Misteridicittà/ Il mare di notte che “avvolse” il motopesca mazarese Garau

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
26 Ottobre 2015 09:39
Misteridicittà/ Il mare di notte che “avvolse” il motopesca mazarese Garau

Il motopesca “Massimo Garau”, 31 metri, 175 tonnellate, nasce nei cantieri navali di Ancona nel 1983, in attività nel porto di Mazara del Vallo, si inabisserà appena 4 anni dopo, sotto la guida del capitano Paolo Palaino. Come andarono realmente i fatti forse non lo sapremo mai, nessuno è sopravvissuto al disastro, nessun testimone che possa ricostruire l’ultimo giorno, lunedì 16 Febbraio 1987, il giorno della partenza.

Ma proviamo a ricostruire un minimo la vicenda adiuvati da articoli del tempo firmati da Attilio Bolzoni de La Repubblica. Il Garau era diretto a Gibilterra, Dakar, a caccia di aragoste e gamberoni, ufficialmente, secondo la lista consegnata in Capitaneria (che stranamente presenta una diversa data di partenza, l’11 Febbraio alle 20:00) ha 6 uomini di equipaggio, qualche ora dopo le condizioni del mare si vanno avverse, alle 18:30 l’armatore Giuseppe Quinci, meglio conosciuto come “Pino Mazara”, riceve una comunicazione in merito dal capitano, “C’è malu tempu ma scinnemu” anche se il mare è grosso proseguono, dopo ciò cala la notte e con essa si leva il mistero.

18 Febbraio, con un limpido cielo non è difficile scorgere una scialuppa che si fa portare dalla corrente, la nave traghetto Pantelleria dopo averla avvistata, comunica con la Pietro Novelli, altra nave traghetto più vicina, gli uomini scendono e davanti a loro vedono quattro corpi, uno di colore e tre italiani, nulla si sa di loro, viene avvisata la capitaneria di porto di Trapani e poi quella di Mazara, fini a diffondersi in ogni porto del Mediterraneo dal quale possono essere partiti, sono pescatori e si capisce forse dal fatto che uno di loro è bianco, non sono clandestini di certo, la notizia giunge fino alla Marina Militare, tra gli armatori, nella casbah.

Il dubbio nasce nella sede mazarese dell’Oceanpesca (società il cui successivo fallimento potrebbe essere stato conseguenza della tragedia del Garau) di Giuseppe Quinci, questi però in quel momento è a Tunisi. All’Oceanpesca si pensa che gli uomini morti a bordo della scialuppa possano essere una parte dell’equipaggio di un loro peschereccio, il Garau forse, che di equipaggio aveva, a parte il capitano, quattro motoristi e quindici uomini africani clandestini.

Ma allora quelli presenti sulla lista del capitano? Erano: Geo Castelli, Matteo Asaro, Salvatore Seidita, Girolamo Perez, Giosuè Caccamo e Giuseppe Quinci, primo ufficiale che ha degli impegni e non salirà a bordo, così come Caccamo che sta poco bene.

Il primo interrogativo è temporale, quando sono saliti a bordo i quindici clandestini? Sono saliti in porto o sono stati trovati dalla Garau in mare aperto, strano anche il fatto che nel lasso di tempo, 36 ore circa, tra l’ultima comunicazione e il ritrovamento, in una notte non gelida, con un mare, sì mosso ma navigabile, possano i quattro essere morti per assideramento. Un altro interrogativo nasce spontaneo, i resti della nave e dell’equipaggio? Per darvi una risposta ecco alzarsi gli elicotteri e avviarsi le motovedette, i primi per tutto il Mediterraneo, le seconde verso il porto di Biserta, anche le dragamine sono in azione.

Si contatta Gibilterra ogni quarto d’ora e nella Capitaneria di Trapani attorno ad un tavolo gli esperti del settore cercano di capire. Il mondo del mare è diventata una rete, stavolta virtuale, di comunicazioni, si puntano le ricerche verso una maglia che vede tutti concordi, N-NE di Tunisi, ma nemmeno lì si trova nulla.

