Elena Manzini ci racconta le vessazioni subite da una lavoratrice Enza La Mattina

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
15 Febbraio 2020 19:19
Elena Manzini ci racconta le vessazioni subite da una lavoratrice Enza La Mattina

Nella giornata di ieri la nostra Elena Manzini ci ha raccontato la storia di una lavoratrice Enza La Mattina che ha subito 20 anni di mobbing, rappresentante sindacale che dopo aver aiutato i propri colleghi a veder riconosciuti i propri diritti si è vista mettere alla porta dall’azienda dove ha lavorato per 27 anni. Qui potrete leggere la prima parte: https://www.primapaginacastelvetrano.it/io-non-ho-prezzo-devi-mangiare-m-a-oramai-sei-nel-libro-nero-elena-manzini-ci-racconta-la-storia-di-enza-la-mattina/ Vi proponiamo la seconda parte dell’intervista.

Cosa ha significato per te essere rappresentante sindacale? I soci fondatori con molto rammarico ebbero la necessità di lasciare l’azienda che avevano sviluppato, quindi subito dopo l’ingresso nella multinazionale. Le persone che subentrarono, forse anche vedendo me come lo spettro dei vecchi capi (sapevano che io li stimavo moltissimo) tramite alcuni ultimi arrivati si presero il diritto di trattarmi sempre con la politica del bastone e della carota. Nessuno più di me sapeva come si poteva soffrire tanto in quella azienda.

Io non volevo lasciarla  perché ero cresciuta con lei. Iniziai a comprendere che solo alcune persone potevano permettersi di fare il bello e cattivo tempo, persone che non avevano, a mio modesto parere, capacità tecniche veramente fondate per cui dovevano “aggiustarsi” in qualche altro modo. Mi accorgevo sempre di più che molte persone venivano maltrattate. Esistevano figli e figliastri. Piano piano si delineò l’idea di iscriversi a un sindacato. Appena quest’idea comincio a serpeggiare alcuni dipendenti, del gruppo dei tecnici, la bloccarono sul nascere: non erano convinti che fosse una scelta giusta, perché pensavano che l’azienda si potesse inasprire maggiormente nei nostri confronti. Cominciava a riaccendersi la paura tra i dipendenti e l’idea di iscriversi al sindacato veniva quindi abbandonata.

L’azienda vedendo che la gente non alzava la testa ai vari soprusi, trattava ancora di più il personale in figli e figliastri. Molte persone venivano mortificate anche pesantemente di fronte a tutti. Questo capitava anche a me. In seguito, qualcuno prese coscienza che bisognava fare qualcosa. Un tecnico si iscrisse al sindacato e altri lo seguirono. Quel tecnico divenne RSA: eravamo la stessa azienda divisa in due parti, stessi uffici e telefoni e capi in comune. Progetti in comune. Pensarono a me come altra RSA.

I dipendenti con più anni di servizio sapevano della mia dedizione al lavoro, della mia correttezza, di quanto conoscessi i capi, della mia anzianità di servizio e mi chiesero di rappresentarli. Subito pensai che era forse un’occasione per riscattarci tutti quanti. Avevo dei forti ideali e pensavo all’idea del sindacato come un’idea romantica forse ero troppo ingenua.  Veramente pensavo che l’azienda si potesse riavvicinare a noi. Noi tutti infatti lavoravamo con il massimo impegno e responsabilità, speravamo anche in una parola di apprezzamento per quanto davamo all’azienda, perché con tutto il nostro impegno contribuivamo fattivamente alla sua crescita.

Non ero incosciente, ero veramente consapevole della pericolosità di questa nuova svolta, diventare RSA era veramente un compito arduo. Davvero io credevo che alla fine i capi decidessero di darci una mano, sostenerci e lavorare tutti insieme. Non dovevamo combattere, volevo far passare questo messaggio: dovevamo lavorare tutti per lo stesso obiettivo. L’idea del sindacato mi dava nuove speranze, mi dava linfa e forza. Ero convinta che stare all’interno di un gruppo organizzato e formato a questo scopo, come si suppone possa essere un sindacato,  potesse sostenerci e supportarci.

