Ultime della sera: “Quando si perde un padre spirituale è come perdere un padre”

Un rapporto padre-figlio fondato sulla Fede

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
27 Aprile 2021 18:30
Ultime della sera: “Quando si perde un padre spirituale è come perdere un padre”

Fino a 10 anni fa l’idea di avere un padre spirituale mi metteva a disagio. Mi sembrava quasi impossibile che un prete, estraneo al mio nucleo famigliare, potesse diventare il confidente in tutti gli aspetti della mia vita; forse era il nome del ruolo che avrebbe potuto ricoprire, “padre”, che mi turbava. Una figlia, pur nell’amore che la lega al proprio genitore, per indole fatica a raccontare ogni singolo dettaglio della sua vita a chi l’ha vista nascere e crescere… figuriamoci un estraneo.

Certo è che quando incontri il tuo padre spirituale, il punto di partenza, le fondamenta su cui si basa il vostro rapporto, non è argomento di poco conto; l’esperienza spirituale, per un credente, è alla base della propria esistenza. Crescere spiritualmente è come crescere nella vita: un padre ti aiuta a crescere. Il mio padre spirituale era un uomo e un prete fuori dagli schemi, per molti “una potenza”, per me, nei primi tempi, una persona inarrivabile: il suo nome era don Adriano Vincenzi.

Conobbi don Adriano nel 2005. Era il primo anno che andavo ad una settimana residenziale a Sfruz, un paesino della Val di Non dove, come era solito dire lui, “ci arrivi se vuoi venire a Sfruz, perché nessuno sa che esiste”. Le mie convinzioni furono demolite al secondo giorno di permanenza; quasi avessi ascoltato il consiglio di mio padre (Mi raccomando, parla poco!), restai pressoché muta per 6 giorni. Non riuscivo a fare una frase di senso compiuto, ogni cosa che pensavo mi appariva sterile e insensata a fronte di ciò che don Adriano diceva. Fu il giorno conclusivo del campo che si rivolse a me dicendo “non ho sentito la tua voce per tutta la settimana”: un padre osserva.

Iniziò così il mio rapporto con don Adriano; esattamente come un figlio è affascinato dal padre, io ero affascinata da lui; ero consapevole della sua diversità ed il percorso che avevo iniziato stava rendendo diversa anche me. Ma parlare di padre spirituale è cronologicamente ancora presto: lui mi metteva involontariamente in soggezione; per anni non l’ho sentito chiamarmi per nome ed io non mi sentivo all’altezza di parlare con lui; non era una persona che ti faceva pesare consapevolmente la cosa… lui era così.

Il mio nome fu pronunciato dopo circa 4 anni… pensai “si ricorda di me… mi conosce…”: un padre ti dà un nome.

La svolta nel nostro rapporto avvenne nel 2011. All’epoca io ero studentessa fuori sede a Milano. Nel novembre di quell’anno mi capitò un evento che mi condizionò pesantemente. Persi molti chili ed entrai in uno stato di apatia; lontano dagli occhi di mia madre e di mio padre mi stavo lasciando andare; quando per le vacanze di Natale rientrai a Verona, mia mamma si accorse subito che qualcosa non andava. Dopo un primo tentativo di capire cosa stesse succedendo uscì con una frase che io avevo già in testa da un mese “don Adriano che cosa ti direbbe?”, ma per me il don era ancora una figura lontana.

Passarono mesi in cui non riuscivo a versare una lacrima; la sensazione di non avere emozioni di nessun tipo era logorante, finché, il venerdì santo nel 2012 lo chiamai e lo andai a trovare. Parlammo un’ora e finalmente iniziai a piangere. Lui guardava, come suo solito, il tavolo su cui aveva appoggiato le mani intrecciate e taceva. Gli raccontai tutto, tra un singhiozzo e l’altro, non riuscivo a fermarmi. Quando finii le lacrime e le parole lui pronunciò una frase che non mi sarei mai aspettata: “la situazione è seria ma, se tu vuoi e te la senti, io sono qua per te, per aiutarti.

Iniziamo un percorso insieme”. Colma di gratitudine e di affetto dissi di sì: don Adriano era diventato il mio padre spirituale.

La sua vita si divideva tra Roma e Verona e la mia tra Milano e Verona; quella diversità che ci contraddistingueva si riversava anche sul nostro rapporto. Non consulenze costanti e con tempi regolari: io e lui facevamo il punto della situazione dopo mesi. Capitava, dopo un lungo periodo che, incrociandosi nei corridoi di Sfruz mi dicesse “è da un po’ che io e te non parliamo” e io gli rispondevo “preparo la lista della spesa e quando sei libero te la leggo”. Il percorso per uscire da quel buio è stato lungo, ma la sua presenza non è mai mancata: un padre ti accompagna.

