Ieri, 1° settembre 2026, Mazara del Vallo ha inevitabilmente incrociato la memoria di due delle vicende più drammatiche che hanno segnato la città. Da una parte i 22 anni dalla scomparsa della piccola Denise Pipitone, una ferita ancora aperta e un autentico mistero italiano senza una verità giudiziaria definitiva. Dall'altra, una vicenda più recente ma altrettanto dolorosa: sei anni esatti dal sequestro dei 18 pescatori della marineria mazarese in Libia, catturati il 1° settembre 2020 nelle acque antistanti Bengasi e trattenuti per mesi. Furono 108 giorni di angoscia, durante i quali madri, mogli, figli e familiari vissero sospesi tra paura e speranza.
Una mobilitazione che unì persone di diversa nazionalità e religione e che trovò nella città, nelle istituzioni locali, nella Diocesi e nelle organizzazioni sindacali una rete di solidarietà straordinaria. Poi arrivò la liberazione, il 17 dicembre 2020, accompagnata da quella visita lampo al generale Khalifa Haftar dell'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte con tanto di immagini e clamore mediatico.
Sembrava l'epilogo di una tragedia. Invece era soltanto la fine del sequestro. Perché la questione che aveva contribuito a generare quella drammatica situazione — il contenzioso sugli areali di pesca e la sicurezza dei nostri pescatori nel Mediterraneo — è ancora oggi tutt'altro che risolta; l'areale internazionale davanti la Libia è interdetto ai motopesca italiani. E qui comincia la parte meno celebrata della storia. Perché dopo quel sequestro la politica, praticamente a ogni livello, promise attenzione, interventi, tutela, sostegno e una nuova strategia per la pesca. Insomma, promesse a volontà.
Peccato che, a distanza di sei anni, la marineria mazarese sia ancora lì a fare i conti con gli stessi problemi, alcuni dei quali persino aggravati; non è un caso che su 80 pescherecci d'altura che costituiscono la flotta mazarese (vedi foto della flotta in porto per il "tradizionale" fermo tecnico) per una sessantina è stata richiesta la demolizione. Altro che “promesse da marinai”.
La pesca affonda mentre la politica continua a discutere. Oggi la crisi della marineria mazarese non si può più liquidare con il semplice aumento del prezzo del gasolio. Il caro carburante è certamente una delle emergenze, ma è soltanto un pezzo di un puzzle molto più grande: mesi di fermo, condizioni meteomarine avverse, aumento dei costi, riduzione degli areali di pesca, concorrenza internazionale e una gestione delle quote che gli operatori chiedono da tempo di rendere più trasparente ed equilibrata. L'ultimo campanello d'allarme riguarda il gambero rosso nella GSA 16. Delle 780 tonnellate inizialmente assegnate all'Italia per il 2026, secondo i dati comunicati al comparto, ne resterebbero appena 111. E qui una domanda sorge spontanea: come è possibile? È la stessa domanda posta dall'armatore Maurizio Giacalone, presidente dell'OP Blue Sea del Gambero rosso di Mazara del Vallo, che chiede un approfondimento tecnico proprio per comprendere come si sia arrivati a questo livello di consumo della quota. Una richiesta di trasparenza che non dovrebbe essere considerata una provocazione, ma semplicemente buon senso. Perché se una flotta rimane ferma per mesi, se una parte delle imbarcazioni è impegnata in altre attività e se poi arriva un fermo biologico, è legittimo chiedersi come siano state utilizzate le quote disponibili e secondo quali criteri. La stessa perplessità arriva da Costantino Giacalone, presidente della sezione mazarese di AgriPesca, che mette in fila i mesi di fermo, il caro gasolio e l'attuale stop della flotta per arrivare a una domanda tanto semplice quanto scomoda: com'è possibile che le quote siano già quasi esaurite? Una domanda che merita una risposta tecnica, dettagliata e soprattutto comprensibile.
