La Comunità ecclesiale e l’Amministrazione comunale con il Festino di San Vito 2026 offrono,ai concittadini e ai turisti, un tempo di serenità e di armonia, con spettacoli culturali e con manifestazioni folkloristiche di pregio.
Questo Festino 2026 si caratterizza,anche, nel desiderio di essere radicato nella tradizione viva della spiritualità ecclesiale, con lo sguardo rivolto verso il futuro della società mazarese.
Per usare un’immagine plastica: il Festino 2026 vuole essere un albero dalle radici profonde, ma con i rami lunghi e alti, orientati verso l’orizzonte, simbolo del futuro. Possiamo dire che in questo Festino tradizione e sguardo verso il futuro interagiscono e si illuminano vicendevolmente.
La translatio, la fiaccolata notturna, il maestoso corteo storico allegorico a quadri viventi e l’imbarco sono solo alcuni degli elementi che nei giorni del Festino offrono opportunità per riflettere e per godere della bellezza della fede, della città e della sua cultura.
In questa prospettiva,mi fermo a riflettere sulla Tavola Rotonda dal tema “Reprimere o educare? Giovani e pace a Mazara del Vallo”, del venerdì 21 agosto alle ore 19,00, nell’aula magna del Seminario Vescovile, che desidera mettere in dialogo le autorità più rappresentative del nostro territorio con gli educatori parrocchiali e scolastici e con tutti i cittadini di buona volontà, che amano la Città di Mazara del Vallo e che sono disponibili ad offrire un loro contributo per la formazione delle giovani generazioni.
Il punto interrogativo, posto nel titolo della Tavola Rotonda- Reprimere o educare? -, pone tutti al bivio su come sognare il futuro del vivere civile e democratico: Mazara del Vallo, una città armata? video sorvegliata? impaurita e demoralizzata? Sospettosa verso il nuovo e il diverso? Oppure,una città che si concepisce come un villaggio educativo, che mette in circolo tutte le forze sane e costruttive per educare ad un vivere sereno e pacifico?Per accogliere e valorizzare tutto il bene che in essa matura?
Ancora, sogniamo una città che abbandona a sé stesse le fasce più deboli della società, le famiglie più fragili, i ragazzi più irrequieti, pensando di risolvere i problemi con la frusta e le carceri? Oppure, una città che si organizza e si struttura in loro funzione, supportando e sostenendo con interventi diversificati, che possano permettere il recupero di quanti sono tentati di affidarsi al malaffare e alla mafia?
Proporsi di reprimere o di educare sono due approcci diversi, due logiche diverse,due politiche diverse, due sogni diversi,con cui si può progettare e guardareal futuro.
Questo bivio sociale ed educativo non può essere misconosciuto o rinviato, non può essere sottovalutato, perché quasi giornalmente, ci scontriamo con qualche evento delittuoso, che vede coinvolti adolescenti e giovanissimi, figli anche di quelle famiglie che vengono definite “per bene”. Minacce verbali e prepotenze, arroganze e qualche volta violenze fisiche prendono sempre più spazio nelle relazioni tra preadolescenti e adolescenti ma anche tra giovani eadulti.
È un fenomeno diffuso e proprio per questo non basta più indignarsi o scandalizzarsi, richiede una riflessione e un confronto allargato per cercare soluzioni globali e non di tamponamento ad ogni singolo caso, che accade dentro la città. Ovviamente, lo Stato ha il dovere di legiferare per reprimere ogni forma di illegalità e di ingiustizia, ma tutto questo è sufficiente? La Tavola Rotonda, guardando al futuro della nostra città, intende mettere a tema questo interrogativo.
Nella cultura,in cui siamo immersi, non viene favorita l’integrazione delle dimensioni costitutive della persona: razionalità, affettività, corporeità, spiritualità, legalità…Si tende a relegare gli affetti e le relazioni in una sfera impersonale e istintiva: tutto ciò che piace, in questo momento, diventa esigenza da assecondare e automaticamente viene considerata buona. Spesso si dice: “io sono fatto così!” E con questa espressione si vuole affermare che non si intende cambiare, accettando quanto viene proposto per il vivere civile e nel rispetto degli altri e della giustizia. “Io sono fatto così” significa: io faccio ciò che mi pare e piace. Ma questo non può essere tollerabile!
Questa visione dell’uomo ha ripercussioni sui modelli educativi, per cui si confonde l’educare con l’acquisire delle competenze professionali e delle tecniche funzionali, educare come didattica e non come trasmissione di stili di vita. La distinzione non è di poco conto, perché non basta conoscere per saper vivere.
Un vero processo educativo non si limita alla sfera dell’istruzione, alla trasmissione di notizie e di conoscenze strumentali sul “come” delle cose; non è nemmeno un semplice “addestramento” per l’assunzione di comportamenti socialmente accettabili.
Confrontarsi su queste visioni educative e maturare una prospettiva più ampia e articolata è dovere di tutti gli educatori, che svolgono un servizio verso i ragazzi e i giovani, e delle Istituzioni ecclesiali, culturali e sociali che devono assicurare a tutti il supporto per la realizzazione esistenziale.
