Ultime della sera: "L’arte della guerra"

L’arte della guerra non consiste nel confidare che il nemico non verrà, ma nella sicurezza di accoglierlo adeguatamente

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
20 Maggio 2022 18:19
Ultime della sera:

I primi missili della storia, le V1 e le V2, sono ricordati come armi squisitamente offensive, dato che furono concepiti ed usati per attaccare e distruggere Londra.

Poco più di 20 anni dopo, tuttavia, il destroyer Eilat, della marina israeliana, impegnato in un’azione di caccia al naviglio avversario, fu attinto in successione, ed affondato, da 3 missili anti-nave ‘Termit’, di fabbricazione sovietica, sparati da due piccole motovedette egiziane, al largo di Port Said, nel corso di un’azione da considerarsi difensiva, avendo l’unità attaccato e distrutto due vedette egiziane in precedenza.

L’episodio costituisce un punto di svolta nella storia della guerra navale, perché decretò la fine delle ‘capital ship’, ossia le navi da battaglia (comunemente definite ‘corazzate’), che avevano dominato la scena fino a quel momento: navi leggendarie, espressione della potenza di una Nazione: sfido chiunque, pur refrattario alla storia bellica, a non ricordarne il nome almeno di una: l’Arizona, per esempio, affondata dai giapponesi a Pearl Harbour, o la Missouri, dove si firmò la capitolazione del Sol Levante 4 anni dopo; la Bismarck tedesca, la Yamato giapponese, al cospetto delle quali non sfiguravano le 4 italiane della classe Vittorio Veneto.

Navi potentissime, con torrette irte di cannoni che potevano sparare ben oltre l’orizzonte ottico; impressionanti al punto che, fino alla Prima guerra mondiale furono usate come strumento di politica estera: uno Stato costiero qualunque si permetteva di fare uno sgarbo ad una Potenza? Ecco che si ritrovava con una corazzata sotto costa a minacciare cannonate di rappresaglia in caso di mancata soddisfazione. (Come si vede nel film ‘Il vento ed il leone’ di John Milius, con Sean Connery e Candice Bergen del 1975)

L’ultima azione del genere risale al 1983: dopo un attentato subito dai marines USA in Libano, la nave da battaglia New Jersey, ultima ancora in servizio dalla seconda guerra mondiale, bombardò le postazioni degli Hezbollah sopra Beirut: i pragmatici statunitensi, dato che ce le avevano ancora, pensarono bene, invece di sprecare missili, più precisi, ma anche più costosi (tanto più che si trattava di bombardare all’urbigna), di sfruttare l’ultima dotazione di salve da 406: e se ve ne sfugge il significato, considerate che ancora si usa ‘pezzo da 90’ come traslato per persona molto influente; quindi fatevi un po' i conti; ma, come dicevamo, l’era delle corazzate era finita per sempre, dato che si era dimostrato che poteva bastare un missile ben assestato, lanciato da qualcosa di poco di più di una vasca da bagno per metterle fuori combattimento, mandando sul fondo del mare miliardi di dollari, di marchi, o di sterline, assieme a migliaia di poveri marinai in un colpo solo.

E che la fine delle corazzate fu decisa dall’affondamento di una nave inferiore di almeno 2 classi, come il cacciatorpediniere Eilat rimane un dettaglio trascurabile, perché, in quell’angolo di Mediterraneo, ancorché, tuttora, turbolento non si affrontavano Nazioni in grado di schierare qualcosa di più grosso.

Ma torniamo ai missili, facendo un salto di una quindicina d’anni, quando la flotta britannica si andò a riprendere le Falklands: ben dotati di sottomarini, gli inglesi operarono senza contrasto alcuno da parte della Armada argentina, che preferì restare nei porti invece di esporre le navi a siluramenti sicuri.

Furono però contrastati, in cielo, dalla Fuerza aerea e dalla Aviacion Naval albiceleste, che riuscì a mandare a fondo il modernissimo cacciatorpediniere di Sua Maestà Sheffield, con il solito missile: in questo caso un Exocet di fabbricazione francese: da cui affari d’oro per la ditta che li fabbricava; tuttavia gli argentini persero ugualmente la guerra, anche per la banalissima ragione che di quei missili ne possedevano 5 in tutto, di cui 2 impiegati solo in quell’azione (l’altro fu deviato dalle contromisure della nave bersaglio); per tacere dell’imbarazzo francese, che aveva venduto agli argentini pure gli aerei: dei Super Etendard Dassault, perché un conto è supportare un popolo invaso, un altro ritrovarsi ad aver rifornito una dittatura sudamericana.

