Il Sindacato che ragiona

PNRR un salto di qualità che impegna tutti

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
21 Settembre 2021 19:00
Il Sindacato che ragiona

E’ una grande occasione, da non perdere.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) individua le strategie di utilizzo dei fondi Next Generation EU (NGEU) con progetti proiettati in un futuro di medio-lungo periodo, azioni che “devono garantire che la prossima generazione di euro-pei non risenta in modo permanente dell'impatto della crisi COVID-19”. Le risorse per la Sicilia potranno così attestarsi attorno ai 25 miliardi €.

Il Piano approvato dal Governo Draghi destina il 40% delle risorse al Sud, pari ad oltre 90 miliardi €, somma poco inferiore alla richiesta iniziale delle Regioni meridionali per colmare lo storico divario economico-sociale tra Centro-Nord e Centro-Sud.

Ci troviamo di fronte ad ingenti risorse da investire in brevissimo tempo che, peraltro, si aggiungono a quelle scaturenti dall’avvio della programmazione europea 2021-27 ed a quella nazionale di coesione per il medesimo periodo.

Il Piano ha una struttura volutamente a maglie larghe, pertanto la gran parte delle misure andranno territorializzate con scelte negoziate tra Stato e Regione Siciliana.

Il Governo Musumeci ha proposto, già a fine dello scorso anno, uno specifico programma di iniziative sulle quali continuerà ad insistere nella seconda fase di territorializzazione delle sei missioni del PNRR.

Alcune iniziative sono quindi già individuabili (collegamento ferroviario Pa-Ct-Me, portualità potenziata ed elettrificata, treni e navi), zone economiche speciali, altre andranno concordate (allocazione centrale idrogeno etc., interventi su scuole ed Università), giustizia, un auditorium a Palermo ed il restauro della Colombaia a Trapani, ma sopratutto Energia pulita, trasformazione ecologica, innovazione digitale, interventi sul sociale ed il lavoro femminile, trasporti con l’uso dell’ idrogeno e di energia elettrica decarbonizzata.

Ci sono tutte le premesse perché la Sicilia possa tornare a crescere utilizzando gli ingenti investimenti europei, quelli statali (se rispettosi della clausola del 34% e quando effettivamente disponibili), ritornando ad investire in infrastrutture materiali, strade ed autostrade, ma anche digitale, ed immateriali (conoscenza), ma soprattutto attraverso la fiscalità di sviluppo che può consentire, in linea con la condizione di insularità e le prerogative statutarie, di attrarre investimenti, operatori economici, “nuovi siciliani”.

Positivo l’avvenuto riconoscimento dello stato di insularità della Sicilia dalla Conferenza delle Regioni che ha approvato una proposta di modifica dell’accordo di partenariato per la programmazione 2021/2027.

La decisione, attesa da anni cambia la prospettiva di crescita dell’Isola e getta le basi per compensare l’attuale discontinuità territoriale che si traduce nella impossibilità di garantire i livelli essenziali delle prestazioni sanitarie e sociali così come previsto dall’Articolo 119 della Costituzione italiana.

Come pure occorre porre massima attenzione ai giovani, i più gravati dalla crisi economica post-pandemica, una crisi che oltre ad aumentare il divario ha un effetto generazionale che colpisce la fascia di età 18-29 anni: più di un giovane su sei ha perduto il posto di lavoro, e chi è rimasto al lavoro, troppo spesso precario, ha subito una riduzione di un quarto delle ore di lavoro.

Mentre per i Neet (Not in education, employment or training), giunti al 23% in Italia, ma Sicilia, al 38,6% della popolazione (peggio della Calabria, 36,2% e della Campania, 35,9%) si allontanano le prospettive concrete di lavoro, determinando condizione di povertà della conoscenza e culturale con indubbi riflessi negativi sulla capacità futura di produrre Pil.

Il mutato scenario socioeconomico, caratterizzato dall’emersione di nuove povertà accompagnato da un incremento fabbisogno di servizi sociali, ha condotto a rivedere il processo di riforma avviato, puntando su azioni rivolte alla semplificazione delle procedure di riprogrammazione dei Piani di Zona Sociali per adattarli ai mutati bisogni e facilitare l’erogazione di servizi di prima necessità , rivedendo il processo di riorganizzazione dei distretti sociosanitari con la finalità di migliorarne le performance.

