che di fatto introdusse per la prima volta nel codice penale la previsione del reato di “associazione di tipo mafioso”, cioè il “famoso” articolo 416 bis.

La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine”, sosteneva Giovanni Falcone. Come la storia, come ogni storia. Il 23 maggio è una data simbolo, un giorno della memoria: si rende omaggio alle vittime delle stragi di mafia del ‘92. Ufficialmente si chiama la Giornata nazionale della legalità, in effetti segna il passaggio del tempo dall’eccidio di Capaci, in cui persero la vita Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Ed è l’anniversario della successiva strage di via D’Amelio del 19 luglio, 57 giorni dopo, quando fu ucciso Paolo Borsellino e le persone della sua scorta. 

Questo giorno, a 30 anni di distanza, stavolta lo vogliamo ricordare così: non solo dalla parte delle vittime, ma anche dalla parte dei loro familiari, che pure vittime indirette sono state. In questo caso non ci sono parti ‘giuste’ e parti ‘sbagliate’, sono tutte giuste. E lo vogliamo ricordare attraverso le parole di una donna, Rosaria Costa, di una vedova divenuta un simbolo della ribellione alla mafia, la moglie di Vito Schifani, 27 anni. Rosaria Costa, 30 anni fa (era il 25 maggio del ’92), pronunciò parole indicibili, lucide e disperate allo stesso tempo, ai funerali del marito nella Chiesa di San Domenico a Palermo: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio”. Parole che ancora oggi risuonano alte come un monito potente contro l’oblio e sono un documento contro l’ingiustizia. Perché la memoria è una delle forme della giustizia, mette le frasi e i punti lì dove vanno messi.

Salvatore Giacalone 

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