Che lezioni possiamo ricavare da questi episodi, oggi che l’argomento ‘guerra’, purtroppo, è tornato attuale?

Lezioni tecniche, ovviamente, non volendosi qui trattare della guerra come argomento su cui esprimere un giudizio morale, ma come un dato di fatto attuale di cui cercare di comprendere gli aspetti ed il loro sviluppo al di là di ogni narrazione corrente, considerando che ‘in guerra la prima vittima è la verità’.

La prima è che le armi non sono offensive o difensive, come si è appena polemizzato: le armi sono per loro natura destinate alla guerra, né ha senso riproporre la distinzione, classica, tra il dardo e la corazza come discrimine tra ciò che è offensivo e ciò che è difensivo, perché, come abbiamo visto, le navi corazzate furono il principale strumento offensivo per decenni, come i mezzi corazzati (specie sovietici, ieri, e russi, ora) rappresentano, lo strumento simbolo dell’aggressione, laddove con i missili, ossia i dardi, oggi ci si difende.

Offensivo o difensivo può essere il teatro di operazioni, ma, naturalmente, dipende da quale fronte lo si osservi e non solo: un ipotetico attacco ucraino, oggi, in territorio russo sarebbe offensivo dal punto di vista tattico, ma difensivo sotto quello strategico, secondo il noto assioma: “c’avete provato stavolta, ma non ci riprovate perché non vi conviene”.

La seconda è che la valutazione reale di un teatro di guerra riserva spesso delle sorprese: questo è un classico difetto dei militari, di solito bravissimi a combattere le guerre del….passato: nel maggio del 1940 i francesi erano in netta superiorità numerica e disponevano di carri armati migliori, ma soccombettero in poche settimane; gli israeliani persero l’Eilat avendo appena vinto la guerra dei 6 giorni; i carri armati russi avevano passeggiato sia in Ungheria nel 1956 che in Cecoslovacchia nel 1968, e lo stesso si credeva per l’Ucraina.

La terza è che l’innovazione tecnologica non è decisiva di per sé: contro un avversario dotato di armamento obsoleto basta un armamento obsoleto più potente, come nel caso della New Jersey contro gli Hezbollah, mentre la disponibilità di armamento superiore può non essere decisivo, se insufficiente: valse per gli argentini del 1982 come per i nazisti che, nel 1945, schierarono V1, V2 ed i primi caccia a reazione.

Ma nemmeno approvvigionamento, e, quindi, logistica, sono decisivi: se consentirono agli USA di vincere la Seconda guerra mondiale, non altrettanto assicurarono in Corea e Vietnam, e non perché non siano importanti; sì Napoleone li snobbava: “l’Armeé marci: l’Intendenza seguirà” diceva; ma mal gliene incolse.

Perché conta anche la motivazione, nonché il consenso interno; e se pensate che sia un concetto moderno sappiate che pure questo è contemplato dall’Arte della guerra, scritto due millenni e mezzo fa: “se le truppe sono angustiate e dubbiose, l’esercito è confuso, e condurrà all’altrui vittoria”.

Anche questo, naturalmente è relativo: per quanto motivati, gli ungheresi nulla poterono contro le soverchianti forze sovietiche nel ’56, essendo pure penalizzati dal contesto internazionale della guerra fredda, che condizionò, altresì i ceco-slovacchi 12 anni dopo, i quali, vista l’esperienza, furono invitati dal governo a non opporre resistenza: si prevenì, così, un generale spargimento di sangue, pagato però con un ventennio, di ulteriore tirannia: 20 anni con il senno di poi, perché allora non ci si sarebbe potuto certo mettere la firma.

Perché questi sono i termini della questione. Questa la scelta sul tavolo. Questo, soprattutto, sfugge a chi, sulla fornitura di armi agli ucraini, che hanno fatto una scelta diversa dai ceco-slovacchi, invoca ‘trasparenza’.

Inconciliabile, tecnicamente, con l’inganno su cui si basa la guerra, come Sun Tzu disse, e se è vero che lo sfoggio di potenza può dissuadere l’avversario dall’attacco, come la flotta argentina davanti ai sottomarini inglesi, o Hitler davanti alla neutrale, ma armatissima Svezia, e come oggi i russi, che, dopo aver perso migliaia di carri armati e molti velivoli, colpiti dai missili forniti dalla NATO, hanno rinunciato a prendere Kiev, non è certo il caso di scendere troppo nel dettaglio, favorendo la predisposizione delle altrui contromisure.

di Danilo MARINO

La rubrica Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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