Nel frattempo ognuno si è fatto un’idea, tra gli addetti ai lavori, vengono ricordate storie simili, fatti probabili paragoni, tra la popolazione le teorie sono anche più fantasiose, ma ogni idea è meglio di una non idea, ogni mente è volta ad una possibile spiegazione nella speranza che se ne tragga una soluzione per trovare quei marinai. “E’ stata speronata a prua dove c’è il ponte di comando con la radio” ipotizza Matteo Palaino, collega e fratello del capitano. Forse da una petroliera? No, nulla riconduce a questo. Domande sorgono insieme ai perché, perché non è stato lanciato nessun S.O.S.? Perché non ricevendo nessuna comunicazione nessuno si è premurato di sapere cosa stava succedendo.

Incendio? Attacco Pirata? Una scena si forma tra le varie opinioni, una situazione di cui quasi mai si sente parlare se non nei libri di storie per ragazzi o del ‘500, sul Massimo Garau l’equipaggio si è ammutinato. La marina ricorda ancora la vicenda di alcune barche sequestrate dai tunisini, tra le quali anche il Nuovo Cheope, vengono portate a Biserta, giunto il pagamento chiesto dai sequestratori tutti tornano a Mazara tranne il Nuovo Cheope, perché un pescatore di Sfax dice di averlo acquistato dal capitano Giuseppe Sardo, ma lui chiama a Tunisi figli, zii e cugini, raggiungono il porto e insieme salgono sul peschereccio, immobilizzano la guardia, e insieme ad essa fanno rotta su Mazara

Il 20 Febbraio 1987 l’allora Ministro della Marina Mercantile Costante Degan ordina l’apertura di un’inchiesta, si riunisce la commissione con due funzionari del ministero, e due ufficiali della capitaneria, uno da Trapani e uno da Mazara. Salta fuori un altro fatto, il 16, quattro funzionari della polizia restituiscono 15 passaporti ad altrettanti uomini del Ghana e del Togo che si imbarcheranno sul Garau per tornare a casa, ma di questo solo i quattro poliziotti ne erano a conoscenza, nessuno ha poi controllato né visto nulla. Altra cosa che non torna è il fatto che la destinazione ufficiale è Dakar in Senegal, la rotta segue Capo Bon, Isola dei Cani e Gibilterra, ma la Oceanpesca dice che il porto di approdo è Monrovia in Liberia.

Intanto l’allora Comandante della Capitaneria di Mazara, il capitano di fregata Francesco Armaleo, resta perplesso del fatto che in caso di speronamento, affondamento o ammutinamento l’avrebbero trovata o quantomeno individuata. Più tempo passa più gli interrogativi aumentano, il non sapere rende ogni cosa fonte di dubbi, si sa solo che sulla scialuppa gli italiani erano: Palaino, Castelli e Perez che era quasi nudo, “forse si è spogliato per sentire meno freddo” dice il motorista Filippo Tumbiolo, ma alla fine la morte è sopraggiunta per assideramento. Non c’è il tempo per un S.O.S. ma per calare la scialuppa si? A meno che, non siano stati calati là dentro da morti.

Coordinando le indagini il Sostituto Procuratore di Trapani Francesco Messina interroga l’armatore Quinci che nega la presenza dei 15 clandestini, poi ritratta quando gli ricordano che uno era sulla scialuppa, saltano fuori altri quattro uomini, anche loro provenienti da Ghana e Togo, clandestini hanno ottenuto un permesso per lavorare ed effettuare riparazioni sui pescherecci, e non potendo scendere a terra vivevano lì, sulla Poppea, sempre di Oceanpesca, ma prima era sulla Garau che vivevano, da tre mesi erano insieme ai 15 che volendo tornare a casa avevano preso il largo verso una misteriosa scomparsa.

Altri colpi di scena investono ancora il Garau, il magistrato scopre che sulla scialuppa c’era una maglietta che non apparteneva ai quattro, che fina ha fatto allora un quinto uomo e chi era? Uno dei membri era anche capitano, Matteo Asaro, un peschereccio con due capitani avvalora ancora di più l’ipotesi di un ammutinamento, forse è solo la speranza di non dover piangere altre dieci morti, no c’è un’altra coincidenza, il ghanese della scialuppa è un elettricista, uomini di fiducia di Palaino, Salamon Quartey Kinarte, intermediario tra il capitano e il resto degli africani, da anni viaggiava con il suo capitano, sulla fronte ha un taglio e un ematoma, forse gli altri connazionali hanno tenuto solo Asaro per comandare il peschereccio uccidendo chi poteva ostacolarli.

