“Una punta di Sal”. Così vicini così lontani…

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
08 Novembre 2020 09:10
“Una punta di Sal”. Così vicini così lontani…

Così vicini così lontani. E’ il titolo di una canzone, di un film del 1993 e di un libro scritto da Franco Brevini, il racconto di un viaggio intellettuale che si intreccia con tanti viaggi fisici o di viaggi fisici che si traducono in un grande  viaggio mentale. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio al sindaco di Mazara, Salvatore Quinci, ha dichiarato “la  vicinanza ai familiari dei 18 pescatori di Mazara del Vallo ancora trattenuti in Libia”. Ha riferito al Sindaco “di seguire la vicenda da vicino con aggiornamenti quotidiani”.

Grazie Presidente ma i 18 pescatori e le loro famiglie avrebbero preferito di conoscere anche il pensiero del generale Haftar di cosa vuole farne di questi lavoratori del mare che sono lontani da casa dal 1° settembre scorso. Avremmo anche preferito, caro Presidente, siciliano di Castellammare del Golfo, ma che conosce Mazara e la sua storia come le sue tasche dai tempi della DC, che avesse invitato qualche ministro del Governo di andare a colloquiare con il ribelle della Cirenaica ed aprire non una trattativa ma un confronto e chiedere, innanzitutto, perché tenere in prigione per oltre due mesi 18 uomini che hanno avuto il torto, secondo la Libia di Gheddafi, di avere invaso le acque territoriali che tutto il mondo però le riconosce come acque internazionali.

Questo, caro presidente Mattarella, hanno auspicato in questi giorni di sofferenza e di disperazionei nostri 18 pescatori e le loro famiglie. Così vicini e così lontani, Presidente, eppure Bengasi è ad appena 1300 km da Roma e si può raggiungere in due ore di volo. Basta partire di buon mattino e ritornare per l’ora di pranzo, trovare un accordo e rendere felici non solo 18 persone che sono segregate ma anche le loro famiglie e perché no, un’intera città. Ed in  questo periodo Covid 19, sarebbe come prendere una boccata di ossigeno non ai polmoni ma alla vita.

Ma Haftar riceverebbe  un  governante  italiano? Ecco un altro problema perché l’Italia, con il Generale della Cirenaica ha avuto alcuni “contrattempi” non proprio gradevoli: la visita a Tripoli del Ministro degli esteri Di Maio ma non a Bengasi, la mancata risposta sui quattro “calciatori” in prigione a Catania, condannati per orrendi misfatti ed infine il giorno 8 gennaio scorso Khalifa Haftar ha accolto l’invito dell’Italia di venire a Roma: ha dato un orario, poi lo ha cambiato, e alla fine si è presentato  prima del presidente Fayez al Serraj, governatore di Tripoli, facendolo imbestialire.

Il protocollo salta e il capo del governo riconosciuto dall’Onu, invece di fare scalo da Bruxelles  tira dritto verso Tripoli. Quella che era una buona iniziativa politica si trasforma in un mezzo flop. Quasi un gioco del gatto con il topo. Haftar, in realtà, avrebbe dovuto venire nella Capitale per incontrare, a margine di una riunione italo-statunitense, alcuni americani. A quel punto si è pensato di agevolare la visita con Conte, che alla fine è durata per quasi tre ore (in foto copertina la stretta di mano fra Giuseppe Conte e Khalifa Haftar).

Così mentre il leader di Bengasi si trovava a Palazzo Chigi è arrivata la notizia dell’appello dei presidenti di Turchia e Russia Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin per un cessate il fuoco in Libia a partire da domenica.  Il cessate il fuoco - sottolinea Conte - è la precondizione per un dialogo, che è l’unica soluzione possibile. La stessa cosa avrebbe voluto dire anche ad al Serraj. Ma mentre il generale è ancora seduto nel salottino, l’ambasciatore libico a Bruxelles fa sapere che il premier di Tripoli ha deciso di annullare l’incontro, perché sarebbe stato «inaccettabile dialogare con un criminale».

Scoppia il caso e in serata sono necessari contatti politici e diplomatici per cercare di far rientrare la questione, riuscendo magari a organizzare una nuova visita. Mai avvenuta. Lo scorso 20 giugno si registra una nuova operazione dell’Italia a sostegno del governo del premier libico tripolino Fayez Serraj. Dopo una richiesta di aiuto di Serraj a Giuseppe Conte, la missione militare italiana in Libia ha iniziato a collaborare con il Centro per lo sminamento libico e con ufficiali delle forze armate del governo di Tripoli.

L’obiettivo è sminare le abitazioni e i quartieri di Tripoli in cui i miliziani di Haftar, ritirandosi, hanno piazzato decine e decine di trappole esplosive. L’ambasciatore d’Italia Giuseppe Buccino ha fatto fare un tweet alla sua ambasciata per confermare che il governo Serraj aveva “stretto con l'Italia un accordo per ricevere supporto tecnico e competenze per rimuovere mine e residuati bellici”. E, ad Haftar , questo accordo non è andato giù. Sono “contrattempi” gravi per il generale, che forse hanno influito sulla decisione della Procura di stabilire la data del processo ai nostri 18.

A fine settembre il generale Mohamed al Wershafani, funzionario delle milizie che combattono per il maresciallo Khalifa Haftar in quella zona del paese, aveva detto all’Agenzia Nova che i pescherecci avevano violato la competenza territoriale ed economica delle acque della Libia. Pochi giorni dopo Khaled Al-Mahjoub, un altro funzionario vicino ad Haftar, aveva detto che i pescatori sarebbero stati processati secondo le leggi libiche. Stando a quanto ha fatto sapere il ministero degli Esteri, Luigi Di Maio, però, la notizia del processo era ufficiosa, e non si sa se i pescatori verranno effettivamente processati o quando.

E così tra il dire e il fare si rimane in attesa di qualche “miracolo” italiano che possa far decidere Haftar di effettuare, innanzitutto, il processo, e poi magari la liberazione. Il “miracolo” non sarebbero soldi (Haftar ha i pozzi di petrolio), né vedette ma, probabilmente, il riconoscimento dello Stato della Cirenaica per dare una risposta esauriente al governo di Serraj. Le cose stanno così o ci sono altri “misteri” per stabilire la data di un processo? Così vicini così lontani…Presidente Mattarella, confidiamo in Lei.

P.S. Ma se al posto di 18 pescatori di Mazara, ci fossero 18 operai di qualche fabbrica di Milano, di Roma o di qualsiasi altra città del Nord, cosa sarebbe successo? Quotidiane missioni a Bengasi o addirittura una crisi di governo? Salvatore Giacalone  

In evidenza