Ultime della sera: “Usanze pasquali”

Una riflessione sulle nostre tradizioni e sull’importanza di preservare la memoria dei luoghi

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
06 Aprile 2021 19:28
Ultime della sera: “Usanze pasquali”

di Francesco SCIACCHITANO

La celebrazione della Pasqua nella nostra città è accompagnata da speciali usanze, a cui tutti i mazaresi mostrano da sempre un fervido attaccamento. Ed in particolare sono tre le tappe cittadine che si fanno nel periodo Pasquale: la prima al convento dei Cappuccini, la domenica pomeriggio, la seconda, il lunedì di Pasquetta, a Miragliano (Miragghianu in dialetto) ed oggi martedì di Pasqua, alla chiesa rurale di San Vito.

Ed è proprio l'ultima delle gite di Pasqua che è l’occasione più importante del triduo di gite, sia perché il culto per San Vito, patrono e cittadino di Mazara, che protegge la città dalla carestia, dalla peste e dal terremoto è sempre vivo, sia perché una gita a primavera lungo la spiaggia con la vista del nostro magnifico mare è sempre piacevole, e molto più da quando la strada, detta un tempo “via sacra”, e comunque tutto il lungomare è stato allargato e sistemato proprio in occasione della visita pastorale che Giovanni Paolo II fece a Mazara, in occasione dei festeggiamenti per i novecento anni della Diocesi, l’otto maggio del 1993, quando il Santo Padre celebrò la Santa Messa per i fedeli mazaresi e i tanti intervenuti da tutta la Diocesi, proprio nello spazio antistante la chiesetta di San Vito a mare.

Ma ecco un brano tratto dal libro “Folklore di Mazara” di Filippo Napoli, del 1934, che racconta con dovizia di particolari questa tradizione:

Il tempietto, dove si venera la statua del titolare, sorge sulla spiaggia nel punto medesimo, da dove il Santo, narra la leggenda, lasciò la Sicilia su di una nave apprestata e guidata dagli angeli per sfuggire alle persecuzioni paterne.Si nota un grande concorso di popolo; alcuni, e sono i più, vi si recano per una semplice passeggiata, altri invece si raccolgono nella spiaggia algosa per consumare la merenda colle tradizionali uova sode.

Fino a pochi anni addietro anche questo ritrovo era allietato dalle schiere chiassose dei piccoli venditori di “cubàida, i quali per smaltirla più presto, essendo questo l'ultimo giorno di vendita, facevano il giuoco detto «cu è cchiù beddu la paga»

ll giuoco si svolgeva così: alquanti ragazzi si raccoglievano attorno al piccolo venditore e consumavano due o tre pezzi di cubàida per ognuno; dopo di che il venditore, invitato a designare il più bello, li guardava in faccia e ne indicava uno che doveva pagare per tutti. Naturalmente chi pagava era sempre il più ingenuo e chi non correva alcun pericolo era colui che si era fatto promotore del giuoco. Talora però accadeva che il più bello non avesse denaro da pagare, malgrado che il venditore nella designazione avesse messo ogni cura di far cadere la scelta in chi, almeno per l'esteriorità, offriva maggiore garanzia.

E allora erano guai per il povero venditore. Quando poi scende il crepuscolo, il popolo comincia a ritornare lentamente, indugiandosi ad ammirare i bei campanili della città colorati di tinte leggiadrissime dai tramonti primaverili. È probabile che questa costumanza si riconnetta alla visita ebdomadaria che da tempo le nostre donne fanno ogni martedì al santuario campestre per ringraziare San Vito della costante protezione dai mali e in memoria della miracolosa liberazione dall'assedio dei Turchi per opera sua nel 1440.

Le tradizioni ci permettono di creare delle ricorrenze sensate e spesso profonde, che se colte possono interrompere la routine e portarci a riscoprire sensazioni, riflessioni, conoscenze e anche fare nuove esperienze, se si tratta della scoperta di una tradizione che ancora non conoscevamo.

Nell’epoca del progresso tecnologico e di quella cultura orientata forse troppo spesso ciecamente ad una frenetica e costante crescita economica, penso che sia doveroso provare a svolgere un’azione di preservazione e valorizzazione della preziosa identità culturale, e appunto delle tradizioni e dei valori che hanno accomunato la vita della nostra bella città.

Come è altrettanto importante preservare il paesaggio non solo da un punto di vista naturalistico ma anche come luogo della memoria delle vite trascorse dei “nostri vecchi”.

La perdita della memoria, delle lingue dialettali, la mancata attenzione verso le tradizioni locali (sedimentati in leggende, nomi, riti, calendari, saghe, canti, ordinamenti urbanistici) o dei lavori tipici, rischia di far dissolvere il trascorso di queste terra meravigliosa perdendo così un tesoro culturale immenso.

Senza volere ovviamente alimentare anacronistiche nostalgie di un passato ormai trascorso, ma in un mondo che sta attraversando un periodo di profonda recessione e nel quale la gente probabilmente mai come prima si interroga sull’importanza di certi valori moderni, mi pare che il ricordo della tradizione e di semplici e genuini valori, possa rimanere una sorgente vitale di senso e di spirito per uno sviluppo più equilibrato della nostra società.

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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