Riceviamo e pubblichiamo la seguente nota:
Questa non è una riflessione sul referendum. Al momento in cui ho iniziato a scrivere, il referendum non c’era ancora stato. Piuttosto si tratta di un tentativo di analisi, seppur conciso e stringato e limitato alle mie conoscenze, sul disinteresse diffuso e generale all’esercizio della democrazia. La democrazia in affanno Dal secondo dopoguerra in poi, tutte le chiamate alle urne (siano esse elezioni politiche, europee, regionali e comunali) hanno registrato un calo dell’affluenza. Alle ultime politiche (2022) ha votato il 64% degli aventi diritto.
È la percentuale più bassa registrata nella storia della Repubblica e anche la più bassa di sempre alle elezioni politiche dei quattro grandi Paesi dell’Unione europea (Francia, Spagna, Italia e Germania). Se la passano peggio le Europee. Nel 2024 hanno votato il 55% degli elettori. Ma Roma e Bruxelles sono lontane, si penserà. Evidentemente sono lontani anche i Capoluoghi di Regione o gli stessi Comuni, in cui votano, in media, solo il 50% dei cittadini maggiorenni. Come per tutte le questioni complesse, la causa è ovviamente multifattoriale.
Si può parlare ad esempio di clima di sfiducia verso le istituzioni, di distanza anche fisica e geografica rispetto alle sedi di voto, di post-ideologia e tardo-capitalismo, di sovraccarico di informazione, di piazze reali che si svuotano e “piazze” social e virtuali che si riempiono, di nuovi media, di impoverimento del dibattito pubblico, di precarietà e sfiducia nel futuro, perfino di analfabetismo funzionale, per citarne alcune. Tuttavia ritengo che ci sia una causa più subdola alla base del disinteresse generale al diritto-dovere che è il voto: l’astensione non è solo apatia politica, ma un segnale di imbarazzo nell’essere democratici, di fastidio al dovere civico. Il paradosso del diritto-dovere di voto E’ comune definire il voto come un diritto e un dovere civico, evidenziando la dualità tra conquista democratica e partecipazione civica.
E’ ancora più comune intendere il voto solo come diritto, un invito che ci spetta, ma che possiamo tranquillamente declinare. Del resto, per il nostro ordinamento il voto non è considerato obbligatorio. Sulla materia, il primo testo ad esprimersi fu il DPR 361 del 1957, in cui l’articolo 4 stabiliva che “l’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il paese”. La norma rimase in vigore fino al 1993, quando il comma fu sostituito da: “Il voto è un diritto di tutti i cittadini, il cui libero esercizio deve essere garantito e promosso dalla Repubblica”.
Il testo cambia nuovamente nel 2005, arrivando a contemplare sia il diritto che il dovere al voto. In questi passaggi, viene cancellato il riferimento all’obbligo, passando al meno impegnativo dovere civico. E’ evidente tuttavia che, in assenza di pene, parlare di un dovere o un obbligo non crea alcun tipo di conseguenza. Eppure, in Belgio, Lussemburgo, Grecia, Liechtenstein e Bulgaria (e in altri 23 paesi nel mondo) sono previste sanzioni pecuniarie o amministrative per chi si rifiuta di recarsi alle urne.
Tutto ciò perché gli equilibri democratici, oggi più che mai, si mostrano fragili e il buon funzionamento della democrazia presuppone partecipazione, altrimenti si incorre in una stortura del sistema, una postdemocrazia. Con quest’ultima espressione si intende: “la democrazia all'inizio del terzo millennio, caratterizzata dal rispetto formale delle regole democratiche, ma sempre meno partecipata dai cittadini e sempre più controllata da ristrette cerchie interne ai poteri pubblici e privati (burocrazie, tecnocrazie, lobby finanziarie, economiche e politiche, mezzi di comunicazione di massa)”.
Il rischio è drammaticamente reale, basti guardare agli Stati Uniti di Trump. L’Astensione non come protesta ma come disimpegno E forse, in fondo in fondo, non è questo ciò a cui aspiriamo come società? Essere sollevati dall’incombenza delle decisioni e intraprendere la scelta definitiva: quella di non scegliere, delegando completamente. Il voto, nella società dell’AI che ci sospende dal pensiero critico, sembra quasi un obsoleto fardello novecentesco, uno sforzo delle meningi, quando invece, al massimo, avremmo dovuto delegare tutto a chi scegliamo una volta ogni cinque anni. Qual è il reale risparmio di questa “economia” a perdere? Credo sia la volontà di abbandonarsi ogni giorno un po’ a quell’edonismo reaganiano che oggi è più vivo che mai, spinto dallo sfilacciarsi del collettivismo di cui è causa ed effetto.
Siamo ridotti non più a individui, ma a soggetti. E attorno a noi c’è il vuoto. E’ assolutamente naturale (nel capitalismo) cercare di colmare questo horror vacui attraverso il consumismo sfrenato e ricerca del piacere personale. Anche perché “fuori” c’è la paura, l’incertezza, la morte. Scrive U. Eco a proposito: “Questo "soggettivismo" ha minato le basi della modernità, l'ha resa fragile: una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità.
Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica), e le uniche soluzioni per l'individuo senza punti di riferimento sono da un lato l'apparire a tutti i costi, l'apparire come valore [...] e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all'altro in una sorta di bulimia senza scopo.” Nell’attualissimo “Discorso sulla Servitù Volontaria” (scritto nella seconda metà del 1500) di E.
de La Boétie una delle cause che spinge la società ad “emanciparsi” dai diritti politici è che quest’ultima vive in un addormentamento continuo, indotto dai piaceri della vita mondana. Così facendo si ritrova costantemente distratta e intrattenuta, sovraccaricata da una quantità di stimoli che il cervello umano non è fatto per elaborare e perciò, alla fine si ritrova stanca e incapace di riflettere sulla propria condizione di cittadinanza (e/o di sudditanza).
L’astensione non può essere quindi una protesta perché non ha coscienza di questi meccanismi. Semmai è una reazione involontaria ai troppi stimoli, alla troppa apparente libertà. Siamo letteralmente all’imbarazzo della scelta e il richiamo alle urne interrompe, con fastidio, la costante ricerca di soddisfazione personale. Questa è la vera, definitiva libertà: essere liberi dal pensiero.