Situazione assurda per il Comandante della Capitaneria Armaleo che si è trovato a recuperare imbarcazioni più piccole e pericolanti in situazioni di mare più gravi di quella forza sette. Anche la dogana viene interrogata, si cerca qualcuno che sapesse di quei 15 uomini, ma il dirigente, Giuseppe Lombardo afferma che la questione non li riguarda, il porto è aperto, e non ci sono controlli, solo l’Interpol può venirne a capo, studiando il carico dichiarato di 30 tonnellate, qualcosa doveva trovarsi in caso di inabissamento.

Anche l’allora Sindaco di Mazara del Vallo, Ignazio Giacalone, già presidente dell’associazione degli armatori mazaresi, si pronuncia dopo essersi consultato con un suo esperto, l’ingegnere Ignazio Maiolino: è possibile che tra l’Algeria e la Tunisia un’onda anomala abbia capovolto il Garau? E’ un tratto di mare più aperto e anche un vortice può averlo trascinato in basso, in questo caso ci vuole un po’ prima che i resti tornino a galla, si studiano correnti e venti, si tracciano le rotte in ogni direzione plausibile e si delimitano le aree per far convergere le ricerche.

Le mancanze delle dichiarazioni del capitano Palaino vengono attribuite a una semplice leggerezza, compresi i cinque giorni di differenza con la partenza, l’unica violazione è stato l’inserimento nella lista dei tre che sanno già di non poter partire. Siamo al 22 febbraio, Quinci non si fa vivo, la Oceanpesca (in foto n.2 la sede mazarese dell’azienda, oggi in stato di abbandono dopo anni di chiusura) comunica che bisogna cercare petroliere con segni di speronamento (“i 15 fidati africani non si sarebbero mai ammutinati”), offesi da illazioni che vedono coinvolto il peschereccio in traffici di armi e droga. Viene confermata che la rotta non era il Senegal ma la Liberia, grazie ad una comunicazione tra la polizia di Mazara e quella di Trapani.

Due giorni dopo un salvagente si spiaggia a Triscina, segno del Garau o della sua scialuppa? Viene trovato dal biologo Pietro Curia anche un fusto di olio vuoto da 200 litri su cui è impressa la scritta España, a galleggiare anche un pezzo di legno, il procuratore non sa se possano venire dal mare o da terra, ancora interrogativi, che il capitano di vascello Tommaso Marzullo confina nelle ipotesi.

Lo stesso giorno Massimo Murana, legale di Quinci, asserisce che il suo assistito si trova in Togo, per evitare l’affondamento di altri suoi pescherecci, ma cosa vuol dire non intende precisarlo, e si fanno avanti i parenti di Paleino e Asaro, inveendo quasi contro Quinci. La vicenda ormai è di dominio nazionale e si fa avanti il veronese Giovanni Avazzini, segretario dell’Associazione Italia-Togo, conoscendo le leggi togolesi mette sul ricco piatto delle ipotesi quella del racket di braccia.

Viene interrogata la Farnesina, si scopre che non c’era bisogno del visto per scendere a terra, erano regolari ma non per il Togo che non li avrebbe fatti uscire senza un regolare contratto italiano che non c’è mai stato, i documenti a firma del Console non erano validi erano permessi da accompagnatori, e nel loro Paese nessuno parla della loro scomparsa. Altri fanno virare le indagini anche su questa rotta, sfruttamento di manodopera africana, escamotage per concessioni di pesca nelle acque del Ghana, Togo e Liberia, sono altre frasi uscite dalla bocca di Angelo Cresco, Sottosegretario all’Industria, e Presidente dell’istituto Europa-Terzo Mondo: vuole sapere chi autorizza le barche di Mazara a pescare là, e come arrivano i contributi della CEE?.

Alla moltitudine di persone che intervengono sulla questione si uniscono i sindacati, la Cgil Marittimi con Vito Gangitano indica come la politica locale trova i fondi e li dirotta per la costruzione di imbarcazioni per pesca oceanica, denuncia da tempo lo sfruttamento dei lavoratori clandestini. Sequestri alla Oceanpesca portano numerose carte davanti al magistrato che attende Quinci ma viene contattato da un suo amico, che lo rassicura, “Dottor Messina, stia tranquillo, domani Giuseppe Quinci verrà da lei...”