Nel processo educativo si investe e si coinvolge la totalità della vita delle persone, dalla sfera affettiva a quella cognitiva, dagli atteggiamenti ai comportamenti, dalla spiritualità alla speranza di un futuro migliore.
Il Festino di San Vito, quest’anno per la prima volta, nel suo programma offreai concittadini di buona volontà, un’opportunità di confronto e di dialogo, per pensare e ripensare insieme cosa progettareper organizzare la vita della città, tenendo presenti le esigenze dei ragazzi e dei giovani, a partire dai meno avvantaggiati.
Il Festino 2026 ci invita a sognare una città che parte dagli ultimi, perché nessuno venga abbandonato a se stesso o lasciato in mano a uomini senza scrupoli e dignità.La Chiesa diocesana e l’Amministrazione comunale hanno pensato ad un Festino che faccia sognare famiglie ed educatori e che apra prospettive di speranze per un futuro pacifico e sereno.
Un corretto processo educativo inizia alla relazione interpersonale buona e familiare, all’accoglienza affettuosa e rispettosa, alla fiducia reciproca, all’ascolto attento, al desiderio di legalità e di giustizia, al bisogno di trascendenza.
Educare significa aiutare a riconoscere la propria vita e la propria storia dentro un contesto sociale che ha bisogno dell’apporto di tutti, per il rispetto delle regole e delle norme, ma anche aperto verso il futuro e verso il mistero dell’amore.
La scelta di educare si fonda sull’evidenza che l’essere umano non è dotato di tutto ciò di cui ha bisogno per diventare se stesso, che non sono sufficienti una crescita biologica, un adattamento psicologico e una protezione sociale.L’uomo ha bisogno di altro!
Abbiamo bisogno di pensare ad un progetto educativo che susciti e riconosca il desiderio, che non difetta del coraggio della proposta, che conosca il gusto e la sfida della pazienza, della gradualità, della reciprocità, che non si arrenda lungo il cammino, ma perseverando continuamente apra spazi di cultura e d’amore, ripetendo nei gesti oltre che con le parole: Tu mi interessi!Tu sei una persona di valore!
L’uomo ha bisogno di relazioni che lo risveglino alla coscienza di se stesso, che lo avviino alla vita culturale, morale e spirituale, cioè lo introducano nel mondo e lo abilitino a farne esperienza sensata; inoltre, per i cristiani, educare significa accompagnare qualcuno ad incontrare Gesù come Signore della propria vita, così come hanno fatto Modesto e Crescenza con Vito. Oggi, più che in altri tempi, abbiamo bisogno veramente di tanti “Modesto” e “Crescenzia”.
L’azione educativa si fonda sull’esperienza che nessuno diventa uomo da solo: l’apporto degli altri è determinante per diventare quello che si desidera essere; la fiducia degli altri, il riconoscimento degli altri, la relazione costante e critica sono necessari per maturare come uomini e compiere scelte personalizzate; riconoscersi legati, dipendenti gli uni dagli altri, per essere se stessi, è un punto su cui non si può facilmente sorvolare.
Tutto questo non si può improvvisare e non può essere lasciato alla buona volontà di qualcuno. Separarsi o contrapporsi, screditare o relativizzare le strutture dello Stato o la presenza delle comunità ecclesiali e scolastiche, non è la via che possiamo percorrere come educatori. Collaborare e valorizzare, dialogare e confrontarsi credo che sia l’unica scelta possibile, per non abbandonare i nostri ragazzi nella superficialità o, ancor peggio, in mano alla delinquenza e alla mafia.Al Festino è stato affidato il delicato compito di aiutare qualcuno a maturare la vocazione ad educare alla pace.
È una visione della vita che va condivisa e strutturata per diventare progetto sociale. La Tavola Rotonda si propone di dare un apporto per entrare in questa visione e cominciare a pensare la nostra città dentro questa logica educativa.
Il Festino di San Vito 2026, mentre ci radica dentro la tradizione viva della nostra cultura, ci apre a scrutare, in modo intelligente e costruttivo, il futuro che ci attende.
Nel cuore dell’estate, il nostro Festino, dedicato al Santo protettore e concittadino Vito, offre spiritualità peruna fede incarnata e inculturata, tradizione per non sciupare la radice della nostra l’identità, spettacolo e cultura per ricreare il corpo e lo spirito, ma anche opportunità per riflettere insieme e sognare un tempo di pace e di fraternità. Un Festino dalle ampie vedute che esprime il desiderio di vita e di trascendenza e che aiuti tutti ad andare oltre la polemica e la grettezza mentale.
Modesto e Crescenzia che sono stati gli educatori del giovane Vito,martiri paleocristiani, morti durante la grande persecuzione di Diocleziano (303)insieme a Vito, illuminino e aiutino,ad assumersi le proprie responsabilità, tutti coloro che sentono di avere un ruolo o una vocazione educativa.