Ultime della sera: “I fili invisibili e le “trame” della vita”

L’urgenza dei vaccini al tempo del Covid: la testimonianza di Elisabetta Aniballi.

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
25 Maggio 2021 18:30
Ultime della sera: “I fili invisibili e le “trame” della vita”

Me la ricordo ancora la prima volta che vidi Elisabetta. Ero seduta alla mia postazione a lavorare su qualcosa che ora non ricordo, certamente non dev’essere stata l’apertura del giornale dell’indomani. La redazione di Oggi Castelli era a Marino, uno dei famosi Castelli romani, al piano terra. La porta d’ingresso era di quelle larghe, a doppi battenti, con i vetri ruvidi e spessi.

Lei aprì il battente principale della porta mentre la sua voce chiedeva: “E’ permesso? Posso? Buon pomeriggio, sono qui per incontrare Paolo Brunori”. Quando la segretaria di fronte a me le disse di accomodarsi, lei ringraziò e si accomodò sulla prima sedia utile, a due passi dall’ingresso.

Fece subito scalpore la bella tipa arrivata dal nulla, giunta per incontrare il ‘nostro grande vecchio’. Lo stesso che avrebbe preferito una bella lapidazione in pubblica piazza piuttosto che incrociare una nuova possibile (anzi probabile visto che era giunta fin lì) leva del Gruppo editoriale Ciarrapico. Peppino Ciarrapico sapeva benissimo come la pensava il suo vecchio amico da lustri e lustri, e non lo obbligava mai ad incontri non necessari. Almeno che, appunto, non fossero necessari. Ero appena arrivata ai Castelli dal Molise, ma conoscevo il presidente da più di tre anni ormai. E su di lui ne avevo davvero sentito di ogni.

Però, più lo ascoltavo e più mi appariva coerente! Più lo seguivo e più sembrava logico quello che diceva. Più lo osservavo e più apparivano chiari i suoi programmi. Negli anni a seguire, lasciati quei giri e quelle conoscenze, pochi ricordi conservo di piani coerenti e ben studiati come quelli di allora. Poi certo, parliamo di personaggi che non risultano simpatici a tutti! Ma giudicare una persona sulla scorta del sentito dire, trovo sia di una meschinità davvero degna delle piccole comari dotati di piccoli cervelli, che mai nella vita troveranno di che affrancarsi, se non del veleno e della cattiveria di cui si nutrono e che a piene mani riversano sul prossimo.

Ma torniamo a Elisabetta. Si era accomodata silente, in attesa. I suoi grandi occhi bruni, sapientemente disegnati da un trucco deciso ma non volgare, si spostavano come un mirino, su ognuno di noi. Come se lei guardasse persone e personaggi che le erano stati raccontati e di cui raccoglieva, per la prima volta, pratici riscontri. Il punto era che noi non sapevamo chi fosse lei.

Discreta coma una sfinge, si alzò e si accomodò nell’altra stanza quando Brunori fu pronto a riceverla. Poi la rivedemmo attraversare la redazione, salutare e andare via. Non sapevamo se l’avremmo rivista, ma ci fu modo, perché entrò anche lei a far parte della nostra esclusiva porzione di editoria privata del centro sud, targata Ciarrapico editore.

Ci incontrammo, ci parlammo, ci capimmo. Eravamo davvero poche le donne degne di considerazione nel gruppo. Ma l’ignoranza e la perfidia delle comari riusciva addirittura a surclassare il becero maschilismo e la goliardica fratellanza dei nostri colleghi maschi. Nessuna delle due cercava consensi né tanto meno conferme. Lontana dalla mia vita e dal mio mondo Elisabetta mi invitò ad entrare nella sua di vita. Nella sua casa, nella sua famiglia. Nei suoi affetti.

Ricordo tutto di lei perché era ed è sempre stata una donna piena e completa. Ricordo il suo sorriso e la sua risata. Il suo pianto e la sua disperazione, l’ho guardata mentre viveva e l’ho vista. Così come lei ha visto me.

Sono tornata a casa, in Sicilia, perché un filo mai interrotto nella mia mente mi riportava necessariamente al punto di partenza. Cose irrisolte tipo la mia famiglia o cose risolte tipo un nipote che piange appena nato al telefono mentre tu stai correndo come una pazza sul Gra perché sei in ritardo e il ministro ti aspetta per l’intervista. Oppure come un canto di sirene (il pianto di tuo nipote?) che ti richiama nella terra natìa. Sono partita lasciando molto: lavoro, contatti, amici.