Il rapporto cresceva e allo stesso tempo aumentava il mio impegno a Sfruz e in ciò che lui stava costruendo: la sua missione stava diventando anche la mia; il tempo per parlare tranquillamente diminuiva. Così ci siamo resi protagonisti delle più svariate e divertenti forme di confessione, per certi aspetti poco canoniche: dalla confessione prima di salire sul pullman, già carico di tutti i partecipanti alla gita (che probabilmente si stavano domandando cosa ci fosse di così urgente da dire), che dalla Venaria Reale ci avrebbe riportato a Verona all’epica occasione di Sfruz durante gli esercizi spirituali.

Placcato da tutta la comunità non si riusciva a trovare un momento per noi, così, finita la cena disse “Ora ho tempo, dove ci sediamo?” ancora in sala pranzo, piena di persone che erano arrivate al dolce gli risposi “dove preferisci” e lui disse “mettiamoci qui, a questo tavolo vuoto”, decisamente stupita gli risposi “don…qua stanno ancora cenando” e lui “e secondo te…se ne accorgono che ti sto confessando?”. Adoravo don Adriano per questa sua genuinità, fuori dagli schemi, concreta e reale: un padre c’è in qualsiasi momento.

Come ogni storia tra padre e figlia, a volte ci si scontrava. Lui aveva un’autorità ma per me non significava condividere ogni sua parola. Capitava spesso, mentre si discuteva di qualcosa al tavolo, che me ne uscissi dicendo “non sono d’accordo”. Apriti oh cielo! Credo che qualcuno dei presenti mi abbia creduto sprovveduta; pochissime persone si contrapponevano a ciò che lui diceva ma il nostro rapporto era così sincero che io non temevo di esternare le mie perplessità. Un figlio si oppone al padre.

Ma tutte le cose belle, ad un certo punto, incappano in qualcosa di inaspettato. Vivevo ancora a Milano, questa volta per lavoro, quando ricevetti la telefonata dei miei genitori. Fu circa 6 anni fa e ricordo che fu una doccia fredda. Mi dissero, con la loro unica delicatezza che don Adriano non stava bene. Non era possibile, non don Adriano. Lui era una persona unica, non avevo mai incontrato un prete simile per carisma e visione; non ero in grado di concepire che lui potesse ammalarsi, per me era invincibile.

Iniziò così uno dei momenti più tosti del nostro rapporto: il dialogo tra me e lui si interruppe, e per diversi mesi. Non mi capacitavo di quel silenzio, alla fine non mi sembrava di aver fatto nulla per offenderlo o allontanarlo; in alcuni momenti pensai che il suo compito nei miei confronti fosse terminato. Ne soffrivo, forse egoisticamente, senza pensare che potesse essere la malattia ad averlo allontanato. Nonostante non ci parlassimo, però, non riuscivo a fermarmi dal mio servizio e dalla mia partecipazione a Sfruz e alla DSC. Era pesante… con gli altri parlava, con me no. Un figlio si scontra con la realtà.

Fu un giorno qualsiasi, a Sfruz, che, passandomi a lato mi disse “ehi ragazza! tu stai andando avanti?”. Pensai che, per fortuna si era ricordato di me, e gli dissi un po’ stupita “certo don!”…e lui rispose “bene…continua”. Credo di aver riso e averlo mandato a quel paese contemporaneamente; a cosa serviva tacere per mesi, lasciando pensare ad una persona di avere una qualche colpa? Era una domanda a cui non era consentita una risposta, almeno non subito. Questi silenzi si ripeterono anche negli anni successivi.

Li definii delle porte strette che, ognuno di noi, nella vita prima o poi deve passare. Il bello è che, ogni volta che capitavano, rimanevi spiazzato e nonostante la situazione di smarrimento, non mi fermavo. Don Adriano era grande ma il suo progetto, visione legata a Dio, lo era ancor di più. Non ci si poteva fermare per così poco, si doveva andare avanti. Presi consapevolezza di quei silenzi dopo un po’ di tempo. Don Adriano non era un uomo di tante parole e non era una persona che ti osannava, ti diceva grazie, quello sì, ma non manifestava il suo riconoscimento pubblicamente davanti agli altri, non ce n’era bisogno.

Il silenzio era inizialmente una sorta di prova alla quale eri chiamato a rispondere… e la domanda, per quanto non pronunciata, era semplice: sei qua per me o sei qua per Lui? La risposta a Lui faceva crescere e maturare il tutto. E don Adriano sapeva che tu eri insieme a lui per Lui. Non aveva bisogno di rassicurarti, stavi già camminando con i tuoi piedi. Il rapporto padre e figlio matura.

