“Una punta di Sal”. Il peso dell’“amico”: se la “raccomandazione” diventa il male del secolo

E’ l'anticamera della corruzione perché ne condivide la logica: lo scambio di favori

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
05 Aprile 2026 17:55
“Una punta di Sal”. Il peso dell’“amico”: se la “raccomandazione” diventa il male del secolo

Si fa presto a dire "corruzione". Spesso la immaginiamo come una valigetta piena di banconote scambiata in un parcheggio buio. Eppure, esiste una forma di degrado più sottile, quasi accettata, che permea il tessuto della nostra società: la raccomandazione. Definirla il "male del secolo" non è un’esagerazione iperbolica, ma una diagnosi clinica di un sistema che continua a smarrire il senso del merito. Il primo grande danno della raccomandazione è psicologico e generazionale. Quando il "chi conosci" prevale sul "cosa sai fare", il talento smette di investire su se stesso.

Perché studiare, aggiornarsi o faticare se la scorciatoia relazionale garantisce un risultato migliore e più rapido? Questo meccanismo genera una fuga di cervelli non solo geografica, ma morale: i migliori si arrendono o se ne vanno, lasciando il timone a una classe dirigente selezionata per fedeltà piuttosto che per competenza. La raccomandazione è l'anticamera della corruzione perché ne condivide la logica: lo scambio di favori. Si comincia con una "segnalazione" per un colloquio e si finisce per alterare concorsi pubblici o appalti.

Quando il favore diventa moneta di scambio, il diritto si trasforma in privilegio. In questo modo, le istituzioni perdono autorevolezza e il cittadino smette di fidarsi dello Stato, rifugiandosi nel particolare, nel "clan", alimentando un circolo vizioso che soffoca l'economia e la giustizia. C'è poi un tema di equità. La raccomandazione è intrinsecamente escludente: premia chi fa già parte di un network influente e punisce chi, pur avendo capacità eccelse, parte da zero. È una barriera invisibile che blocca l'ascensore sociale, cristallizzando le gerarchie ed eliminando quella sana competizione che è il motore di ogni nazione prospera.

Per sconfiggere questo male non bastano le leggi, serve una rivoluzione culturale. Dobbiamo tornare a indignarci davanti al "posto prenotato" e rivendicare la bellezza del traguardo tagliato per meriti propri. Una società che si regge sulla spintarella è una società fragile, destinata a crollare sotto il peso della propria incompetenza. Il futuro appartiene a chi ha talento, non a chi ha il numero di telefono giusto in agenda. E poi, diciamolo chiaramente: la raccomandazione non è solo una questione morale, è anche un disastro economico.

Quando si sceglie il "conoscente" al posto del "competente", si firma un assegno in bianco all'inefficienza. La Sicilia e l'Italia intera "esportano" giovani laureati su cui hanno investito migliaia di euro in formazione. Se un ingegnere siciliano va a produrre ricchezza a Milano o a Monaco perché a casa sua il posto è già "assegnato", la Sicilia subisce una perdita netta di capitale umano e futuro gettito fiscale.

Ed ora passiamo al paradosso siciliano che è anche quello mazarese: La “micro-raccomandazione”. In Sicilia, la raccomandazione assume una forma ancora più subdola: diventa capillare. Non riguarda solo i grandi appalti, ma il quotidiano. Ci si raccomanda per accelerare una visita medica, per un certificato al comune, persino per il posto in prima fila a una festa patronale. Ricordo che un mio zio di Marsala, deceduto qualche anno fa, che è emigrato in America dove ha trovato lavoro nella Florio americana, ha partecipato per parecchi anni alla processione del Giovedì Santo, nota come la Processione dei Misteri Viventi, una delle rievocazioni storico-religiose più antiche e suggestive della Sicilia.

A mio zio era affidato il personaggio di Cristo e quindi doveva eseguire la scena della “caduta”. Mio zio portava la croce addosso e più che camminare si trascinava simulando diverse cadute sotto il peso della croce, trasmettendo un profondo senso di sofferenza e realismo. Le cadute erano programmate ma mio zio mi raccontava che alla vigilia della processione del Giovedì Santo riceveva molte raccomandazione di persone che chiedevano che la “caduta” avvenisse al passaggio della sua abitazione.

E se ciò non accadeva qualcuno si metteva sulla strada in segno di protesta perché la “caduta” non era avvenuta. Questa "cultura del favore" trasforma spesso le cortesie i diritti. Il cittadino smette di pretendere l'efficienza di un servizio come atto dovuto e inizia a chiederlo come favore personale. È una forma di schiavitù psicologica: se devo dire "grazie" per un servizio che mi spetterebbe per legge, sto implicitamente cedendo la mia libertà a chi quel servizio me lo ha "concesso".

In questo scenario, la corruzione non ha bisogno di grandi cifre: si nutre di piccoli scambi, di "debiti d'onore" e di una rassegnazione collettiva che vede nella spintarella l'unico modo per sopravvivere. Buona Pasqua.

Salvatore Giacalone

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