La straordinaria scoperta del relitto di una nave di epoca romana, individuato nei giorni scorsi a circa tre miglia dalla costa di Mazara del Vallo, a 46 metri di profondità, con un carico composto da centinaia di anfore e databile, secondo le prime indicazioni, tra il II e il I secolo avanti Cristo, sta giustamente attirando l’attenzione degli studiosi e dell’opinione pubblica. Ma c’è un elemento che merita di essere ricordato: quella scoperta, per quanto eccezionale, non arriva dal nulla.
Il mare di Mazara, infatti, aveva già lanciato segnali molto precisi. Basta tornare indietro di appena quattro anni, al luglio del 2022, quando proprio al largo di Mazara del Vallo, in località Tonnarella, furono individuate alcune antiche anfore. La segnalazione era arrivata da una subacquea mazarese, Francesca Maggio, mentre alle successive operazioni di verifica e recupero collaborarono la Capitaneria di Porto di Mazara del Vallo, il nucleo subacqueo della Soprintendenza del Mare, i subacquei della “Scuba School” e il gruppo subacqueo della Lega Navale Italiana. Furono recuperate (vedi foto di repertorio relativa ad un articolo da noi allora pubblicato) quattro anfore, oltre ad altri frammenti di materiale anforaceo
Non si trattava, peraltro, di reperti privi di un preciso significato storico. Tra le anfore recuperate ve n’era una romana del tipo Lamboglia II, riconducibile all’età tardo-repubblicana, mentre le altre risultavano di epoca successiva. Ma soprattutto, già allora, le autorità archeologiche evidenziarono come quella fosse una zona particolarmente interessante, già interessata in passato da ritrovamenti e scavi, e dove sarebbe stato possibile avviare ulteriori indagini.
A distanza di quattro anni, il mare sembra aver dato una risposta ancora più clamorosa a quella prima indicazione. Quattro anfore recuperate nel 2022 possono oggi essere lette, alla luce del nuovo ritrovamento, come la punta di un patrimonio archeologico sommerso ben più vasto. Là dove allora si osservavano singoli reperti e frammenti, oggi emerge l’immagine di un vero e proprio contesto archeologico: un relitto di nave oneraria romana, adagiato a 46 metri di profondità, con un carico di centinaia di anfore.
Non è dunque azzardato sostenere che, almeno sotto il profilo archeologico, la scoperta era prevedibile. Non nel senso che fosse possibile sapere con certezza che proprio in quel punto si sarebbe trovato un relitto di oltre duemila anni fa, ma perché gli indizi già disponibili suggerivano con forza che quei fondali custodissero qualcosa di molto più importante di qualche reperto isolato. Del resto, la stessa Soprintendenza del Mare, dopo il ritrovamento del 2022, aveva messo nero su bianco la necessità di verificare la possibile presenza di altre evidenze archeologiche nella zona.
Non si trattava di un’intuizione campata in aria. Nel settembre dello stesso anno, sempre nelle acque antistanti Mazara del Vallo, una segnalazione di subacquei locali portò inoltre all’individuazione di tre ancore, due delle quali grandi ceppi in piombo di epoca romana. Anche in quel caso l’operazione fu condotta grazie alla sinergia tra Soprintendenza del Mare, Guardia Costiera e subacquei locali. La Soprintendenza evidenziò le potenzialità del sito e la possibilità di ulteriori indagini archeologiche.
Insomma, il mare di Mazara non è rimasto in silenzio. Ha continuato, nel corso degli anni, a restituire frammenti di una storia antica fatta di rotte commerciali, navi, merci e traffici mediterranei.
La vera domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto “come è stato possibile trovare oggi questo relitto?”, ma piuttosto: “quanto altro patrimonio archeologico si trova ancora là sotto?”. La scoperta di questi giorni dovrebbe rappresentare un punto di partenza e non un punto di arrivo. Il precedente del 2022 dimostra infatti quanto possa essere importante il contributo di chi conosce quotidianamente quei fondali: i subacquei locali, i diving, i pescatori e tutti coloro che frequentano il mare possono diventare sentinelle preziose del patrimonio sommerso.
E proprio la vicenda delle anfore recuperate quattro anni fa dimostra che il territorio aveva già fornito un’indicazione inequivocabile. Allora erano quattro anfore e alcuni frammenti; oggi ci troviamo davanti a un relitto romano con centinaia di anfore. Più che una sorpresa assoluta, dunque, la nuova scoperta appare come la conferma di un sospetto che il mare di Mazara aveva già lasciato affiorare. Il Mediterraneo è stato per millenni una grande autostrada commerciale e Mazara del Vallo, per la sua posizione geografica, ne è stata inevitabilmente uno dei punti di passaggio.
Quelle rotte antiche non sono scomparse: semplicemente, in molti casi, sono rimaste nascoste sotto la superficie. Ora il compito è quello di continuare a cercarle, studiarle e proteggerle. Perché il relitto appena individuato potrebbe non essere una straordinaria eccezione, ma uno dei tanti capitoli ancora sommersi della storia millenaria di Mazara.
E allora resta un’ultima domanda, forse la più scomoda: “che fine faranno questi tesori?” Perché ogni nuova scoperta rischia di trasformarsi, per Mazara del Vallo, nell’ennesima occasione mancata. Il mare continua a restituire testimonianze straordinarie della storia della città e del Mediterraneo, ma da troppo tempo manca un luogo capace di raccoglierle, conservarle, studiarle e soprattutto restituirle alla comunità. Da anni, infatti, tanti mazaresi coltivano il sogno di un grande Museo del Mare, un museo archeologico e marittimo che possa raccontare il rapporto millenario della città con il Mediterraneo e diventare un punto di riferimento culturale e turistico per l’intero territorio. Un sogno che, nel corso del tempo, è stato accompagnato da progetti, annunci e promesse politiche, provenienti dal presente e dal passato, che troppo spesso non hanno trovato una concreta realizzazione.
Oggi il relitto romano e le sue centinaia di anfore ripropongono quella vecchia questione con una forza ancora maggiore. Sarebbe davvero paradossale che il mare di Mazara continuasse a restituire pezzi della sua storia e che Mazara non riuscisse a trovare un luogo per custodirla e raccontarla. Forse è arrivato il momento di smettere di considerare il Museo del Mare come un semplice sogno elettorale o come una promessa da rispolverare alla vigilia di qualche campagna politica. Se questi ritrovamenti appartengono alla storia di Mazara, allora la città dovrebbe avere il diritto e la capacità di valorizzarli. Il relitto appena scoperto potrebbe, in questo senso, rappresentare non soltanto una straordinaria pagina di archeologia, ma anche l’occasione per riaprire seriamente il dossier del Museo del Mare di Mazara del Vallo.
Perché sarebbe una beffa che, dopo duemila anni trascorsi sul fondo del Mediterraneo, questi reperti dovessero ancora una volta partire da Mazara per essere studiati, esposti e ammirati altrove. Il mare li ha restituiti. Ora toccherebbe alla politica e alle istituzioni dimostrare di essere finalmente all’altezza di ciò che quel mare continua a raccontare.
Francesco Mezzapelle