Oggi è il 25 aprile. Mentre le piazze di Milano e Bologna si riempiono di tricolori per ricordare l’insurrezione finale, qui in Sicilia il sole batte su una terra che la sua "Liberazione" l’ha vissuta molto prima, in quel torrido luglio del 1943. Per i siciliani, la guerra finì con l’Operazione Husky. Mentre il Nord Italia entrava nel tunnel sanguinoso della Repubblica di Salò e della Resistenza partigiana, la Sicilia diventava il laboratorio politico del mondo. Siamo stati i primi a vedere cadere i simboli del fascismo dalle facciate dei palazzi comunali, sostituiti dai mezzi degli Alleati.
Ma fu una libertà dolceamara: l'occupazione anglo-americana portò il pane, ma anche le macerie dei bombardamenti che avevano sventrato molte città. In Sicilia, il fascismo non morì ovunque con un colpo netto. Per molti ex fascisti isolani, il 1943 non fu una liberazione, ma un "tradimento" dei vertici militari o la fine di un sogno di ordine e potenza. Alcuni personaggi avrebbero raccontato nelle loro memorie di una Sicilia che "non voleva perdere", alimentando nel dopoguerra il mito della sconfitta causata dai complotti interni.
Molti ex quadri del regime trovarono rifugio nel movimento separatista (MIS) o nel nascente MSI, cercando di riciclare l'identità fascista in chiave identitaria siciliana, opponendosi a quella "liberazione" che vedevano come un’imposizione esterna. C’è poi una parte di società siciliana che visse il passaggio con rassegnazione, quasi fosse l'ennesima dominazione straniera, un sentimento che il pittore Renato Guttuso denunciò aspramente, parlando di una "mancata redenzione" dell'Isola.
L'81mo anniversario deve servire a ricucire queste ferite. La Sicilia non è stata solo una spettatrice passiva. Dobbiamo ricordare i siciliani che risalirono la penisola per combattere nelle brigate partigiane al Nord, dimostrando che la libertà non era una questione geografica, ma una scelta morale. La Sicilia annoverò, tra le fila dei partigiani migliaia di aderenti, e tra loro un gruppo di giovani mazaresi, i quali dopo l’8 settembre del 1943 imbracciarono i fucili e salirono in montagna per partecipare alla Liberazione dell’Italia dall’oppressione nazi-fascista.
I nostri protagonisti sono nati quasi tutti tra il 1923 e il 1924. Durante il fascismo erano quasi tutti maggiorenni e imbracciavano il fucile. Prima da militari nell’esercito italiano, poi, dopo l’8 settembre del 1943, da partigiani della Resistenza. Giovanni Modica e Nicasio Anselmo, due i mazaresi, ecco due degli eroi della Resistenza. Modica è stato ucciso a fucilate a Barbania, in Piemonte. Alcuni dei 90enni rimasti, invece hanno raccontato nelle scuole la loro esperienza. Fra questi c’era anche Nicasio Anzelmo, che ha narrato la sua storia, quando aveva già 98 anni, agli alunni della classe III E della scuola secondaria di I grado dell’Istituto Comprensivo “Giuseppe Grassa” di Mazara del Vallo.
Ha raccontato, in dialetto siciliano, la sua vita, da soldato della seconda guerra mondiale internato nei campi di concentramento dopo l’armistizio del ’43 fino a quelli notti in cui pensava come raggirare i tedeschi per mettersi in salvo. Giovanni Modica fece parte delle brigate d'assalto "Garibaldi", che erano formazioni legate al PCI ma vi militarono anche esponenti di altri partiti, soprattutto socialisti, azionisti e cattolici, nonché autonomi e apolitici, come lo era Modica, un ragazzo che voleva difendere il Tricolore.
Venne spedito in Piemonte, ritenuta una frontiere “calda”. Giovanni Modica cadde così, come i suoi 9 compagni di sventura. E’ stato un piccolo grande eroe che la città non deve e non può dimenticare.
Salvatore Giacalone