"Una donna, una storia".Quando Mazara ebbe una straniera al comando. Margherita di Navarra si racconta a Sal Giacalone

"Guardare al vostro orizzonte marittimo non come a un limite, ma come a un ponte di dialogo e prosperità"

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
04 Novembre 2026 18:14

La regina Margherita di Navarra detiene sia la reggenza del Regno di Sicilia per il figlio minorenne Guglielmo II che la diocesi di Mazara del Vallo guidata dal vescovo Tustino (o Tutino), in carica dal 1156 al 1180, figura di primo piano sia spirituale che politica. La Regina Margherita è una straniera al comando perché è nata in Navarra (Spagna) e si ritrova a governare una delle corti più ricche, colte e multiculturali d'Europa (un mix di normanni, arabi, greci e latini). I cronisti dell'epoca, in particolare il celebre e velenoso Ugo Falcando, la descrissero come una donna debole, manipolabile e persino infedele.

In realtà, fu una sovrana energica, determinata e costretta a muoversi in un nido di vipere. Rimasta vedova di Guglielmo I (detto "il Malo") nel 1166, deve proteggere la corona del figlio tredicenne Guglielmo II dalle congiure dei baroni siciliani. Appena preso il potere, attua un'amnistia generale, libera i prigionieri politici e cancella le pesanti tasse imposte dal defunto marito per cercare di farsi amare dal popolo e dai nobili. Non fidandosi dei baroni locali (che tramavano continuamente nell'ombra), decide di affidare le cariche più importanti del regno a funzionari stranieri, come suo cugino francese Stefano di Perche, nominato cancelliere.

Questa scelta farà infuriare l'aristocrazia dell'isola. Nasce il legame con Mazara e il Vescovo Tustino. Mazara è una città splendida, ricca di commerci, ma anche una frontiera esposta alle incursioni marittime e un nodo politico cruciale. In quegli anni i vescovi non si occupavano solo di anime, ma gestivano feudi, riscuotevano tasse e amministravano la giustizia. Tustino deve barcamenarsi tra la fedeltà alla corona di Palermo e le pressioni dei baroni locali della Sicilia occidentale.

Siamo a Mazara nel 1170. L’appuntamento con la Regina è nel porticato in pietra di una dimora fortificata in uno dei ricchi feudi agricoli gestiti dal Vescovo Tustino, alle porte di Mazara. Sullo sfondo si vedono i campi di grano, i vigneti e, in lontananza, il mare del canale di Sicilia. L’aria è calda, mossa da uno scirocco leggero. La Regina Margherita siede su una sedia da viaggio in ferro e cuoio. Accanto a lei, su un tavolo di legno, ci sono pergamene recanti il sigillo della diocesi di Mazara e coppe di vino locale.

Maestà, vi ringrazio per avermi ricevuto qui a Mazara. Lasciare la sicurezza del Palazzo Reale di Palermo per venire fin qui, nei feudi amministrati dal Vescovo Tustino, è un segnale politico forte. Chi è davvero Margherita, oltre le parole velenose dei cronisti come Ugo Falcando che vi dipingono come fragile e manipolabile, ora che vi mostrate nel cuore pulsante del vostro regno?

Regina Margherita: (Osserva i campi oltre il porticato, accarezzando l'impugnatura della sedia) Chi scrive la storia a Palermo lo fa con l'inchiostro del rancore, protetto dalle mura della capitale. Mi chiamano straniera, mi accusano di debolezza, eppure sono qui, a cavallo, tra le terre più esposte della Sicilia. Mio marito, re Guglielmo, è morto quattro anni fa lasciandomi un regno splendido ma circondato da lupi. Mio figlio, Guglielmo II, ha solo tredici anni. Se fossi stata fragile, i baroni avrebbero già smembrato la corona. Venire qui, toccare con mano la terra che nutre il regno, è la mia risposta: la reggenza non si esercita solo dal trono, ma presidiando i confini.

Appena preso il potere, avete attuato una strategia del perdono, liberando prigionieri e alleggerendo le tasse. Eppure, poco dopo, avete preferito affidare il governo a funzionari stranieri, come vostro cugino Stefano di Perche, scatenando la furia della nobiltà siciliana. Perché questa scelta che ha quasi provocato una guerra civile?

Regina Margherita: Il perdono era necessario per pacificare un popolo stremato dalle durezze di mio marito. Ma la pace con i baroni siciliani è un'illusione. Loro non vogliono un re, vogliono un complice. Come potevo fidarmi di chi aveva tramato contro la dinastia fino al giorno prima? Avevo bisogno di uomini fedeli solo a me, non legati alle faide di questa terra. Sì, chiamare Stefano di Perche è stato un azzardo che ho pagato caro con le rivolte di due anni fa... ma lo rifarei. In un regno così frammentato, la fiducia è il bene più raro.

Guardiamoci intorno. Siamo ospiti in uno dei feudi più ricchi della Sicilia occidentale. A Mazara siede sul trono vescovile Tustino, un uomo di Chiesa che qui si comporta come un vero e proprio sovrano laico: amministra la giustizia, riscuote decime e gestisce immensi territori. Quali sono i vostri reali rapporti con il Vescovo Tustino? È un alleato della corona o un barone troppo potente da sorvegliare?

Regina Margherita: (Prende una pergamena dal tavolo, mostrandola) Tustino è un uomo d'ingegno fine, e questa dimora ne è la prova. Mazara è la nostra porta sul Mediterraneo, una diocesi ricchissima, sospesa tra il nostro mondo cristiano e i legami mai spezzati con l'Africa musulmana. Tustino gestisce anime, ma soprattutto gestisce l'ordine e l'economia di questa frontiera. Non posso permettermi un vescovo ribelle a Mazara. I nostri rapporti sono di reciproco calcolo: la corona gli garantisce autonomia e riconosce i privilegi della sua Chiesa, e in cambio lui garantisce la pace sociale e il flusso di tributi verso Palermo. Ma non mi siedo alla sua tavola da ingenua. I miei informatori vigilano anche qui. Nel 1170, persino un uomo di Dio risponde prima di tutto alla logica del proprio potere.

Vostro figlio Guglielmo ha ormai tredici anni. Manca pochissimo al momento in cui assumerà pienamente il comando del Regno come Guglielmo II. Siete pronta, dopo questi anni di tempeste, a fare un passo indietro e a cedergli le redini?

Regina Margherita: (Il volto si raddolcisce, gli occhi brillano di un orgoglio materno) Ho vissuto ogni singolo giorno di questa reggenza con l'unico scopo di consegnargli un regno intatto, da Palermo a Mazara. Gli ho insegnato la fermezza dei Normanni e la prudenza della mia terra natale, la Navarra. Vedo in lui una luce che suo padre non aveva: il popolo già lo ama e lo chiama "il Buono". Cedere il potere non sarà un sacrificio, ma il compimento del mio dovere di madre e di regina. Quando Guglielmo siederà da solo sul trono, io potrò finalmente guardare questo mare di Mazara senza il timore di vedervi spuntare le vele dei ribelli.

Maestà quale messaggio vuole lasciare a Mazara e ai mazaresi?

Raccogliendo in eredità la vostra terra come cuore pulsante del Regno, non posso che ricordarvi la grandezza della vostra storia. Oggi Mazara del Vallo custodisce nel suo DNA l'abbraccio tra culture diverse . Il mio augurio è che possiate sempre guardare al vostro orizzonte marittimo non come a un limite, ma come a un ponte di dialogo e prosperità, custodendo la bellezza millenaria della città.

Buon soggiorno a Mazara, Maestà.

Salvatore Giacalone

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