Vicenda sequestro pescatori a Bengasi, il punto della situazione dopo 103 giorni

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
12 Dicembre 2020 11:26
Vicenda sequestro pescatori a Bengasi, il punto della situazione dopo 103 giorni

La notizia dell’ultima ora è quella dell’esistenza di un percorso parallelo, portato avanti da uno dei due armatori dei pescherecci sequestrati in Libia, alle proteste portate avanti da ben 103 giorni dai familiari dei diciotto pescatori (otto italiani, sei tunisini, due indonesiani e due senegalesi) detenuti nel carcere di el Kuefia, a pochi chilometri da Bengasi dove sono invece sequestrati i due motopesca mazaresi “Antartide” e “Medinea” fermati lo scorso primo settembre, a 35 miglia dalle coste libiche, in acque internazionali.

L’armatore dell’Antartide, Leonardo Gancitano, qualche mese fa “per disperazione” – così ha dichiarato al quotidiano Avvenire, ha avviato un’iniziativa affidandosi all’avvocato piemontese Carola Matta e a un legale libico, di Bengasi, per una “co-difesa” internazionale. Una via da percorrere per un risultato del tutto sconosciuto, perché, e di questo ne sono convinti –si legge sempre su Avvenire- l’avvocato Matta e lo stesso armatore. Ricordiamo che la controparte è un’autorità non riconosciuta (l’LNA sotto il comando del generale Khalifa Haftar) e la questione dovrebbe essere affrontata davanti a un tribunale militare.

Sulla data e modalità della prima udienza, che potrebbe avvenire la prossima settimana, non vi è ancora certezza. Nel frattempo i familiari dei diciotto pescatori sono tornati anche ieri sera a manifestare la loro rabbia e amarezza sotto la casa, nel centro di Mazara del Vallo, dei genitori del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. La protesta è scattata poche ore dopo aver appreso della liberazione, dopo soli cinque giorni, da parte delle forze del generale Khalifa Haftar del cargo turco “Mabouka”, e dei suoi diciassette uomini di equipaggio, fra i quali sette turchi.

La nave era entrata in una “zona proibita” al largo delle coste di Derna, nella Libia orientale, in acque territoriali libiche. Al Comandante della nave era stato inizialmente contestato il trasporto di droga poi però a seguito di minacce di ritorsioni militari da parte del Governo Ankara, il cargo ed il suo equipaggio è stato liberato semplicemente con il “pagamento –come ha riferito il portavoce di Haftar, il generale Ahmed al Mismari- di una multa per aver violato le acque libiche”.

Da qui lo sconcerto dei familiari di mogli, madri e figlie dei marittimi, sia italiani che tunisini, hanno urlato, piangendo, la loro disperazione (vedi foto di copertina) per una situazione che ormai, dopo più di tre mesi, è divenuta insostenibile (soltanto i pescatori italiani hanno avuto lo scorso 11 novembre la possibilità di parlare con i propri familiari). La loro protesta sotto la casa del ministro Bonafede è stata controllata da un forte dispiegamento delle forze dell’ordine, con l’intervento dei massimi vertici provinciali.

Siamo indignati perché i nostri congiunti subiscono un trattamento diverso da quello riservato ai turchi. Il ministro degli Esteri, Di Maio, ci deve riportare i nostri cari a casa, siamo indignati e disposti ad inscenare proteste estreme”. Ha avvertito con le lacrime negli occhi Cristina Amabilino, moglie di Bernardo Salvo, uno dei marittimi sequestrati. Arrabbiato l’armatore del motopesca “Medinea”, Marco Marrone: “aveva ragione la Meloni, se avessimo avuto un governo con il minimo sindacale di attributi a quest’ora Haftar avrebbe visto il profilo delle nostre navi militari dalla propria costa”.

Il sindaco Salvatore Quinci ha dichiarato: “c'è un senso di smarrimento e di incredulità in questo momento. Proviamo la sensazione che il nostro Stato non conti nulla. Oltre cento giorni di attesa sono davvero troppi: un tempo lunghissimo. Ed ora la vicenda della liberazione della nave turca sta generando una rabbia enorme da parte dei nostri concittadini che attendono il rilascio dei propri congiunti. Sembra che il nostro governo non abbia le carte in regola per risolvere questa situazione.

Ci sentiamo non tutelati”; il primo cittadino mazarese in un servizio su La7 ha “tranquillizzato” il ministro Bonafede circa le intenzioni dei manifestanti. A parlare di vera e propria vergogna in meriuto alla mancata liberazione dei pescatori è il presidente del Consiglio comunale di Mazara, Vito Ganciotano, fin dal primo momento vicino ai familiari dei pescatori sequestrati; purtroppo –ci rammarica evidenziarlo ma è la verità dei fatti- al fianco di Gancitano in questi 103 giorni, a parte qualche sporadica apparizione, non abbiamo visto nessun altro consigliere comunale, sia di maggioranza ed opposizione.

