Il civismo è in fermento. Ovunque nasce una rete, un coordinamento, un laboratorio o un tavolo permanente. Si discute di partecipazione, innovazione sociale e trasformazione ecologica; si organizzano assemblee e percorsi condivisi. A forza di incontrarsi e co-progettare, il civismo sta vivendo una stagione così intensa che, a un osservatore distratto, potrebbe persino sembrare la nascita di qualcosa di molto simile a un partito politico.
Ma sarebbe un errore grossolano.
Perché il civismo, oggi, è molto più di un partito. È uno stato dell’anima. Una forma gassosa della politica che riesce contemporaneamente a occupare ogni spazio disponibile e a sostenere di non essere mai stata lì.
Una volta c'erano la destra, la sinistra e il centro. Oggi c'è il civismo. Che è infinitamente più comodo: non devi spiegare dove stai, basta dichiarare di stare "con i cittadini".
Il civismo contemporaneo ha ormai sviluppato una propria forma organizzativa stabile. Non è un partito, naturalmente. È qualcosa di molto più sofisticato: il PCP, il Partito del Civismo Permanente.
Per evitare equivoci, va detto che non tutto il civismo è uguale. Esiste un civismo autentico, fatto di volontariato, partecipazione e impegno quotidiano. Esiste anche un civismo elettorale che prova semplicemente a rappresentare interessi territoriali. Il PCP appartiene invece a una categoria diversa: quella del civismo come marchio politico.
Il civico moderno è una figura affascinante: non è di destra, ma se necessario governa con la destra; non è di sinistra, ma se opportuno governa con la sinistra; non è di centro, ma curiosamente si ritrova quasi sempre esattamente lì. Più che una collocazione politica, è una posizione geografica: quella da cui si vede meglio dove tira il vento.
Il PCP ha risolto un vecchio problema della politica: non chiede appartenenze, produce somiglianze. È una sorta di scoutismo politico per adulti: tutti cittadini, tutti impegnati per il bene comune, nessuna ideologia. Almeno fino al momento di scegliere il candidato, compilare le liste o spartire gli incarichi.
Guai però a chiamarlo trasformista. Lui preferisce definirsi "trasversale". È una parola elegante che permette di descrivere la stessa cosa evitando gli inconvenienti della sincerità.
Nel racconto del PCP, i partiti sono alleati indispensabili durante la campagna elettorale e apparati obsoleti il giorno dopo. Il nuovo, naturalmente, coincide sempre con chi sta parlando.
La vera meraviglia del PCP è la sua capacità di occupare contemporaneamente tutti i lati della barricata. Viene eletto grazie ai voti dei partiti e spiega che i partiti sono il problema. Costruisce maggioranze grazie alle sigle politiche e racconta che le sigle non contano più. È dentro il sistema e contro il sistema nello stesso momento.
A questo punto arriva inevitabilmente il grande progetto. Nasce una rete, poi un coordinamento, una comunità di pratiche, un percorso partecipato, una struttura territoriale. Infine, naturalmente, il coordinamento dei coordinamenti.
Dopo mesi di accurato lavoro semantico, qualcuno scopre che sono comparsi dirigenti, referenti territoriali, programmi, candidature, documenti politici e liste da presentare alle elezioni.
Insomma, un partito. Ma con una grafica più moderna e una newsletter più accattivante.
Nei quartieri si costruiscono relazioni, si elaborano visioni condivise e si definiscono prospettive comuni. Attività che, fino a qualche anno fa, sarebbero state catalogate sotto una voce molto semplice: fare politica.
Oggi invece sono civismo. E guai a confondere le due cose.
Nel frattempo il PCP ama definirsi libero dalle appartenenze. In effetti un'appartenenza rimane sempre indispensabile: quella al leader. Le idee possono evolversi, le alleanze possono mutare e gli avversari possono diventare amici.
Naturalmente anche i partiti tradizionali praticano il culto del leader, il trasformismo e le guerre di corrente. La differenza è che almeno hanno smesso da tempo di fingere di essere altro.
Esiste poi una figura politica sempre più diffusa: il civico pendolare. Parte dal civismo, scopre il fascino della collocazione politica, si colloca, ritorna al civismo e infine rientra serenamente nella sua casa naturale: il PCP.
L'importante è che il comandante resti rigorosamente al centro della fotografia.
Più che civismo, talvolta sembra personalismo con partita IVA.
Si arriva così al trionfo della politica post-politica: la politica che vince le elezioni sostenendo di non fare politica.
In queste sue forme più personalistiche, il civismo finisce spesso per diventare un travestimento. Non rappresenta un modo diverso di fare politica, ma semplicemente un modo più elegante per non dichiarare quale politica si sta facendo.
Il PCP non è contro i partiti: è un partito che preferisce non dirlo. Non è contro le appartenenze: è un'appartenenza che preferisce chiamarsi comunità. Non è contro il potere: è una forma di potere che preferisce presentarsi come partecipazione.
In fondo il suo vero capolavoro è questo: riuscire a fare politica convincendo tutti di essere semplicemente cittadinanza attiva.
E così, mentre i vecchi partiti avevano almeno il difetto di dichiarare chi rappresentavano, il Partito del Civismo Permanente ha finalmente risolto il problema: rappresenta tutti.
Soprattutto sé stesso.