A Mazara del Vallo per liberare il porto dai relitti finalmente qualcosa si muove. Ma tra progetti, conferenze decisorie, pareri e scadenze, la domanda resta sempre la stessa: quando le imbarcazioni abbandonate spariranno davvero dagli specchi acquei della città? Andiamo per ordine.
Il nuovo caso (da noi raccontato lo scorso 19 ottobre) è quello dell’"Esmeralda Prima, il motopesca, di medie dimensioni, affondato nella mattinata del 13 ottobre, nel "porto nuovo ove era ormeggiato, all’angolo fra la "Calata San Vito" e la banchina Ammiraglio Francese. A fare chiarezza sulle circostanze operative è intervenuta un’ordinanza della Capitaneria di Porto, firmata dal comandante, capitano di fregata Stefano Luciani, che vieta il transito e la sosta sul ciglio della banchina e nei tre metri verso l’interno dell’area interessata.
Il motivo è concreto: la presenza di cavi d’ormeggio in tensione, con conseguenti rischi per la sicurezza delle persone. L’accesso è consentito al personale incaricato delle operazioni di rimozione, antinquinamento e messa in sicurezza. Un provvedimento necessario, certo. Ma che aggiunge un nuovo episodio a una situazione già da tempo sotto gli occhi di tutti Il Comando della Capitaneria di porto di Mazara del Vallo ci ha riferito di aver formalizzato anche una diffida imponendo la rimozione completa del natante ai suoi affidatari (il Tribunale di Trapani dopo la confisca lo ha affidato da un'associazione del territorio) entro il giorno 23 ottobre.
Quattordici relitti, un progetto e una domanda sui finanziamenti. Dopo il nostro articolo del 19 ottobre, dedicato alla presenza di relitti nel porto e nel fiume Mazaro, l’Amministrazione comunale ha annunciato l’avvio di un progetto per la loro rimozione, finanziato dalla Regione Siciliana con 480 mila euro.
Il piano prevede interventi nel porto nuovo, nel porto canale e lungo il fiume Mazaro. Nell’area del "porto nuovo", il porto ove ormeggiata la flotta peschereccia (o meglio, quel che resta) sono individuati cinque natanti di grandi e medie dimensioni: Giacomo Gancitano, Nazario Sauro, Graziella Campo, Mattia Madre e Nuovo Eteocle. Per alcune imbarcazioni (in copertina vedi foto da noi scattata) saranno necessari pontoni con gru di elevata portata e mezzi specializzati; per i relitti in acciaio Nazario Sauro e Graziella Campo è previsto anche il taglio subacqueo preliminare.
Nel porto canale figura invece il relitto Sara II, lungo 15,50 metri, oltre a nove piccoli natanti. Un intervento complessivamente importante, finalizzato al recupero ambientale, alla sicurezza della navigazione, alla riduzione dei rischi d’inquinamento e al ripristino del decoro delle aree portuali.
Resta, però, un interrogativo tutt’altro che secondario: come si concilia il finanziamento da 480 mila euro con le precedenti indicazioni relative a uno stanziamento regionale di circa un milione di euro? Si tratta di risorse differenti, di una rimodulazione o di cifre riferite a interventi diversi? Un chiarimento sarebbe opportuno, perché quando si parla di denaro pubblico la trasparenza non è un dettaglio.
Intanto, il progetto esecutivo, redatto dall’architetto Vincenzo Di Fede e dal geometra Giovanni Di Matteo, con il geometra Mario D’Agati quale responsabile unico del procedimento, è entrato nella fase delle verifiche: il 31 ottobre è il termine previsto per richiedere integrazioni e chiarimenti, mentre il 30 novembre scade quello per l’espressione dei pareri attraverso lòe conferenze di servizio con gli enti e autorità di competenza, fra questi anche la locale capitaneria di Porto. Date e procedure indispensabili, ma che non vanno confuse con la conclusione dei lavori. Perché un relitto non scompare con una determina e il porto non si ripulisce con una conferenza decisoria.
Il caso Danish e l’eterna attesa. C’è poi il Danish, imbarcazione in legno di grandi dimensioni abbandonata da anni nel porto canale, in un tratto della banchina ovest dell'insenatura ben visibile dalla riva opposta, quasi di fronte il complesso monumentale di San Nicolò Regale. La struttura, ormai in avanzato stato di degrado, è diventata un ricettacolo di rifiuti e continua a deturpare una delle aree più caratteristiche del fiume Mazaro. Secondo quanto riferito dalla Capitaneria, qualcosa sembrerebbe muoversi per una sua rimozione da parte degli originari proprietari ai quali la stessa Capitaneria ha già fornito relative autorizzazioni. Anche qui, tuttavia, occorrerà attendere gli sviluppi concreti.
Il problema, infatti, non è soltanto estetico. I relitti occupano spazi, possono costituire un pericolo per la navigazione e alimentano rischi ambientali legati a carburanti, oli e materiali deteriorati. Una criticità che si somma a quella, mai risolta, del mancato dragaggio del porto, con le conseguenti limitazioni alla piena fruibilità dell’infrastruttura da parte della Capitaneria.
Per una città che ha costruito una parte fondamentale della propria identità e della propria economia sulla pesca, il quadro è quantomeno paradossale: si parla di valorizzazione del porto, di rilancio della marineria e di sostenibilità, mentre nelle sue acque continuano a giacere testimonianze galleggianti dell’abbandono. Adesso c’è un progetto, ci sono risorse annunciate e ci sono scadenze da rispettare. È un passo avanti, purché non resti soltanto sulla carta.
La vera notizia, a questo punto, non sarà l’annuncio di un nuovo intervento, ma la rimozione del primo relitto. E poi del secondo, del terzo, fino a restituire al porto di Mazara del Vallo sicurezza, decoro e spazi utilizzabili. Perché dopo anni di attese, ordinanze e imbarcazioni lasciate al loro destino, i cittadini hanno diritto a una risposta semplice: quando cominceranno davvero i lavori e quando il porto sarà finalmente liberato dai suoi relitti?
Francesco Mezzapelle