Il periodo più bello vissuto con don Adriano fu il suo ultimo anno di vita. Dalle riunioni della rivista, di cui ero diventata segretaria di redazione, all’incontro in Cei, ai campi estivi a Sfruz. La malattia accelerava ma ancora si pensava che lui non avrebbe ceduto. Il 2019 fu l’anno più umano del nostro rapporto. Certe difficoltà le avevo superate ma altre si stavano palesando e non distanti dall’ambiente che condividevamo. Lui non poteva esporsi ma non mi ha mai chiesto di abbandonare il tutto. Mi spronava ad andare avanti e mi tutelava. Un padre ti protegge.

Furono mesi meravigliosi, divertenti e teneri… sì, perché, con la malattia, don Adriano era diventato più raggiungibile nonostante il suo corpo cominciasse a palesare l’inevitabile.

L’ultima volta che lo vidi fu al IX Festival della DSC, nel novembre del 2019. Molti di noi non volevano vedere la realtà e questa mi toccò pesantemente l’ultimo giorno di Festival. Alla firma della Carta dei Valori di Verona, chiamato a parlare dopo tutti, esordì dicendo che tutto si era compiuto. Faticai a nascondermi. Esattamente come quel Venerdì Santo del 2012 iniziai a piangere, un pianto che si fermava per pochi minuti e poi ricominciava. A questo si aggiunsero diversi gesti, da parte di ipotetici amici, che mi ferirono profondamente… era la presa di consapevolezza che non ci sarebbe più stato lui a proteggermi e che mi ritrovavo ad affrontare il tutto da sola. La consapevolezza di un figlio.

Dopo il Festival don Adriano entrò in ospedale. La mia vita correva frenetica nelle aule della scuola in cui insegno tuttora e speravo di ricevere notizia, da chi aveva la fortuna di stargli vicino, di poterlo andare a trovare… ma quella notizia tardava. Arrivò Natale, senza la sua presenza in chiesa, e arrivò Capodanno, senza la sua presenza a Sfruz. In quella circostanza ci fu detto che non era opportuno andare a fargli visita.

Capivo la situazione ma non riuscivo a digerire i commenti di chi riferiva alla comunità di essere stato da lui. Alcuni potevano incontrarlo, noi della comunità no. Fu una dura prova; poco prima del Festival era iniziato l’ennesimo silenzio tra di noi. Non potevo accettare che don Adriano morisse senza sapere che io sarei andata avanti, come voleva lui e non riuscivo ad accettare che io rientrassi nelle conoscenze di categoria b a cui non era consentito vederlo. Decisi così di mandargli un messaggio (la magra consolazione che ricevemmo era che lui i messaggi li leggeva): era una lista della spesa, ma non di ciò che dovevo confessare, ma di ciò che stavo facendo per portare avanti ciò in cui credevamo. Chiusi quel messaggio scrivendo: “tu pensa a recuperare, per il resto andiamo avanti noi”.

Il 13 febbraio del 2020, mentre stavo entrando in aula per fare lezione, mia mamma mi chiamò per dirmi che don Adriano era morto… ancora oggi, in certi momenti, fatico a crederlo. Il suo funerale fu fatto il 17 febbraio 2020, una data qualunque per molti ma non per me. Festeggiare il tuo trentaseiesimo compleanno con il funerale del tuo padre spirituale non è da tutti; passavo dal pianto condiviso in un abbraccio con amici presenti ad un grazie in risposta agli auguri ricevuti. Un compleanno surreale, diverso… ma diversa sono io e diverso era lui.

A distanza di 14 mesi dalla sua salita al cielo nel mondo è successo di tutto. Nonostante il Covid, l’estate scorsa sono riuscita a salire a Sfruz; il timore di ciò che avrei potuto provare rientrando in quella casa, ripercorrendo la via che facevamo insieme parlando e fumando una sigaretta mi terrorizzava. Ma la sorpresa fu grande: provai un senso di pace e serenità. Capii che Sfruz era sì don Adriano ma per me era diventato ed era rimasto un sì a Dio, con o senza di lui.

Ancora oggi sorrido quando mi metto a camminare e incrocio le mani dietro la schiena, quando a gambe accavallate e in ciabatte faccio oscillare la ciabatta. Era quello che faceva lui. Non un’imitazione voluta da parte mia ma un’imitazione naturale.

D’altronde si sa… i figli, crescendo a fianco dei padri, prendono da loro. Non ripetono a memoria ciò che i padri hanno detto, l’insegnamento ricevuto è diventato loro e i figli sanno esprimerlo attraverso il loro operato e le loro parole. Perché un padre non è solo un esempio da seguire ma è il patrimonio, la ricchezza su cui fondiamo il nostro divenire. È la mano attraverso cui Dio interviene sulla nostra vita. Un padre spirituale è un padre a tutti gli effetti.

di Valentina ARDUINI

La rubrica “Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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