Al porto nuovo di Mazara del Vallo l'immagine delle banchine quasi vuote racconta una trasformazione profonda che sta interessando la marineria locale. Una parte consistente della flotta non è infatti impegnata nelle tradizionali campagne di pesca, ma in un'attività alternativa che negli ultimi anni è diventata sempre più importante per la sopravvivenza economica delle imprese armatoriali: il traino delle gabbie destinate all'allevamento e all'ingrasso del tonno per conto di società maltesi.
Sono oltre trenta i motopesca mazaresi che, in questo periodo, operano lungo le rotte del Mediterraneo centrale per trasferire le enormi strutture galleggianti utilizzate nell'industria del tonno. Un servizio specialistico che garantisce agli armatori introiti certi e programmabili, in una fase in cui la pesca professionale attraversa una delle crisi più difficili della sua storia recente. Per ogni giornata di lavoro le imbarcazioni ricevono compensi che si aggirano intorno ai duemila euro, mentre il carburante viene sostenuto dalle aziende committenti.
Quella che un tempo sarebbe stata considerata un'attività marginale o occasionale è oggi diventata una scelta quasi obbligata per molte aziende del settore. Le limitazioni imposte all'attività di pesca, la riduzione delle giornate operative e l'aumento costante dei costi di gestione hanno spinto numerosi armatori a diversificare le proprie attività per garantire la continuità aziendale e salvaguardare i posti di lavoro degli equipaggi.
"Per molte imprese rappresenta una boccata d'ossigeno", spiegano gli operatori del settore. I ricavi derivanti dal traino delle gabbie consentono infatti di compensare almeno in parte le minori entrate provenienti dalla pesca, assicurando nel contempo occupazione ai marittimi in mesi particolarmente delicati per il comparto.
Dietro questa scelta si nasconde però una crisi strutturale che da anni ridisegna il volto della marineria mazarese. La flotta, che per decenni è stata considerata la più grande e prestigiosa del Mediterraneo, si è progressivamente ridotta. Dai circa 350 pescherecci che popolavano il porto negli anni d'oro, oggi ne restano poco più di settanta. Un ridimensionamento che ha inciso profondamente non solo sul settore ittico ma sull'intera economia cittadina.
Gli armatori denunciano una situazione sempre più difficile da sostenere. Alle restrizioni europee sulla pesca a strascico si aggiungono i rincari del carburante, della manutenzione e dei servizi portuali. I costi necessari per allestire una singola campagna di pesca di lunga durata possono raggiungere cifre molto elevate, mettendo a dura prova la sostenibilità delle aziende.
A rendere ancora più complesso il quadro contribuiscono la progressiva riduzione delle aree disponibili per la pesca nel Mediterraneo e la concorrenza delle flotte nordafricane, che operano spesso negli stessi bacini con costi inferiori e normative differenti. Un contesto che alimenta il timore di un ulteriore ridimensionamento del comparto.
Le conseguenze della crisi si riflettono sull'intero tessuto economico e sociale di Mazara del Vallo. Oltre alle imprese armatoriali, soffrono le attività dell'indotto, dai cantieri navali ai fornitori di servizi, fino alle famiglie che da generazioni vivono grazie al mare. Sullo sfondo restano inoltre questioni irrisolte come il progressivo restringimento degli spazi operativi nel Canale di Sicilia, i progetti di impianti eolici offshore e le criticità infrastrutturali del porto canale, che da decenni attende interventi di dragaggio.
In questo scenario, il traino delle gabbie di tonno per le società maltesi rappresenta molto più di un semplice lavoro stagionale: è il simbolo di una marineria che cerca di sopravvivere, ma fino a quando?
Francesco Mezzapelle