A sorpresa e con un margine ampio, il 53,56% degli elettori ha bocciato la riforma della giustizia promossa dal governo Meloni. Il fronte del No ha raccolto circa 14,7 milioni di voti, oltre due milioni in più rispetto al Sì, fermo al 46,41%.
Gli italiani hanno quindi respinto la revisione costituzionale che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma. Si tratta di una battuta d’arresto significativa per l’esecutivo, che aveva fortemente sostenuto la riforma approvata dal Parlamento.
L’affluenza definitiva si è attestata al 58,9%, un dato nettamente superiore rispetto alle recenti consultazioni: i referendum abrogativi del 2025 (29,8%) e le elezioni europee del 2024 (49,7%). È il quinto referendum costituzionale nella storia della Repubblica e il secondo — dopo quello del 2006 sulla devolution — a respingere una riforma già approvata dalle Camere.
Determinante è stata la mobilitazione del fronte del No, che ha superato il tradizionale bacino elettorale delle forze politiche contrarie alla riforma. Secondo le stime Opinio, il 57,7% degli elettori che non avevano votato alle europee del 2024 ma si sono recati alle urne per il referendum ha scelto il No.
Il risultato non può essere letto esclusivamente come una vittoria del centrosinistra. Più che di “campo largo”, si tratta di un’affermazione trasversale, sostenuta anche da ampi settori della società civile, mobilitati in difesa dell’impianto costituzionale.
La geografia del voto
L’alta partecipazione, pari al 58,93%, è stata decisiva e ha riguardato soprattutto il Centro-Nord. Le province con i dati più elevati sono Firenze (70,0%), Bologna (69,2%), Siena (67,9%), Ravenna e Reggio Emilia (66,9%).
Secondo le stime YouTrend, il Sì prevale in tre regioni — Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto — mentre il No si impone in tredici regioni e in tutti i capoluoghi di regione. In Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Umbria e Valle d’Aosta il risultato è rimasto incerto fino alle ultime sezioni. Particolarmente significativo il dato della Campania, con Napoli tra le città dove il No ha raggiunto i livelli più alti, mentre il Veneto si conferma roccaforte del Sì.
La frattura generazionale
Il voto ha evidenziato una netta divisione per età. I giovani hanno trainato il No: secondo Opinio, tra gli under 34 il No raggiunge il 61,1%. Tra gli over 55, invece, prevale il Sì con il 50,7%.
Un dato rilevante anche sul piano sociologico. Se tradizionalmente si associa alle fasce più anziane una maggiore attenzione alla Costituzione, il risultato suggerisce dinamiche diverse: gli elettori più maturi appaiono più allineati ai canali politici tradizionali, mentre i giovani esprimono orientamenti che spesso sfuggono alle forme classiche di rappresentanza, anche attraverso modalità di mobilitazione nuove, in cui i social sono solo uno degli strumenti.
Le motivazioni del voto
L’instant poll YouTrend per Sky TG24 indica che la principale motivazione del No è stata la volontà di non modificare la Costituzione (61%), seguita dal rifiuto del sorteggio dei componenti del Csm (39%) e dal voto di opposizione al governo (31%).
Marginale il peso delle indicazioni di partito (7%) e dell’opposizione alla separazione delle carriere in sé (4%). Nel complesso, il 69% degli elettori dichiara di aver votato sulla base del merito della riforma, contro il 28% che ha espresso un voto politico. Tuttavia, la componente politica risulta più marcata tra gli elettori del No (34%) rispetto a quelli del Sì (21%).
Nel complesso, il referendum segna una battuta d’arresto per il governo. Il tentativo di riforma, portato avanti senza un ampio consenso bipartisan, si è trasformato in un test politico dall’esito negativo, evidenziando limiti sia nella costruzione del consenso sia nell’efficacia della campagna referendaria.
Francesco Mezzapelle