Ultime della sera: “Quando non c’era il telefonino”

Redazione Prima Pagina Mazara
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29 Marzo 2021 18:30
Ultime della sera: “Quando non c’era il telefonino”

di Catia CATANIA Ho iniziato a pensarci un po' di tempo fa, quando la mia parrucchiera mi ha spiegato che non occorreva che mi facessi prendere dall'ansia di fronte alla richiesta di mio figlio di acquistargli lo scooter. Lei ha risolto la questione in modo semplice e definitivo: ha un'app collegata col telefonino del figlio che le permette di seguirlo in tutti i suoi spostamenti. Così lui sale in sella e lei vede dove va, il percorso che fa, se si allontana da una traiettoria prestabilita, se è dove dovrebbe essere, quanto tempo ci sta, ma soprattutto quando si ferma.

Ecco, questo è il punto: vedere quando è fermo è fondamentale, perché è in quel frangente che lei può chiamarlo senza timore di distrarlo mentre guida. Ho pensato che se sei ansiosa, vedendolo fermare di botto, potresti anche immaginartelo sfracellato al suolo, uno dei motivi per cui quest'app accentuerebbe le mie paure anziché placarle, ma ho evitato di dirlo. Razionalmente, spogliandomi di tutte le afflizioni e le inquietudini di madre, ho pensato a quello che siamo diventati e al prezzo che facciamo pagare ai nostri ragazzi in cambio della nostra accondiscendenza.

A come stiamo tarpando le ali agli adolescenti, a come abbiamo permesso alle nostre fobie di avere il controllo su tutto, comprese le vite dei nostri figli. Il controllo ossessivo è il salvacondotto per accontentare le loro richieste. Un tempo se un genitore aveva paura di comprare la moto al figlio perché temeva che finisse in ospedale con le ossa rotte gli diceva di no e la cosa finiva li. Ora invece il nostro Sì è asservito a infinite condizioni e richieste che presuppongono una vigilanza invadente e senza sosta sulla loro vita.

Mi sono chiesta se mio figlio avrebbe mai potuto accettare una siffatta condizione, infatti quando gliel'ho detto mi ha dato l'unica risposta che mi sarei aspettata: “Tu sei pazza. Piuttosto cammino a piedi per il resto della mia vita.” E cosi ho pensato alla mia, di adolescenza. Ho avuto il motorino a quindici anni, un Bravo blu della Piaggio con cui scorrazzavo per la città sentendomi felice. La prima volta in cui, correndo con il vento in faccia, mi sono sentita davvero libera. Lo usavo per andare a scuola, per uscire il pomeriggio con le amiche, per andare in spiaggia in estate.

La sera no perché i miei non volevano,  ma durante il giorno potevo muovermi liberamente. E soprattutto loro non sapevano dove fossi. Non esistendo i telefonini, dicevo vado da tal dei tali e dovevano fidarsi. Poi, dentro quel buco di ore potevi fare delle deviazioni, aggiungere altre tappe, vedere altra gente, ma non avevi nessun modo di comunicare che avevi cambiato programma, né i genitori  ritenevano necessario saperlo. Semplicemente si fidavano. Sapevano che a quell'età dovevamo vivere, crescere, sperimentare, imparare a cavarcela.

E ce lo lasciavano fare. Ricordo tutte le volte in cui il motorino mi ha lasciato in panne e ho dovuto spingerlo per chilometri prima di arrivare a casa di un parente o di  un'amica per poter telefonare ai miei. E poi gli imprevisti, i contrattempi, i ritardi che non potevi comunicare perché non avevi un telefono a disposizione! Quando si faceva tardi e sapevi che avresti trovato tua madre affacciata alla finestra a scrutare la strada preoccupata. Come sono sopravvissuti i nostri genitori per ore, a volte persino giornate intere, senza una nostra telefonata? E ce lo ricordiamo quando, più grandicelli, partivamo e stavamo giorni senza dare nostre notizie a casa, finché non ci imbattevamo in una cabina telefonica? La loro muta rassegnazione quando a 18 anni andavamo via per l'università e ci ritrovavamo catapultati dalla tranquillità della provincia nella grande città, piena di insidie e di pericoli per noi giovani e inesperti, da soli e senza un telefono in casa? Anche li, tutte le volte alla ricerca di una cabina telefonica, con le interurbane che costavano un botto di soldi, e tu che vedevi quei gettoni che avevi faticosamente raccolto scendere velocemente senza avere il tempo di finire un discorso di senso compiuto! Certo, a quell'età, in cui pensavamo che il mondo fosse finalmente nostro e vivevamo pienamente i nostri anni, non pensavamo quanto valore potesse avere per i nostri genitori quella seppur breve telefonata dopo giorni senza nostre notizie.

Certificava che eravamo vivi, e che stavamo bene. E anche la scuola era il regno della nostra autonomia, che gestivamo come meglio credevamo. Quando non si entrava per uno sciopero o perché il solito buontempone aveva telefonato per avvisare che c'era una bomba a scuola (sic!) ce ne andavamo con i motorini al mare, o in giro per le strade e le piazze, alla villa, al lungomare a mangiare il gelato, o quando nascondevamo un brutto voto sperando di poterlo recuperare prima dell'incontro dei genitori con gli insegnanti.

Adesso, con il registro elettronico, questi poveri ragazzi non possono nascondere niente: né assenze né ritardi né brutti voti. A pensarci, è veramente triste, soprattutto ultimamente con la dad che ha amplificato tutto questo: è stato tolto loro il diritto di avere dei segreti, quel piccolo spazio tutto  loro da condividere solo con i coetanei. Perché cos'è l'adolescenza se non libertà, trasgressione, desiderio di spiccare il volo e farcela da soli e l'illusione, anche passeggera, di farla in barba agli adulti, ogni tanto?   La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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