Rolando Certa è nato a Palermo nel 1931, morto nel 1987 a Budapest dove si era recato per incontri letterari. E’ stato una figura centrale della cultura siciliana del secondo Novecento, capace di unire poesia, giornalismo e un profondo impegno civile. E’ stato un ponte tra culture. Visse a Mazara del Vallo non come una periferia, ma come una frontiera aperta e un ponte verso il Mediterraneo.
Fu tra i fondatori, insieme a Salvatore Giubilato, del Centro per la Cooperazione fra i Popoli del Mediterraneo con sede proprio a Mazara. E’ stato il promotore degli "Incontri fra i Popoli del Mediterraneo", organizzati a Mazara del Vallo fin dagli anni '70. Questi incontri sono stati pionieristici in Italia, coinvolgendo delegazioni da tutto il mondo, con un focus speciale sul dialogo culturale tra le due sponde del Mediterraneo. A Mazara arrivarono poeti, letterari, saggisti, uomini illustri che disegnavano la cultura mediterranea come un passaporto per una umanità intrisa di civiltà e di pace.
Fu uno dei protagonisti dell'Antigruppo siciliano, un movimento letterario nato in contrasto con le élite accademiche e lo sperimentalismo del "Gruppo 63". L'Antigruppo promuoveva una poesia popolare, civile e legata alla realtà sociale della Sicilia. Fondò e diresse le riviste "Impegno 70" e successivamente "Impegno 80", testate che divennero laboratori di dibattito culturale e politico a Mazara.
La sua scrittura è intrisa di "sicilitudine" e responsabilità civile. Tra le sue opere principali si ricordano Pallido mondo, L'isola della mia stanchezza e Se tu ed io ed altri ancora. La sua poesia spaziava dalla denuncia sociale a liriche più intime, come quelle dedicate alla moglie o alle radici antiche (Sicani) del territorio. Oltre all'attività letteraria, ricoprì incarichi di amministratore pubblico militando sempre nei partiti socialisti in tutte le sue declinazioni, cercando sempre di far incidere la cultura sulla storia e sulla società locale.
L’appuntamento con Rolando Certa (foto by "Mazara Forever") è al tramonto sulla banchina del porto di fronte la chiesa normanna di San Nicolò Regale per una intervista.
Rolando, ecco il mare che ami tanto. Per molti oggi è una barriera, un cimitero o un confine da pattugliare. Per te che qui hai fondato il Centro per la Cooperazione tra i Popoli, cos’è questo specchio d’acqua?
(Rolando sposta lo sguardo verso l'orizzonte, accennando un sorriso amaro).
“Vedi, il mare non ha mai diviso, ha sempre mescolato. Mazara non è la fine dell'Europa, è l'inizio di qualcos'altro. Io l'ho sempre chiamata la "Porta dell'Oriente". Se chiudi gli occhi senti il respiro della Tunisia, senti le pietre della Grecia, senti il fango del Nilo. La mia poesia non è nata nelle biblioteche polverose, ma qui, tra i gridi del mercato e il sale che corrode il ferro. Abbiamo cercato di fare di Mazara il centro di un nuovo umanesimo mediterraneo perché sapevamo che o ci saremmo salvati insieme — siciliani, arabi, greci — o saremmo affogati nella nostra solitudine isolana”.
Tu sei stato un pilastro dell’Antigruppo siciliano. In un’epoca di avanguardie intellettuali e giochi di parole eleganti, voi sceglievate la "Poesia-Azione". Perché tanto rumore?
“Perché la poesia non può essere un salotto per pochi eletti che si compiacciono della loro intelligenza. Mentre il "Gruppo 63" giocava a scomporre il linguaggio, noi avevamo le mani sporche di realtà. La nostra era una sfida all'accademia, sì, ma soprattutto al potere che voleva la Sicilia muta e rassegnata. "Impegno 70", "Impegno 80"... non erano solo nomi di riviste, erano gridi di battaglia. La parola deve pesare come una pietra, deve denunciare la mafia, la fame, l'abbandono. Se un verso non scuote la coscienza di chi lo legge, allora è solo inchiostro sprecato”.