Avevo l’idea che il sindacato fuori e noi più uniti dentro l’azienda, davvero potessimo fare la differenza, costruttiva e migliorativa per tutti. Immaginavo un’armonia ideale, un equilibrio ideale. “Devi mangiare…..” chi ha avuto il “buon gusto” di rivolgerti questa frase ed in quale circostanza? Quando sono diventata rappresentante sindacale l’azienda ha avuto l’esigenza di “contrapporre una figura che è stata assunta apposta per contrastarmi”.

Questa affermazione non la faccio io ma è proprio la dichiarazione che mi ha fatto la persona in questione: la sua assunzione avvenuta contestualmente al mio ingresso in RSA. Mi disse subito che aveva lasciato la grande azienda in cui lavorava come responsabile delle risorse umane per un’offerta molto importante. Trovai subito molti ostacoli, fui presa di mira soprattutto da quella che era diventata la sua assistente, cioè proprio dalla stessa persona che era stata assunta quando ero in maternità.

La “donna” che era riuscita a innescare un processo distruttivo dell’azienda. Quella che aveva deciso e tirato i fili per il mobbing nei miei confronti in tutti questi anni. Mobbing orizzontale e trasversale.  Altri colleghi, ebbero la forza di lasciare l’azienda, parlo di elementi validissimi che si trovarono in difficoltà. A volte funziona per simpatie forse, o per coalizioni di persone che con loro schemi e influenze, esercitano potere sui più deboli che non possono contrastarli, e quindi questi ultimi devono allinearsi alle loro aspettative, per non essere presi di mira a loro volta.

Quindi alcune persone “per sopravvivere” eseguivano ad esempio indicazioni anche per mobbizzare un collega. Io conoscevo esattamente quelle dinamiche purtroppo. Quindi in veste di RSA dovevo muovermi in fretta. Sapevo di avere ali che si sarebbero bruciate in fretta. Ho portato avanti punti sostanziali per i dipendenti. Spendendomi al massimo anche per quelli che avevo contro. A volte si butta polvere addosso agli altri per sembrare più splendenti. Tutto molto amaro. L’azienda non aveva iscritto i dipendenti al Fondo Est ad esempio.

Quale RSA li invitai ad adeguarsi. Furono costretti a mettersi in regola. Per farlo dovevano versare gli arretrati. Dieci euro al mese per circa sette o dieci anni per ciascun dipendente. Un centinaio di dipendenti. Chiesero a noi RSA di controfirmare un documento per accedere a dei fondi regionali, a fondo perduto, per aggiornamenti del personale. In diverse occasioni avevo insistito per conoscere tipi di corsi, quantità di ore e nome partecipanti. Mai avuto risposte. Questo argomento era molto scomodo.

Era forse una distrazione di fondi? Mi pare un mio dubbio legittimo. Chiesi molte altre cose all’azienda. Le ottenni quasi tutte. Questi accordi sono stati definiti e firmati nel Verbale di Accordo tra RSA e Azienda, regolarmente depositato in CGIL. Quell’accordo mi costò un prezzo altissimo. Il mio licenziamento. L’azienda contestualmente, mi informava di voler spostare i dipendenti di dove io ero RSA nell’altro ramo di azienda dove c’era l’altro RSA per intenderci. Raccolsero i dipendenti interessati e li fecero firmare in blocco, pena licenziamento, questo è stato quello che mi diceva la figura che mi avevano contrapposta.

Informavo il mio referente Filcams. Solo a firma ottenuta, l’azienda in modo formale informava le unioni sindacali nazionali.  Cadeva la mia RSA automaticamente essendo rimasta nel gruppo di contabilità con sole undici unità. Il funzionario Filcams, che avrebbe dovuto proteggermi, si era sempre professato di sani principi, dopo diversi messaggi, email intercorsi, nei quali lo informavo dei gravi soprusi giornalieri a mio danno mi convocò in via Pedrotti a Torino, sede Filcams CGIL.  In quell’occasione mi disse di aver avuto una riunione con i capi quando ancora ero RSA dalla quale ero stata esclusa.