Amareggiato anche il responsabile regionale di Uila Pesca, Tommaso Macaddino, anche lui ha seguito fin dal primo momento la vicenda insieme ai familiari dei pescatori: “II cargo turco liberato attraverso un riscatto era stato fermato con la stessa motivazione di sconfinamento avanzata ai nostri pescherecci. I nostri pescatori –ha sottolineato Macaddino- sono rinchiusi in carcere senza un ragionevole motivo, in violazione dei più elementari principi di diritto internazionale.

Il passare di così tanti giorni sta facendo vacillare la fiducia. Chiediamo alle istituzioni –ha concluso il sindacalista- di intensificare gli sforzi verso un intervento deciso e risolutivo che possa determinare l’immediato ritorno a casa dei 18 pescatori, dove li attendono le loro famiglie”. Ricordiamo che al contrario del cargo turco sequestrato a circa 8 miglia dalla costa libica, quindi entro le acque territoriali, i pescherecci mazaresi sono stati sequestrati in acque internazionali, all’interno però di quella che i libici ritengono essere un'area di loro pertinenza (dichiarata unilateralmente nel 2005 dalla Libia), la cosiddetta ZEE (zona economica esclusiva) che si estende 74 miglia dalla base di costa (62 miglia oltre le 12 territoriali), mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

Quell'areale di pesca in acque internazionali è frequentato storicamente dai pescherecci di Mazara del Vallo per la pesca del rinomato gambero rosso (fondali fangosi profondi da 400 a 800 metri). Che valore ha, inoltre, la ZEE libica se questa è stata dichiarata da uno Stato e da un Paese (quello sotto la guida del colonello Gheddafi) che di fatto non esiste più, e visto che oggi la Libia è divisa in pratica in due parti, la Tripolitania e la Cirenaica con due Governi? Sulla vicenda del cargo turco liberato è intervenuto anche l'ex parlamentare e sindaco di Mazara per 10 anni, Nicola Cristaldi: “è questa la dimostrazione della marginalità della politica estera del nostro Paese.

E' una sconfitta –ha ribadito Cristaldi- delle istituzioni italiane a tutti i livelli e appare alquanto inquietante il silenzio delle istituzioni locali che dovrebbero attivare forme di protesta anche eclatanti per ottenere la liberazione dei nostri pescatori”. Il mazarese Francesco Sammaritano, segretario generale del Coppem, attraverso una nota, ha chiesto ad Ahmad Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba, di intervenire e intercedere con le autorità libiche per il rilascio dei marinai di Mazara, ingiustamente detenuti in Libia.

Il Coppem, inoltre, sta lavorando alla redazione di una dichiarazione comune, a firma di tutti i delegati, per una ferma condanna dell’atteggiamento ingiustificato delle autorità libiche. “Purtroppo – ha detto Sammaritano – la vicenda della nave turca, rilasciata dopo pochi giorni dal sequestro, evidenzia la debolezza della politica estera italiana e il profondo senso di solitudine delle famiglie che sono in attesa che il governo si mobiliti per il rientro dei pescatori, entro Natale”.

Infine ieri abbiamo appreso che l’Unione Europea ha lanciato oggi un appello affinchè le autorità libiche “rilascino immediatamente i pescatori italiani trattenuti da settembre senza che sia stata avviata alcuna procedura legale” nei loro confronti. E’ quanto si legge nelle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo. A nostro avviso, seppur positivo, arriva molto tardi, dopo oltre 100 giorni (e guarda caso dopo la liberazione del cargo turco) l’appello lanciato dall’Unione Europea “In questi mesi –hanno dichiarato all’Agi la capogruppo alla Camera, Mariastella Gelmini, e le deputate forziste siciliane Giusi Bartolozzi, Patrizia Marrocco, Stefania Prestigiacomo e Matilde Siracusano- dal Governo Conte e dal ministro degli Esteri Di Maio solo parole e buoni propositi, ma di fatto nessun passo avanti.

Con le famiglie giustamente disperate e con tutta la comunità nazionale in apprensione per questa assurda vicenda. Che l’appello della Ue sia da monito per l’esecutivo. Occorre accelerare, intensificare l’azione diplomatica e riportare a casa al più presto i nostri pescatori”. Infine ci chiediamo dove siano i parlamentari siciliani, a vari livelli, e politici del M5S e del Pd che a parte qualche sporadica apparizione (e passerella), nei primi giorni del sequestro, sono poi letteralmente scomparsi.

Anche di questo, dopo la soluzione della vicenda (speriamo prima di Natale), bisognerà occuparsene. Nel frattempo nell’ambito del Decreto Legge “Ristori 4” qualche ora fa è stato approvato in Parlamento un emendamento, presentato dal presidente del senatori di Italia viva, Davide Faraone, che prevede un sostegno economico da 500.000 euro per il solo 2021 da destinare alle famiglie dei marittimi in caso di sequestro in alto mare da parte di forze straniere irregolari. Si ok ma è la liberazione dei pescatori, entro Natale, quello che vogliono, al momento le famiglie.

Francesco Mezzapelle      

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