Gli aiuti servono. Ma non possono diventare un cerotto. Va riconosciuto che sul fronte economico qualcosa si è mosso. Il Masaf ha previsto, nell'ambito della modifica del PN FEAMPA 2021-2027, un incremento delle risorse destinate a compensare i maggiori costi sostenuti dalle imprese della pesca e dell'acquacoltura, con oltre 37 milioni di euro di quota europea e più di 70 milioni complessivi considerando il cofinanziamento nazionale.
Una boccata d'ossigeno. Ma attenzione a non confondere una boccata d'ossigeno con una cura. Perché se ogni anno la pesca deve essere salvata attraverso misure emergenziali, significa che il problema non è stato risolto alla radice. E la marineria mazarese non chiede semplicemente assegni per sopravvivere. Chiede di poter lavorare. Chiede regole chiare. Chiede programmazione. Chiede di sapere quanto può pescare, dove può pescare e per quanto tempo. Chiede soprattutto di non essere costretta a vivere nell'incertezza.
La questione delle quote è il vero banco di prova. La proposta (avanzata nella recente riunione promossa da Federpesca Mazara con la partecipazione della direttrice generale del Dipartimento Pesca dott.ssa Graziella Romito e dal capo gabinetto vicario del Dipartimento regionale alla Pesca Marco Mascellino) dagli operatori di estendere anche al Canale di Sicilia il modello delle quote individuali (per peschereccio) già adottato nelle GSA 8, 9, 10 e 11 merita dunque attenzione. Tracciabilità elettronica attraverso l'e-logbook e quote individuali potrebbero contribuire a superare quella che gli armatori considerano una “corsa alla pesca” dopo i periodi di fermo, favorendo una gestione più razionale della risorsa. È una proposta. Può essere condivisa oppure contestata. Ma almeno è una proposta concreta. Ed è esattamente ciò che sembra mancare da troppo tempo: una visione complessiva del futuro della pesca mazarese. Perché non si può ricordare la marineria soltanto quando un peschereccio viene sequestrato, quando scoppia una crisi internazionale o quando arriva il momento di annunciare nuovi fondi. La pesca non è un'emergenza stagionale. È un settore strategico. E Mazara lo sa bene.
Sei anni dopo il sequestro dei 18 pescatori la domanda resta sempre la stessa. Cosa è cambiato davvero per la pesca di Mazara del Vallo? La risposta, guardando alle difficoltà attuali, rischia di essere impietosa. Il contenzioso sugli areali non è definitivamente risolto. Le condizioni economiche delle imprese restano fragili. Il caro gasolio continua a pesare. I periodi di fermo si sommano alle difficoltà operative. Le quote alimentano nuovi interrogativi. E la marineria continua a chiedere una strategia che vada oltre l'emergenza. Perché i pescatori non hanno bisogno di essere ricordati. Hanno bisogno di poter lavorare. E soprattutto hanno bisogno di sapere che, quando escono dal porto, non stanno soltanto andando a cercare pesce, ma stanno andando incontro a un sistema che li protegge, li tutela e consente alle loro imprese di essere economicamente sostenibili.
La parola passa all'Europa. Forse, allora, un'occasione per riaprire seriamente questa discussione potrebbe arrivare proprio nei prossimi giorni. Dal 9 all'11 settembre, Mazara del Vallo ospiterà la manifestazione “Tesori dal Blu”, alla quale è atteso il commissario europeo per la Pesca e gli Oceani Costas Kadis. Sarà l'occasione per ascoltare discorsi, certamente. Ma soprattutto dovrebbe essere l'occasione per fare domande. Perché le quote nella GSA 16 stanno esaurendosi? Perché il sistema di gestione adottato in altre aree non può essere valutato anche per il Canale di Sicilia? Quale futuro si immagina per una delle marinerie più importanti del Mediterraneo? Come si intendono tutelare concretamente i pescatori italiani nelle aree contese? E, soprattutto: quanto dovrà ancora aspettare Mazara prima di vedere trasformate le promesse in una vera strategia?
Francesco Mezzapelle