Mi disse che avevano parlato di me per la maggior parte del tempo. Le sue testuali parole furono: “Enza, scusa il francesismo, devi mangiare merda, oramai sei finita nel libro nero. Non ti devi scandalizzare se da qui a poco ti licenzieranno”. Continuava dicendo: “Non scegliere un nostro avvocato perché non potresti essere seguita bene: c’è un rapporto di uno a cinquecento. Scegline uno fuori.” Queste parole mi furono dette nel maggio 2010. il 3 marzo 2011 fui licenziata per motivi oggettivi.

Senza preavviso. In questa triste vicenda gli avvocati non han fatto una gran bella figura. Hai intentato una causa nei confronti della tua ex azienda? A seguito del licenziamento ho intentato causa all’azienda. Ho dato il mandato ad un avvocato donna. Dietro sua indicazione le consegnai tutto il materiale affinché potesse valutare cosa utilizzare per preparare un ricorso. Dopo aver visionato i documenti, mi disse che c’erano tantissime cose sia di carattere penale che di carattere civile.

Chiaramente il professionista mi informò che era sua discrezione la scelta degli argomenti da inserire nel ricorso. Quindi volle omettere, proprio per sua volontà, tutto quello che era riferibile al penale, di conseguenza anche il discorso sindacale perché a suo dire era una forma di strumentalizzazione, asserendo il fatto che il giudice non avrebbe apprezzato. Furono così omessi alcuni punti sostanziali. Originando così una mancanza su tutto il procedimento. Non ci fu verso di farle mettere le cose in modo tale da essere fluide per la comprensione, perché a volte mancava l’ordine temporale.

Ho avuto due gravidanze e non si capiva se la vicenda di riferimento, fosse riferita alla prima alla seconda maternità, ad esempio. A quel tempo non avevo motivo di dubitare della sua serietà, anche perché si dice che se l’avvocato non fa il suo dovere nei confronti del proprio assistito può essere radiato dall’ordine. Un giorno, un teste non è stato ascoltato dal giudice perché arrivò tardi,  l’avvocato in questione, era presente quando davanti a me, e fuori dai locali del tribunale, questa persona che avrebbe dovuto testimoniare ha dichiarato di essere stata intimidita dall’azienda. Il legale, anziché avvisare il giudice di prime cure, alcuni giorni dopoi, mi telefonava e mi informava della dismissione del mandato.

La professionista, quindi sempre al telefono, mi invitò nel suo studio per definire la cessione di rapporto. Mi fissò un incontro per il 3 ottobre 2012. Quel giorno, aveva convocato, senza preavvisarmi una sua collega, mai vista prima, e insisteva perché scegliessi lei come avvocato. Non ero d’accordo. Avevo sempre pagato e mai fu emesso un documento a comprova. Mi informò che avrebbe passato i miei documenti alla nuova collega. Io non ero d’accordo e chiesi la restituzione dei documenti e soprattutto l’emissione della parcella della somma già pagata.

Mi chiese altre somme e non volle emettere alcun documento .Disse di non trovare i documenti da rendermi. La collega andò via e ne arrivò un’altra che dichiarò che avrebbe preparato i documenti da restituirmi. Tra una collega e l’altra chiuse a chiave la porta, impossibile uscire, in sostanza fui tenuta come “ostaggio” per diverse ore. Questo per poter ottenere altri soldi, evitare di consegnare i documenti ed evitare di fare la fattura.I documenti che le avevo lasciato si possono definire sensibili.

Ho il legittimo dubbio che li abbia dati alla controparte.Dopo vari avvicendamenti, denunciati dettagliatamente in querela, mi diede appuntamento per settimana successiva. Il 10 ottobre 2012, nello studio della professionista si trovava anche la prima collega alla quale avrebbe voluto cedere il mandato. Io mi presentai con mio cognato. Nella discussione, a metà incontro l’avvocato chiuse la porta a chiave, mise le chiavi in tasca e ci dissea voce alta “da qui non esce nessuno!” Mio cognato chiamò i carabinieri.