Quando rientri dopo tanti anni è difficile: quello che ti aspetti di ritrovare non c’è più perché nel frattempo molti dei pezzi del puzzle che hai lascito in sospeso hanno trovato collocazione altrove. Di contro, ti manca quello che fino al giorno prima aveva riempito la tua vita. E ti accorgi di avere perso pezzi importanti. Perché non è vero che: “Tanto ci sentiamo”. E: “Si ma prendo e ti vengo a trovare, che ci vuole?”. Le vite seguono ognuna fili diversi e non appena si separano cominciano inesorabilmente a spostarsi su binari paralleli.

Così è successo a me e a Elisabetta. Ognuna di noi è andata avanti con la propria vita, ognuna di noi convinta che tanto prima o poi ci saremmo rincontrate e raccontate. Gli anni sono passati e ci siamo cercate su Facebook così, giusto per non scordarci l’una dell’altra.

Ogni tanto un post, una storia, un pezzo di vita. Una foto, un ricordo che ti riporta ad un pezzo di te stesso che ormai non c’è più ma che rivive grazie all’esistenza di altri. Fino a quando l’estate scorsa ho letto della sua nuova avventura: Elisabetta Aniballi annunciava al mondo di Facebook che si sarebbe rimessa in gioco cimentandosi nelle prove del nuovo concorso in Rai.

Sbircio nell’agenda del mio telefonino poco convinta di trovare quello che cerco. “Sono passati più di vent’anni, cosa ti aspetti di trovare in agenda?”, dicevo a me stessa. E ancora: “Ammesso e non concesso che il numero di Elisabetta ci sia ancora, cosa ti fa credere che nel frattempo non l’abbia cambiato?”. Mentre tutto questo roteava e si inseguiva nei meandri della mia materia grigia, l’istinto guidava la mia mano e spingeva il mio dito a schiacciare su quel numero. “Se non provi come fai a sapere se ha cambiato numero?”. In automatico porto il telefono all’orecchio e sento squillare. “Pronto?”.

Volevo solo sentirla (forse solo sapere di poterlo ancora fare) e augurarle in bocca al lupo per il concorso. Poi, come spesso accade anche su Facebook, ci siamo riperse di vista. Fino a un paio di mesi fa quando ci siamo ricercate e parlate per la necessità di condividere delle Cover sui social che sottolineassero l’urgenza della vaccinazione. Era lo scorso mese di marzo.

Non ti stupisci mai quando Facebook ti ‘nasconde’ per un certo periodo alcuni profili. Gli algoritmi lavorano seguendo un filo che certamente non è il tuo. Dunque non ti preoccupi se non vedi i post di certe persone per un po’. Anzi, non ti poni proprio il problema. Fino a quando, un giorno, ti fermi e leggi. E mentre leggi senti il sangue nelle vene che rallenta e la testa che ti scoppia. E pensi, come non hai mai fatto prima! E hai voglia di urlare e gridare, perché l’urgenza tu l’avevi già sentita. Che bisognava vaccinare tutti, tu l’avevi già gridato. E anche Elisabetta lo aveva fatto. Ma lei, nell’attesa, s’è ammalata.

Riporto la testimonianza che lei ha affidato al suo profilo social (dopo avere chiesto chiaramente il suo consenso) non solo perché è scritto in maniera eccelsa, vista la sapiente professionista che di fatto è, ma per ricordare a quanti hanno ancora dubbi sull’eventuale necessità di vaccinarsi: “Siete sicuri che non serva il vaccino?”.

Parola all’amica e collega Elisabetta Aniballi.

I giorni che si confondono l'uno con l'altro, la nebbia nella testa, quel senso profondo di malessere interiore che gli esperti spiegano con i sintomi post Covid. Long Covid li chiamano, una condizione invalidante per chi ne è vittima, dopo il panico che accompagna la malattia, quella paura di morire che scandisce ogni giorno e che deriva dalla consapevolezza che il quadro clinico può cambiare nel corso di ore e condurti alla terapia intensiva, alla morte. Il Covid è percorso terribile se vissuto a casa, da soli e senza riferimenti come è successo a me, quando stai male, quando la saturazione scende, quando smetti di respirare e chiami l'ambulanza perché sei tu il medico di te stesso.

Altrettanto terribili sono gli strascichi fisici e psicologi che il Covid lascia nei pazienti impauriti dalla vita. La depressione, la nebbia nella testa, la paura dei sopravvissuti. Ora sono nella fase della reazione. Piano piano sto tornando al lavoro, alla scrittura, alla capacità di elaborazione. Lontano dai giorni tutti uguali cominciati quel 18 aprile quando ho scoperto di essermi ammalata. Per un mese non ho distinto il lunedì dalla domenica, non mi riusciva anche solo di pensare, parlare, raccontare, scrivere concetti semplici, così pervasa da quella strana sensazione che ancora mette la mia testa dentro una campana di vetro.

Ora però sto meglio e torno, anzi: sono già tornata”.

Bentornata amica mia!

di Carmela BARBARA

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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