Anche in tal caso, riteniamo indifferibile una riforma degli assetti nella Regione Siciliana che riveda le deleghe assessoriali e dipartimentali accorpando sotto un’unica regia politica welfare e salute.

Occorre spingere per l’adozione dei Piani per le famiglie e realizzare interventi mirati allo scopo di finanziare Piani di welfare aziendale in favore dei lavoratori con figli, consistenti in interventi per la flessibilità oraria e organizzativa (come telelavoro, smart working, congedi e permessi extra, ecc), interventi per la promozione e il sostegno della maternità (contributi economici, attività per favorire il reinserimento delle neo-mamme e dei neo-papà, specifiche attività di formazione, ecc.), altri servizi di varia natura (destinati a famiglia, tutela della salute, caregive.

Negli ultimi decenni non è stato fatto alcun investimento nel ricambio generazionale della burocrazia regionale e degli enti locali.

I pensionamenti e la fuga dei cervelli costituiscono due fattori di debolezza che rischiano di rallentare la spesa perché le capacità di progettare, redigere le delibere e bandire gare ed appalti è patrimonio, oramai, soltanto di poche decine di dirigenti e funzionari.

A questo va aggiunta l’atavica complessità delle procedure che appesantiscono la produzione degli atti amministrativi necessari per accelerare la spesa delle ingenti risorse messe a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e Resilienza. Digitalizzazione, nuove assunzioni mediante procedure concorsuali snelle e veloci potrebbero ridurre il peso della criticità.

L’industria principale della Sicilia è il turismo con i settore collegati strettamente interessati.

La visione che ci convince è quella di costituire due poli di gestione aeroportuale: Sicilia Occidentale, con gli aeroporti di Punta Raisi, Trapani, Pantelleria e Lampedusa e Sicilia Orientale con gli scali aeroportuali di Catania e Comiso. Solo così la Sicilia può divenire appetibile ai grandi flussi turistici mondiali e presentarsi con un ventaglio di offerte unico al mondo per la straordinaria presenza di un patrimonio culturale e paesaggistico tra i più invidiati sul globo terrestre.

Sensibilizzare i territori e creare occupazione duratura e benessere sociale sono alla base della gestione dei territori.

La Sicilia non può più permettersi di restare indietro con l’impiantistica per il trattamento dei rifiuti, altra grande risorsa economica, pur di rispettare rigidamente l’ambiente circostante.

Non possiamo restare in silenzio di fronte al fatto che nei decenni scorsi si è fatto scempio di molte parti della Sicilia con selvaggio sotterramento di rifiuti speciali e nocivi che ne hanno depauperato per sempre la natura.

Una scelta forte va fatta rendendo consapevoli i cittadini in una partecipazione attiva nelle scelta di comunità.

Così come è determinante puntare sulla produzione di energia pulita e per far questo occorre potenziare gli impianti rinnovabili con procedure trasparenti per stanare le infiltrazioni criminali che hanno danneggiato l’economia isolana per decenni.

Per quanto riguarda il porto di Mazara del Vallo non conosco i dettagli del progetto e non ho, ad oggi per la verità, incrociato nei corridoi istituzionali della politica dove si decide, un concreto progetto avviato ad iter amministrativo e autorizzativo volto al raggiungimento di un tale significativo traguardo.

Mi sento di dire, da mazarese, prima che da uomo di sistema, che non può parlarsi di prospettiva di sviluppo del Nuovo Porto di Mazara del Vallo se non si definisce il futuro del progetto “colmata b” (La “colmata” ideata negli anni ottanta per consentire l’atterraggio della strada sopraelevata di collegamento tra il porto e la viabilità extra-urbana) e sopratutto si realizzi la riqualificazione del Porto canale o la realizzazione del nuovo waterfront, secondo un modello turistico-culturale con spazi ampi e immobili polifunzionali.

Il porto commerciale non può restare avulso da una logica di ridisegno dello sviluppo della città nei prossimi decenni e di una strategia integrata di riorganizzazione funzionale del Porto, di riqualificazione del litorale Occidentale interconnessi con la rigenerazione del Centro Storico ed la riqualificazione del Porto Canale.