Nel frattempo lei disse alla sua collega di dire ai carabinieri che io le avevo messo le mani addosso. La collega disse che i carabinieri sicuramente avevano di meglio da fare e che si sarebbero messi a ridere di una situazione del genere. Arrivarono i carabinieri e fortunatamente fummo “liberati”. Ho presentato poi querela in procura, circa una ventina di pagine descrivendo dettagliatamente quanto accaduto. L’avvocato donna che la sostituì mi proibì di parlare del “sequestro” al Giudice di Prime Cure.

Ben presto dismise il mandato dietro richiesta di suo marito (avvocato pure lui). Un terzo avvocato, che conobbi in quanto cliente del mio negozio mi indirizzò verso un suo collega, che a suo dire aveva molta esperienza in materia. Con il nuovo avvocato ci appellammo, avendo perso il primo grado di giudizio. Purtroppo, oltre al danno, la beffa. L’avvocato volle cambiare le motivazioni del ricorso (azione vietata per legge, può essere già motivo per perdere il grado di giudizio).  Durante il primo grado di giudizio, un testimone, sotto giuramento, dichiarava di non aver firmato la lettera di licenziamento.

Si trattava dell’amministratore delegato, nonché unica figura preposta dall’azienda ad assumere e licenziare il personale. Per questa ragione il nuovo avvocato sosteneva quindi che in realtà non esisteva una firma vera sulla lettera di licenziamento. Avrebbe dovuto invece richiedere una perizia calligrafica e mantenere i punti esposti nel primo ricorso. Imponendomi la sua linea di difesa mi condannò a perdere anche il secondo grado di giudizio. A quel punto decisi di non avere più a che fare con avvocati di Torino.

Mi sono rivolta ad uno studio di Milano per il ricorso in Cassazione. Debacle nei tre gradi di giudizio. So che hai scritto a Susanna Camusso che ai tempi era segretario nazionale della Cgil.

Cosa ti ha risposto? Le scrissi una lettera dettagliata dei fatti accaduti, l’operato del rappresentante sindacale, del mobbing subito, del comportamento del funzionario FILCAMS che avrebbe dovuto proteggermi. Chiedevo in sostanza aiuto a lei, che oltre ad essere segretario nazionale del principale sindacato italiano (CGIL) era anche una donna. Mi fece rispondere dall’Ufficio Giuridico Nazionale Cgil. Degna di nota la frase: “Il tempo che ci separa da quando abbiamo ricevuto la sua lettera è servito a fare un’istruttoria sui fatti che lei elenca perché è costume della Cgil e del suo Segretario generale rispondere alle lettere che riceve non in modo burocratico, ma con cognizione di causa”.

In sostanza diceva che tutti avevano agito per il meglio, che il sindacato era stato messo con le spalle al muro, e che non avrei dovuto fare ricorso alla Magistratura in quanto causa già persa sin dall’inizio. Mi sono sentita ancor più presa in giro. Allego la lettera inviatami. Cosa è accaduto ai tuoi ex colleghi? Ai miei ex colleghi non è andata benissimo. Io sono stata la prima ad essere licenziata cosa che aprì la strada ad altri licenziamenti: l’ufficio di Milano fu chiuso e 40 persone furono lasciate a casa.

Io ero fuori e non avrei più potuto creare ostacoli all’azienda per questi licenziamenti sommari. Ho sentito che le persone che sono state mandate via hanno ricevuto una sorta di accompagnamento non so in quale forma. Ho sentito parlare di somme ingenti. Dopo tutti quei licenziamenti di Milano, si sono “occupati” dell’ufficio di Torino. Hanno preso tutto il gruppo dei disegnatori mi pare 4 o 5 persone e li hanno licenziati tutti di blocco. Erano miei colleghi, veramente bravi nel loro lavoro e che avevano una un’anzianità notevole, cioè per la ditta erano molto cari da mantenere.