In molte tue liriche appare una stanchezza profonda, quasi una ferita. Hai scritto "L'isola della mia stanchezza". È difficile amare la Sicilia?
“È un amore atroce. È come amare una madre che ti sbrana. Ho scritto che la Sicilia è una “pecora sgozzata" che continua a belare. C’è una stanchezza che ti entra nelle ossa quando vedi il talento dei tuoi giovani andare via, quando vedi la bellezza sfregiata dal cemento o dall'indifferenza. Ma è proprio in quella stanchezza che trovi la forza di restare. Io ho scelto di non fuggire. Ho scelto Mazara come trincea. La mia isola è stanca, sì, ma è viva nelle sue radici sicane, in quel passato antico che ci ricorda che siamo stati giganti prima di diventare servi”.
Se potessi lasciare un messaggio ai giovani che oggi vivono in questa "frontiera", cosa diresti loro dal tuo osservatorio senza tempo?
“Direi loro di non farsi rubare lo stupore. Di guardare il mare non come un limite, ma come una strada infinita. Direi di leggere i poeti, non per imparare a memoria delle rime, ma per imparare a dire "no". La cultura non è un ornamento, è l'unica arma che abbiamo per restare umani. Non abbiate paura di essere "provinciali": se scavi abbastanza a fondo nel tuo giardino, troverai il centro del mondo. E ricordate: la bellezza non salverà il mondo se noi non salviamo la bellezza”.
Rolando, il tuo impegno non è rimasto solo sulla carta delle riviste "Impegno 70" e "Impegno 80". Tu sei stato un uomo di parte, un amministratore, un uomo della sinistra storica in una terra difficile. Come si conciliava il rigore del militante con la sensibilità del poeta?
(Un gesto deciso della mano, come a sottolineare un concetto politico) “Non c’è separazione. La militanza è stata per me la traduzione pratica della poesia. Essere di sinistra a Mazara, in quegli anni, significava stare dalla parte dei pescatori, dei braccianti, di chi non aveva voce nei palazzi del potere. In Consiglio Comunale o nelle piazze, non portavo solo istanze amministrative, ma la pretesa che la cultura diventasse pane e dignità. Ho sempre creduto che il socialismo, quello vero e umano, fosse la forma più alta di solidarietà mediterranea. La politica per me è stata "sporcarsi le mani" per pulire l’orizzonte di questa città. Non volevo una cultura d’élite, volevo che il popolo si riprendesse il diritto alla bellezza”.
Eppure, tra le battaglie politiche e le grida dell'Antigruppo, c’è un Rolando segreto, più silenzioso. Penso ai versi dedicati a tua moglie. In quella "isola della sua stanchezza", lei è stata il porto sicuro?
(La voce si fa più bassa, quasi un sussurro carico di pudore e gratitudine) “Sì. Senza di lei, l’isola sarebbe stata solo solitudine. Vedi, il mondo fuori è spesso un frastuono di battaglie, di sconfitte politiche e di speranze tradite. Ma nell’amore per mia moglie ho trovato quella che chiamavo la mia "seconda patria". Lei è stata la sponda su cui far riposare la mia stanchezza di combattente. In certi versi l’ho descritta come l’unica terra che non mi ha mai tradito. Se la mia poesia ha avuto un cuore che batteva oltre la denuncia sociale, lo deve a quella complicità silenziosa, a quel quotidiano resistere insieme. L’amore è l’unica vera rivoluzione che non fallisce mai”.
Rolando, siamo alla fine. Cosa rimane di tutto questo correre, scrivere e lottare?
(Guarda un'ultima volta le luci che si allontanano dal porto) “Rimane il seme. Rimane il ricordo di chi, come te, ancora si ferma a parlare con la mia ombra. La morte è solo un cambio di guardia. Finché ci sarà qualcuno che crede che Mazara possa essere un ponte e non un muro, finché un ragazzo leggerà un verso e sentirà un brivido di giustizia, io sarò ancora seduto qui, con i miei sogni, a guardare il mare”.
Salvatore Giacalone