Il ruolo del Porto Canale nello sviluppo futuro della città e la sua indispensabile riconnessione funzionale al Centro storico è sottoposto ad alcune condizioni come la riduzione del degrado urbanistico che caratterizza le due sponde e del degrado ambientale che caratterizza il corso d’acqua; la progressiva diversificazione funzionale del patrimonio edilizio che vi si affaccia, in particolare di quello liberato dal trasferimento di attività legate alla pesca con il trasferimento delle funzioni produttive residue lungo il fiume verso gli - ambiti più congrui dal punto di vista logistico e funzionale - del nuovo porto commerciale, la maggiore fruibilità sociale e la sua effettiva valorizzazione quale principale elemento identitario della città storica.

Quindi, prima di pensare all’ipotesi di inserire il porto commerciale all’interno dell’Autorità di gestione Portuale di Sistema della Sicilia Occidentale, ripeto, è funzionale al potenziamento del volto spiccatamente turistico della città, la riconversione del Porto Canale a funzioni ricreative e turistiche attraverso la messa in atto di un insieme di azioni di riqualificazione fisica e ambientale e infrastrutturale.

E poi, si potrà parlare anche di un potenziamento del porto commerciale, in maniera da differenziare le funzioni e rafforzarne l’impatto sullo sviluppo economico futuro della città, che passa dalla sua riconfigurazione introducendo spazi e infrastrutture funzionali al progressivo trasferimento delle attività cantieristiche dal Porto Canale; dalla riconfigurazione della viabilità, assicurando la separazione dei flussi commerciali destinati al Porto da quelli prodotti dalla mobilità locale; la diversificazione ed il potenziamento delle attività portuali; la riqualificazione del contesto, con particolare riferimento alla rete dei trasporti.

Le ragioni affondano al recente passato.

Di fronte alla politica distratta e assente, l’Unione Europea ha smantellato, perseguendo il disegno politico di ridurre lo sforzo di pesca nel Mediterraneo, la flotta peschereccia del bacino industriale mazarese.

Il risultato a distanza di trent’anni non è stato raggiunto e la città di Mazara del Vallo, che agli inizi degli anni ’80 era uno dei cento paesi italiani più produttivi, ha perduto la capacità produttiva e migliaia di posti di lavoro con ripercussioni su tutti gli altri settori produttivi per via del crollo dei consumi.

Basti pensare che mentre alle imprese di pesca di Mazara del Vallo si imponeva la demolizione delle imbarcazioni e la riduzione delle giornate di pesca, sulla scia dell’obiettivo della riduzione dello sforzo di pesca per salvaguardare le risorse alieutiche, altre flotte del Magreb e dell’Asia Minore si attrezzavano fino al punto da sostituirsi nello sforzo smisurato di pesca alla flotta siciliana.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dopo l’approvazione da parte del Parlamento, lo scorso 14 giugno, della legge istitutiva della Zona Economica Esclusiva nel Mediterraneo, l’Italia adesso si gioca una grande partita per ristabilire gli equilibri con gli Stati frontalieri e non che operano nel Mediterraneo non solo sull’attività di pesca.

Il settore della pesca è ancora oggi, trainante per l’economia mazarese, impiega direttamente circa 1.800 addetti, che arrivano a quasi 5.000 se si considerano le attività collaterali.

Globalmente si tratta di attività che assorbono circa la metà della forza lavoro locale.

Nell’ultimo decennio, la stabilità del modello di sviluppo fondato sull’economia marinara viene incrinato per una serie di fattori globali e locali, i più importanti dei quali sono: i segnali di crisi del settore della pesca in senso stretto, dovuti all’impoverimento della fauna ittica mediterranea, all’inasprimento delle restrizioni dettate dai paesi terzi ed agli accresciuti costi di gestione; la difficoltà di accrescere il valore aggiunto generato dall’attività della pesca, a causa di una mancata articolazione in forme distrettuali e di filiera delle attività collaterali, quali la trasformazione e la commercializzazione del pescato.

Tali segnali di crisi, accentuati in anni recenti dalle recenti oscillazioni del costo del carburante, hanno determinato una significativa contrazione nel tessuto imprenditoriale, con una forte riduzione, nell’ultimo ventennio, del numero delle imprese registrate.

La modernizzazione del settore della pesca appare condizionata dalla debole propensione degli attori economici locali all’introduzione di processi di innovazione nei vari passaggi della filiera produttiva fino alla commercializzazione e/o trasformazione del pescato, o in settori affini.Criticità sulle quali occorrerà impegnarsi.

Il tu alla politica da dirigente sindacale non sono l’unico a darlo, poiché chi ha un ruolo di responsabilità politico-sindacale, in rappresentanza di una confederazione, deve confrontarsi con la politica che di volta in volta esprime un governo del territorio.