Tra questi c’era un ingegnere donna, alla quale avevano destinato mansioni da disegnatore, anche lei lasciata a casa. Aveva avuto un ictus durante la pausa pranzo, quindi era una persona che aveva problemi di salute. Lavorava lì da almeno 30 anni. Lavorava come ingegnere da prima che io arrivassi in azienda. Non guardarono in faccia nessuno . Dopo aver testimoniato a favore dell’azienda, le persone che erano parte attiva nel procedimento furono licenziate a loro volta. Parlo di due amministratori delegati, compreso chi aveva dichiarato di non aver firmato la lettera di licenziamento e della persona assunta per contrastarmi durante la RSA.

Purtroppo altre persone che avevano avuto ruoli di rilievo, dannose per l’azienda, furono mantenute all’interno dell’organico. Alla luce di questa triste vicenda cosa ti senti di dire a chi potrebbe trovarsi nella tua medesima situazione? La scelta che ho fatto è stata la più difficile da portare avanti. A volte penso che se non avessi accettato di diventare RSA, probabilmente la situazione lavorativa si sarebbe trascinata, con alti e bassi, ancora nel tempo. Mi sono resa conto che avevo il dovere di fare del mio meglio, nel mio piccolo.

Come avevo sempre fatto tutti i giorni nel mio lavoro. Non pensavo allo stipendio, mi vedevo dentro una famiglia. L’azienda era la mia famiglia più cara e non potevo permettere che per causa di qualche elemento manipolatore, parlo di pochi individui, l’azienda si potesse sgretolare e trasfigurarsi.Prima eravamo persone, poi hanno creato differenze senza motivi validi. Non c’è mai un motivo valido abbastanza per distruggere un individuo. Parlo non solo di me. L’azienda firmava la clausola dei contratti dei nostri committenti, che si riferiva al rispetto delle persone, in modo molto disinvolto.

Addirittura l’azienda, tramite il Politecnico di Milano, aveva fatto da apripista in merito ad uno studio sul benessere nell’ ambiente lavorativo. Alcune persone sono state scelte per affrontare questi test. Si è fregiata del titolo di fiore all’occhiello di azienda italiana perchè, solo in facciata, aveva a cuore la salute dei propri dipendenti. Sono fermamente convinta che ognuno di noi, in qualsiasi campo, sia in dovere di fare le cose nel modo più corretto possibile. Penso che sia l’unica strada percorribile per arrivare ad una meta vera.

La meta che guardi al benessere e all’equilibrio di tutti i soggetti coinvolti. Anche le piccole azioni sono importanti e possono fare la differenza. Quando mi hanno chiesto aiuto i colleghi, non me la sono sentita di abbandonarli e volevo che tutti un po’ stessero meglio.Non era giusto perdere i diritti acquisiti in cinquant’anni di lavoro, dopo gli sforzi fatti dai nostri nonni e dai nostri padri, che hanno pagato anche con la loro vita. Il lavoratore chiaramente non ha solo diritti.

Ha molti doveri. Bisogna mantenere rispetto sempre perché tutti siamo sulla “stessa barca”. Se non avessi fatto il mio dovere sempre, avrei perso stima di me stessa. Per questa ragione, quando mi hanno chiesto di mollare non ho mollato. Quando mi chiedevano di lasciare l’azienda non l’ho lasciata. Quando si sono spinti oltre, quando mi hanno chiesto esplicitamente “Che prezzo hai? Dicci il tuo prezzo! Tutti hanno un prezzo! Dicci il tuo!” Ho detto:” NO. IO NON HO PREZZO“.

Io devo rispondere a me stessa, se dico si una sola volta devo accettare ogni cosa, anche la più scorretta. Questa era sempre la mia risposta. Sarebbe stato facile dire di si. Questa persona mi aveva parlato di omaggi in danaro, che lui stesso riceveva. Ho detto di NO. Io non ho prezzo. Ho il mio onore che può contare niente in questi tempi. Per me conta moltissimo invece. Rimanere zitti non porta a nulla. Bisogna sempre denunciare le cose sbagliate. Invito tutti a farlo.

Invito tutti a NON AVERE PAURA. Bisogna avere fiducia nella Magistratura. Io, nonostante tutto voglio ancora avere fiducia nella Giustizia.Ho sempre immaginato la Giustizia come un carro armato pesantissimo, che procede lentamente e che ARRIVA.   Elena Manzini Fine  

In evidenza