Mazara, il mancato dragaggio del porto canale. La logica emergenziale è il fallimento della politica

Ridotto il pescaggio nel bacino portuale. Il costo reale dell’immobilismo ricade su chi lavora con il porto

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
06 Maggio 2026 08:56
Mazara, il mancato dragaggio del porto canale. La logica emergenziale è il fallimento della politica

Il caso del porto canale di Mazara del Vallo è l’emblema di una patologia amministrativa ben nota in molte realtà italiane: opere riconosciute da decenni come indispensabili che restano intrappolate in una spirale di rinvii, contenziosi e soluzioni provvisorie. Qui, tuttavia, la gravità è amplificata dal fatto che non si tratta di un’infrastruttura marginale, ma del cuore pulsante di una delle marinerie più rilevanti del Mediterraneo.

Il provvedimento della Capitaneria di porto — che aggiorna i pescaggi consentiti — è tecnicamente ineccepibile e persino doveroso. Ma proprio per questo rivela il paradosso: lo Stato interviene per gestire il rischio, non per eliminarlo. Si certifica ufficialmente che i dati batimetrici sono obsoleti, che i fondali sono mutati, che la sicurezza è compromessa; eppure, invece di risolvere la causa, si ridefiniscono i limiti entro cui convivere con il problema. È una logica emergenziale che si sostituisce alla programmazione.

Il dragaggio, atteso da circa quarant’anni, rappresenta il nodo irrisolto di questa vicenda. Non siamo di fronte a un imprevisto, ma a un fallimento strutturale della governance pubblica. Il blocco dei lavori per una controversia economica relativamente modesta — circa 900mila euro — appare sproporzionato rispetto alla portata strategica dell’intervento. Da un lato, l’impresa che chiede una revisione dei costi; dall’altro, la stazione appaltante (collegata alla Regione Siciliana) che valuta la rescissione del contratto. In mezzo, un territorio che resta ostaggio di una disputa amministrativa. È difficile non leggere in questa dinamica una carenza di strumenti efficaci di mediazione e una rigidità burocratica incapace di adattarsi a contesti complessi.

A rendere il quadro ancora più intricato interviene la dimensione ambientale, che non può essere liquidata come un ostacolo secondario. Le preoccupazioni sulla gestione dei sedimenti nella “colmata B” indicano un deficit di trasparenza e pianificazione: quando cittadini e associazioni temono contaminazioni o cattiva gestione, il problema non è solo tecnico, ma di fiducia. Tuttavia, anche qui emerge una criticità tipicamente italiana: la tutela ambientale rischia di trasformarsi, in assenza di processi chiari e condivisi, in un ulteriore fattore di paralisi anziché in una componente integrata della soluzione.

Nel frattempo, il costo reale dell’immobilismo ricade su chi lavora. I pescatori sono costretti a operare in condizioni sempre più precarie, tra fondali ridotti, detriti e manovre rischiose. La sicurezza diminuisce, i margini economici si assottigliano, e l’incertezza diventa la norma. Eventi naturali come il "marrobbio", già di per sé difficili da gestire, trovano in un porto non dragato un moltiplicatore di rischio. In questo senso, il mancato dragaggio non è solo un problema infrastrutturale: è una questione sociale ed economica.

Il punto critico, dunque, non è semplicemente il ritardo, ma la sua normalizzazione. Quando una soluzione tampone diventa prassi e un’opera urgente resta incompiuta per decenni, si crea un sistema che si adatta all’inefficienza invece di correggerla. Mazara del Vallo rischia di pagare un prezzo alto per questa inerzia: la perdita progressiva di competitività del porto, l’erosione del tessuto produttivo e un crescente senso di sfiducia nelle istituzioni.

Senza un cambio di passo — che significhi sbloccare il contenzioso, garantire trasparenza ambientale e riprendere concretamente i lavori — il dragaggio continuerà a essere una promessa sospesa. E il porto, anziché rappresentare una risorsa, resterà un problema gestito ma mai risolto.

Francesco Mezzapelle

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