Il civismo politico, che vent'anni fa nasceva dalla crisi dei partiti e l’esigenza di affermare a livello comunale il desiderio di contribuire al buon governo della città anche da parte di chi non aveva tessere di partito, ha contribuito a riavvicinare la politica alla gente. Nel tempo ogni fenomeno può assumere storture, ma come sindacato ci teniamo lontani da logiche che guardano ai risultati meramente elettorali.

O piuttosto partecipiamo, quando richiesto, a momenti di vera riflessione su tematiche che riguardano diversi settori produttivi che investono migliaia di lavoratori che rappresentiamo.

Cercando sempre di portare un contributo costruttivo grazie allo studio dei nostri esperti di settore. È quello che facciamo in tutti i tavoli istituzionali, ed è quello che sappiamo esprimere alla politica che chiede la nostra opinione.

Per fortuna siamo lontani dagli anni ‘90 teatro delle stragi di mafia, ma ciò non significa che abbiamo sconfitto la mafia.

Oggi il malaffare si continua ad alimentare di traffici illeciti e infiltrazioni nelle vie di percorrenza dei finanziamenti pubblici.

Per tale ragione bisogna alzare la guardia sui prossimi finanziamenti previsti dal Pnrr.

Le stragi con le bombe sono sostituite da quelle che tolgono la possibilità di lavorare e studiare nella propria terra aprendo la strada o alla manovalanza della criminalità o all'esodo di migliaia di giovani.

Oggi, ancora più di ieri, la lotta al malaffare deve partire dal basso con il lavoro e il contrasto alla dispersione scolastica, con investimenti mirati alla costruzione di una vera alternativa fatta di mestieri e qualifiche in linea con le nuove declinazioni del mercato del lavoro che strappano dalla strada “braccia” alla criminalità, per arrivare ai meccanismi della P.A. in grado di combattere efficacemente la corruzione e impedire il clientelismo imperante che ha dilaniato la società siciliana negli ultimi decenni, altra piaga che impedisce lo sviluppo economico e alimenta la fuga dei cervelli che non si piegano al precariato voluto da certa parte politica per alimentare le sacche elettorali. Superare l’ipocrisia si può, serve un cambio di passo da parte di tutti, a partire da chi ha compiti e ruoli di responsabilità o rappresentanza.

Costruire ogni giorno il senso civico bloccando sul nascere ogni forma di clientelismo o deviazione criminale o peggio ancora mafiosa.

L’approccio non può che essere culturale.

L’ambiente ed il territorio sono patrimonio di tutti, ed è compito di ogni cittadino contribuire alla salvaguardia.

Poi ci sono gli interessi economici, occupazionali, a volte criminali, che determinano condizioni di difficile gestione.

A queste criticità occorre aggiungere la sempre minore disponibilità di risorse indispensabili per una seria ed efficace programmazione. In Sicilia, la prevenzione ha sempre stentato a decollare proprio per i ritardi nella programmazione delle azioni a loro volta impediti da risorse non sempre disponibili quando serve.

Poi c’è l’ultra ventennale questione del precariato.

La stabilizzazione degli operai forestali è centrale in un sistema di riorganizzazione della gestione del territorio che non può non passare dalla centralizzazione delle operazioni di controllo, prevenzione, gestione e spegnimento degli incendi.

Non può più reggere la gestione della filiera affidata a due diversi assessori regionali e a due dipartimenti.

La cabina di regia deve essere unica con compiti, funzioni, personale, risorse, procedure semplici e celeri, mezzi all’avanguardia, destinati esclusivamente al monitoraggio ed attuazione di un piano regionale di salvaguardia e difesa del territorio siciliano.

Il personale va riqualificato, formato ed il ricambio generazionale è indispensabile soprattutto nelle operazioni di spegnimento degli incendi, così come i concorsi per rilanciare il Corpo forestale della Regione siciliana in una veste nuova di polizia ambientale con compiti ampliati e personale adeguato.

Il fenomeno dei piromani-incendiari tarda ad estinguersi però non possiamo non evidenziare che circa un terzo della superficie siciliana non è coltivata ed è abbandonata a se stessa dai proprietari che non provvedono neanche alle operazioni minime annuali per mettere in sicurezza i terreni. Anche questo aspetto incide sul processo complesso degli incendi.

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