Il disastro nucleare di Chernobyl e la “paura invisibile” nei ricordi di un allora 12enne siciliano

A 40 anni da quella catastrofe affiorano ricordi legati al rischio dell’avvicinarsi della nube radioattiva

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
27 Aprile 2026 09:17
Il disastro nucleare di Chernobyl e la “paura invisibile” nei ricordi di un allora 12enne siciliano

Ieri 26 aprile molti media hanno ricordato il 40^ anniversario del disastro di Chernobyl, simbolo di una catastrofe silenziosa. L’esplosione del reattore nucleare liberò fortissime radiazioni, una nube invisibile ma letale, costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Intere città dell’Ucraina (allora ancora una delle Repubbliche Sovietiche) rimasero vuote, sospese nel tempo, come se la vita fosse stata improvvisamente interrotta. Ancora oggi, quel disastro rappresenta un monito sulla pericolosità della tecnologia quando sfugge al controllo umano e sull’impatto duraturo che può avere sull’ambiente e sulla salute.

Avevo dodici anni quel 26 aprile 1986, e in Sicilia la primavera sapeva già d’estate. Non sapevo nemmeno dove fosse davvero Chernobyl, su quale punto della carta si trovasse, ma ricordo benissimo la faccia seria dei grandi. Le informazioni dal luogo del disastro (ove vi furono centinaia di vittime) arrivavano a singhiozzo, “filtrate”, vi era ancora la “guerra fredda” seppur l’ascesa da circa un anno alla presidenza dell’URSS di Mikhail Gorbaciov stava producendo i primi processi di riforma legati alla “perestrojka” e alla “glasnost”. La televisione parlava piano, quasi con rispetto, e le parole “centrale nucleare” e “radiazioni” entrarono in casa nostra senza chiedere permesso.

Mi sembrava una cosa lontanissima, come se appartenesse a un altro mondo. E invece no. Me lo fecero capire i divieti improvvisi: niente latte fresco, niente verdure dell’orto, niente pioggia addosso. La parola “nube” diventò qualcosa di minaccioso. Non era più quella che portava ombra o pioggia, era invisibile, carica di qualcosa che non si vedeva ma faceva paura. E questa, per un bambino, è la cosa peggiore: temere qualcosa che non puoi né toccare né guardare.

Mia madre stendeva i panni guardando il cielo con sospetto, come se anche quello potesse tradirci. Mio padre ascoltava il telegiornale in silenzio, con le braccia conserte, e quando finiva scuoteva la testa senza dire nulla, ed io che lo incalzavo con diverse domande con in mano un libro di geografia (materia che amavo studiare); allora iniziai a comprare i quotidiani, per saperne di più... A scuola purtroppo della vicenda se ne parlava poco, come se fosse un tabù, forse ciò dettato dalla necessità (mi piace pensare così) di evitare ansie e paure fra gli studenti.

Ricordo anche le discussioni tra adulti. C’era chi diceva che non sarebbe arrivato nulla fin qui, chi invece era convinto che fossimo già contaminati. Sembravano tutti esperti improvvisati, come d’altronde avviene oggi con i “social”. Io ascoltavo, leggevo molto, e cercavo di mettere insieme i pezzi, ma quello che mi rimaneva era solo una sensazione: il mondo, improvvisamente, non era più così sicuro; questa percezione l’avevo maturata in verità alcuni giorni prima di Chernobyl, il 15 aprile di quello stesso aprile quando il presidente USA Ronald Reagan ordinò l’attacco alla Libia di Gheddafi, e diversi aerei americani nella notte passarono sopra le nostre teste prima di bombardare Tripoli, l’indomani Gheddafi fece sparare dei missili su Lampedusa che fortunatamente si inabissarono in mare prima di raggiungere la costa siciliana.

Tornando a Chernobyl, col tempo ho capito cosa fosse successo davvero, la portata del disastro, le vite cambiate per sempre. Ma quel ricordo resta legato più alle emozioni che ai fatti: la paura silenziosa, i gesti prudenti, gli sguardi preoccupati degli adulti.

Oggi ho cinquantadue anni e quando sento parlare di Chernobyl non penso subito all’Ucraina o alla centrale. Penso a quella cucina, alla luce della televisione accesa, e a quella paura silenziosa di fronte al nemico “invisibile”. Penso a quel momento preciso in cui ho capito, per la prima volta, che anche qualcosa di lontano può arrivarti addosso senza che tu possa farci niente. E forse è stato lì che ho perso un pezzo di innocenza, insieme a tanti altri della mia generazione.

Francesco Mezzapelle 

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