E il 26 febbraio Quinci si presenta e viene interrogato per 3 ore, la Procura adesso è quella di Marsala, con a capo Paolo Borsellino, dal segreto istruttorio che vige filtra solo la certezza delle emergenze processuali, e ipotesi delittuose, Quinci non è riuscito ad andare in Togo, dice di cercare la petroliera che ha speronato il Garau tra il canale di Suez e lo stretto di Gibilterra, esclude l’ammutinamento per l’affetto che provavano quegli uomini, e resta amareggiato per le ingiuste accuse, dichiara che il suo peschereccio era assicurato solo per un terzo, un miliardo e cento milioni, vengono ascoltati ufficiali della capitaneria e i tre marittimi che non si sono imbarcati.

Il Sindaco Ignazio Giacalone punta sempre di più sullo speronamento da parte di una petroliera, li chiama pirati i loro comandanti che inserito il pilota automatico travolgono tutto ciò che incontrano come è successo proprio in quei giorni del Garau a due pescherecci sfiorati da una petroliera, il “Giovannella Asaro” e il “Selinunte”, ma allora dove sono i resti? Da indiscrezioni si dice che siano arrivate dall’alto, ad autorità marittime italiane e tunisine, ordini di sospendere dopo qualche giorno le ricerche in mare? Se si, perché?

Un resto viene pescato durante una giornata di mare grosso, all’alba dell’1 marzo da Franco Truglio, comandante del motopesca “Domenico Giordani”, il peschereccio era a 19 miglia a nord di Pantelleria non lontano dal luogo dove è stata avvistata la scialuppa, è uno scheletro di un metro e settanta con residui di pelle alle estremità inferiori, un orologio, una catenina d’oro, una maglietta blu, un pullover di lana marrone con due scritte: Ancient Combattent e Toute le Monde Cadavre, l’unica cosa certa è che non appartenga al mazarese scomparso Asaro.

Dopo 14 giorni Truglio pesca, a 37 miglia nord di Pantelleria, con le sue reti ancora una macabra testimonianza, una testa mozzata, rotta per Mazara per portare agli organi competenti quel resto che fa scemare ancora di più la speranza che aleggiava perle strade mazaresi, quasi contemporaneamente da Castellammare del Golfo giunge la notizia dell’avvistamento di un bidone e un remo, poco dopo un altro cadavere, nessuno riesce a fare luce, districandosi fra i troppi punti interrogativi.

Siamo a maggio, Paolo Borsellino si avvia alla chiusura dell’indagine, il Garau è in fondo al mare tra Capo Bon e Pantelleria, ma solo trovando il relitto si può capire se sia stato speronato (da una petroliera o da un sommergibile di qualche nazione alleata?) o se, e qui una delle ipotesi più avvalorate, si sia capovolto a causa dell’eccessivo carico (“forse non dichiarato?”) che portava un abbassamento della linea di galleggiamento non tenendo conto delle condizioni del mare, non innavigabile ma influente.

Il tentativo di pescaggio del Garau si effettuerà in quella estate del 1987, si studia intanto sulla scialuppa, non si sa se sia stata sbalzata in mare dalle onde e raggiunta dai quattro o cinque o se hanno avuto il tempo di calarla. Così si legge, dall’archivio storico del Corriere della Sera, in un articolo del 18 luglio 1996: “Nel dicembre scorso il relitto era stato individuato a 47 miglia nautiche a sud ovest di Mazara del Vallo, a poca distanza dal punto segnalato via radio dal comandante un' ora prima dello speronamento.

Il peschereccio, agganciato con cavi d' acciaio, e' stato riportato in superficie e trainato da un rimorchiatore fino al porto di Trapani. Ma il "giallo" su sospetti traffici illeciti rimane irrisolto. La Procura di Marsala ha gia' disposto una perizia sul relitto. E stato accertato che in occasione degli ultimi lavori di manutenzione del peschereccio (lungo 31 metri, 150 tonnellate di stazza lorda, costruito nel 1983) era stato realizzato a poppa un locale, chiuso da una porta facilmente mimetizzabile…” forse destinato a nascondere qualcosa o qualcuno? Questo non si saprà mai.

Questa è solo una delle tante storie di mare, sale, sudore e sangue che la marineria mazarese ha conosciuto. Quante storie ancora quelle acque hanno da raccontare? Quanti lamenti e pianti da quelle onde si possono sentire come un continuo rifrangere del destino che crudelmente lega e fonde i lavoratori con quel mare, sempre più “mostrum”, da cui traggono sostentamento.

Francesco MezzapelleRosa Maria Alfieri

26/10/2015

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