Le ultime della sera, I volti del Mediterraneo di Catia Catania

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
04 Dicembre 2019 18:19
Le ultime della sera, I volti del Mediterraneo di Catia Catania

E' ancora il Mediterrano il protagonista della quinta edizione del Festival internazionale della fotografia che si svolge in questi giorni a Mazara del Vallo. Un festival che è un concentrato di eventi, incontri, workshops, concerti, approfondimenti, ma dove la protagonista, il nucleo fondante, rimane la mostra fotografica. E' la fotografia, infatti, che dà forza ed identità ad una manifestazione culturale che ogni anno si rinnova, mantenendo il focus sul Marenostrum. E quale città potrebbe meglio ospitare un festival dove il mare è l'elemento che raccoglie attorno a sé storie, vite, racconti, personaggi, paesaggi, destini? Mazara, dove l'integrazione tra le comunità cristiana e musulmana è realtà da decenni, dove la diversità non è nemica ma rappresentazione di pluralità, risorsa e arricchimento.

Ed eccole queste vite, queste storie che si snodano lungo i corridoi del Collegio dei Gesuiti e che ci raccontano un Mediterraneo di vita e di morte, di dolore e di speranza, di buio e di rinascita. Un Mediterraneo declinato in narrazioni diverse, a volte anche distanti tra loro, ma dove l'immagine diventa testimonianza, la forza del racconto, il sigillo del momento, e la testimonianza diventa ( o vorrebbe diventare) motivo di incontro, empatia, partecipazione. Una mostra che parla di guerre e di esodi, di migranti e di naufragi, un tema caro al suo ideatore e curatore, Roberto Rubino, che l'ha raccontato attraverso i diversi progetti esposti in questi anni, ma che quest'anno si arricchisce del contributo di nuovi fotografi che raccontano quegli intrecci di civiltà e di cultura di cui il Mediterraneo è culla da millenni.

E se le foto dei naufraghi e dei morti nel Mediterraneo sono il pugno nello stomaco di una realtà che ti si para dinanzi agli occhi senza filtri, con quel mare che ora è morte ora salvezza, a volte tomba a volte rinascita, i bambini e i neonati mutilati negli ospedali da campo ti pongono di fronte all'orrore cieco della guerra, distruttiva, inutile, seminatrice di morte tra i civili. Tutto ciò emerge con forza dirompente dalle foto di Olmo Calvo, giovane fotoreporter spagnolo, recentemente intervistato da Roberto Saviano, autore di un reportage che immortala il dramma dei migranti, i salvataggi ad opera delle ONG, il dolore negli occhi di donne e bambini, occhi che hanno visto l'iinferno.

E le cicatrici, le ferite profonde, le mutilazioni, nel corpo e nell'anima si mostrano nella loro dolorosa intensità negli scatti di Afshin Ismaeli, che testimoniano il massacro del popolo curdo. E poi le tavole di Armin Greder, illustratore sensibile ai temi dei migranti e delle morti nel Mediterraneo che narra, con le sue illustrazioni, le vittime dei naufragi e chi ne è responsabile. La vita che torna a germogliare e a fluire nella sua quotidianità, come in Siria dove i bambini tornano a scuola tra i palazzi sventrati e paesaggi di distruzione e macerie, in un iperrealismo che lascia increduli, la troviamo negli scatti del fotografo croato Slobo Tomic .Ed è proprio dove non te lo aspetti che riscopri il valore dei libri e delle biblioteche, laddove la cultura non è affatto scontata, ma deve farsi strada, in un incedere difficile e irto di ostacoli, come nel progetto fotografico di Francesco Bellina in Ghana.

In entrambi i lavori, la scuola si pone come simbolo di riscatto, come ultimo avamposto di resistenza, e i libri e la cultura diventano strumento di libertà e di pace. Si torna al Mediterraneo, con i colori della Grecia, con la bellezza rassicurante e imperfetta, ma viva, delle nostre città, ci sono Roma, Valencia, ci sono le miniere di sale di Racalmuto, le immagini notturne delle nostre città che stridono con gli scatti delle devastazioni ma che ci ricordano che l'Europa è un continente di pace, e tutto questo ci richiama alle nostre responsabilità, noi “ che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case”, per citare Primo Levi.

Procedendo nel nostro giro troviamo Dasha Pears, fotografa russa, autrice di opere a metà tra realismo e surrealismo, dove la scena raffigurata è in parte reale e in parte una proiezione di ciò che sta accadendo nella mente dei personaggi ritratti: fondamentale l'utilizzo cromatico e delle geometrie che danno forza e personalità alla scena. E poi Amina Donsskay, le cui opere hanno per protagonista la figura femminile, leggiadra, eterea, diafana, artista che dedica lunghe ore alla ricerca della trama, dello scenario, dei costumi, fondamentale anche qui l'uso dei colori che fanno si che la donna diventi un tutt'uno con la natura E poi, in un succedersi incalzante, le foto in bianco e nero di Teresa Letizia Bontà che raccontano scorci di Sicilia e di donne che sembrano usciti da un film di Peppuccio Tornatore.

Per continuare con le donne, Giovanna Vacirca espone il suo progetto “Anonimi”, avente come protagoniste dodici donne di un centro di accoglienza, fotografate di spalle ma avvolte in una luce particolare, dove l'anonimato è si tutela della privacy ma anche simbolo di identità spezzata: sono donne che hanno perduto tutto, la terra, la famiglia, i legami, il senso di sé che deve essere ricostruito. C'è la Sicilia della raccolta delle olive, rituale antico e familiare, che ha il sapore nostalgico dei tempi lontani, della vita rurale, ed ecco che il Mediterraneo da acqua di mare si fa terra, terra secca e arida, e l'ulivo diventa il protagonista di un grande progetto fotografico a cui hanno contribuito diversi autori.

Sono tanti i lavori presentati in questa quinta edizione, ognuno ha una storia e racconta qualcosa, di chi l'ha fotografata, quella storia, e di chi l'ha attraversata. Ognuno di questi scatti rappresenta un occhio buttato su un luogo, su un frammento di esistenza, che può essere lontano o vicino, un luogo fisico o dell'anima, da cui spesso ci arrivano immagini sfocate, e indistinte, lampi fugaci o visioni furtive, attraverso tv o giornali. Qui, nella sala delle anfore del Collegio, è tutto diverso.

Non puoi spegnere con un clic, non puoi voltarti dall'altra parte, non puoi rimanere muto di fronte al dolore degli altri. Entriamo dentro un mondo che non possiamo solo osservare con occhio estraneo e disincantato, ma che ci avvolge, lo attraversiamo in punta di piedi, sentiamo che ha bisogno della nostra cura e della nostra partecipazione, di sentirci dire “I care”, mi importa, mi sta a cuore, me ne prendo cura, me ne faccio carico, come diceva don Milani a proposito dei suoi ragazzi.   Catia Catania

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